sabato 5 Settembre 2026
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L’intervista – Gianni Rivera: «Il calcio? È finito quando si è iniziato a giocare all’indietro»

L’intervista – Gianni Rivera: «Il calcio? È finito quando si è iniziato a giocare all’indietro»

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L’incontro, organizzato in collaborazione con il Milan Club Sassari Franco Baresi, diventa presto un dialogo a più voci: Rivera risponde, riflette, sorride, talvolta punge. Non indugia nella nostalgia, ma non fa sconti al presente. Parla del suo calcio, dei suoi allenatori, dei compagni e degli avversari, di ciò che è cambiato e di ciò che non riconosce più. E lo fa con quella schiettezza elegante che lo ha sempre contraddistinto, in campo come fuori

Abbiamo incontrato il Golden Boy Gianni Rivera prima dell’evento principale. Lui si presenta con la consueta calma ed eleganza. Parla senza enfasi, ma ogni frase pesa come un ricordo che torna a galla con naturalezza. Davanti a noi non c’è solo un campione, ma un pezzo di storia del calcio italiano. Un ringraziamento a Marco Canu e al Milan Club Sassari Franco Baresi.

L’intervista

Ripercorrendo la sua carriera, qual è il momento in cui ha capito che sarebbe diventato il simbolo del Milan?


Per chi mi guardava giocare, forse era evidente. Io non ci pensavo. Se ogni anno mi confermavano in prima squadra, voleva dire che qualcosa di buono l’avevo fatto. A me bastava quello. Ho giocato nel Milan dal 1960 al 1979.

Lei è stato anche un innovatore nel ruolo di mezzapunta. Fu anche capocannoniere del campionato.

Io giocavo secondo le mie caratteristiche. Se l’allenatore mi metteva in campo, sapeva che avrei giocato in un certo modo. Non c’era molto da inventare.

Cosa manca oggi al calcio e ai calciatori?

Non seguo più il calcio. Da quando gli americani sono arrivati a fare i dirigenti delle squadre italiane, il calcio è cambiato. In peggio.

E ha anche detto che il calcio di oggi la annoia.

Non lo guardo proprio. Non posso annoiarmi se non lo guardo. È che non riesco a seguirlo: da quando hanno iniziato le partite andando indietro invece che avanti, per me il calcio è finito lì.

Gianni Rivera Sassari

Un grande portiere italiano degli anni Novanta ha detto che il calcio oggi sembra… cinema. È d’accordo?

Ognuno vede qualcosa di diverso. Io so solo che non mi diverte.

Negli anni ’90 con l’esasperazione della tattica il classico numero 10 venne messo in discussione.

Quando ho visto un portiere con il numero 10 ho capito che il calcio non era più lo stesso. Come dire? Non c’era più religione.

Rocco o Liedholm?

Erano entrambi ottimi trasmettitori di calcio e di regolamenti. Con Rocco ho vinto le prime due Coppe dei Campioni, con Liedholm lo scudetto della stella.

Non ci sperava più nella stella?

Finché giochi… E se giochi, lo fai per vincere. Io sono sempre sceso in campo per quell’obiettivo. La conquistai all’ultimo anno in casa col Bologna; ma prima dovetti pregare dal campo, con tanto di microfono, i tifosi di lasciare una zona degli spalti inagibile, ci avrebbero dato partita persa. Sarebbe stata una beffa…

La beffa ci fu invece il 20 maggio del 1973 con la ‘Fatal Verona’. È stata la delusione più grande?

Ogni volta che non vincevo era una delusione. L’unico momento in cui ti diverti nel calcio è quando vinci la partita. Arrivavamo dalla vittoria della Coppa della Coppe a Salonicco e non accettarono di posticipare la partita. Un po’ di stanchezza c’era.

Se dovesse scegliere una partita che rappresenta il “suo” Milan?

La finale contro l’Ajax di Johan Cruijff nel 1969. Ma non giocavo per dimostrare di essere meglio di lui. Volevo solo vincere, non dimostrare qualcosa. Volevo alzare la Coppa dei Campioni. Quello era un calcio meno mediatico.

C’è un calciatore oggi che le piace?

Ogni tanto vedo qualcuno che merita più degli altri, ma non guardo abbastanza per giudicare.

Primo e secondo. Gianni Rivera ha ricevuto il Pallone d’Oro 1969 (primo italiano a vincerlo) in un periodo in cui il suo Milan sfidava al vertice il Cagliari di Gigi Riva, suo principale rivale per il premio di quell’anno. La consegna avvenne simbolicamente prima del pareggio 0-0 tra Milan e Cagliari del 19 aprile 1970 con i sardi freschi campioni d’Italia, avendo conquistato lo scudetto la domenica precedente in casa col Bari.

Un ricordo della Sardegna e di Gigi Riva.

Mi sono sempre trovato bene in Sardegna. Riva era un avversario importante. Si è innamorato dell’isola e non l’ha più lasciata. Mi sono sempre chiesto come il suo talento, all’inizio della sua carriera, sia sfuggito alle grandi squadre.

Ha mai pensato che Gigi potesse venire al Milan?

Era nato in Lombardia, mi sono meravigliato che nessuno l’avesse segnalato alle squadre di Milano. Ogni tanto avvenivano queste “anomalie”. Era un giocatore di grande potenza. Fu un po’ il caso, un po’ il destino a portarlo a Cagliari. E, come sappiamo, da lì non volle più andare via.

E Riva iniziò a segnare quando lei è entrato in campo col Messico, nei quarti di finale della Rimet del 1970.

Io giocavo per chi stava davanti a me. Con Riva era decisamente tutto più facile.

Poi arrivò la celeberrima semifinale con la Germania, la cosiddetta partita del secolo: cosa disse ad Albertosi dopo il 3-3 di Gerd Muller e quella palla che gli passò di lato?

Gli dissi: “Stai tranquillo, ci penso io”. Ero un po’ incosciente, ma ho mantenuto la promessa. Appena segnai mi abbracciò proprio Riva che passava di lì. Quello che invece mi disse Albertosi è ancora oggi irriferibile. Ma potete immaginare…

La domanda che tutti gli sportivi si hanno sempre chiesto. Perché non giocò quella benedetta finale col Brasile?

Sapevo che non avrei giocato già dopo la Germania. Il Brasile era l’unica squadra che ti faceva giocare, si poteva osare, potevamo fare il nostro gioco. Con loro facevamo sempre bella figura, li avevamo già battuti. Mi aspettavo di giocare il secondo tempo, come tutti pensavano. Mazzola negli spogliatoi si tolse gli scarpini, ma rientrò lui e sappiamo dopo cosa successe.

Pelé, poco prima della partita, pare disse: “Se non gioca Rivera, vinciamo noi”.

Lo disse scherzando. Anche se quando seppe che ero in panchina pensò che noi italiani fossimo fortissimi.

Al ritorno in Italia dal Messico, vi lanciarono i pomodori, entrati di diritto nel gergo sportivo italiano.

Sì, all’aeroporto. Fu un po’ seccante. Ma non li tirarono a me. Capirono che qualcosa non aveva funzionato.

Ha detto di recente che oggi i pochi bravi in Serie A sono stranieri.

Le società hanno lasciato tutto ai procuratori. I procuratori ‘violentano’ le famiglie: se non hai soldi, tuo figlio non gioca. Abbiamo perso tanti bambini così.

In Norvegia non fanno agonismo fino ai 13 anni. Che ne pensa?

Dipende sempre da chi entra in campo. La partita la fanno i giocatori, non l’agonismo.

Spalletti, quando era ancora Ct, ha chiamato lei, Antognoni, Baggio, Totti e Del Piero a Coverciano. Era per dare un segnale?

Ci hanno chiamato, ma non ci hanno fatto giocare (ride). Ecco, noi avremmo potuto giocare insieme.

Un consiglio a un giovane calciatore?

Se gli piace giocare, che giochi. Il problema è affrontare oggi i procuratori.

C’è qualcosa della sua carriera che è stato frainteso?

Ho giocato 20 anni. A qualcuno potevo non piacere, ma giocavo lo stesso.

Il rapporto con l’arbitro Concetto Lo Bello?

È stato un bel problema. Una volta mi annullò un gol su punizione a Bari, fischiando la fine del primo tempo mentre la palla entrava. Abbiamo vinto lo stesso, ma fu un brutto segnale.

Rivera cosa ne pensa del VAR?

Allora gli arbitri decidevano come volevano. Col VAR avremmo vinto almeno tre scudetti in più.

Berlusconi?

Gli dava fastidio la mia immagine, ma non aveva il coraggio di mandarmi via. Così mi propose di fare il presidente dei Milan Club. Ma non gli do responsabilità per quello che è successo con me. Alla fine è riuscito a vincere.

Le nuove generazioni la riconoscono ancora. Le fa piacere?

Sì. È una bella soddisfazione. Evidentemente ho lasciato qualcosa e non solo come calciatore.

Il dualismo con Mazzola?

Eravamo in buoni rapporti. Avevamo caratteristiche diverse. In Messico dissero che non potevamo giocare insieme, ma non si è mai capito davvero perché.

Andremo ai Mondiali questa volta?

Speriamo sempre. Sembrava impossibile non andarci, che non ci qualificassimo. Ne abbiamo saltati due. Ma l’impossibile riesce, a volte.

Ha preso il patentino da allenatore: la vedremo in panchina?

Può essere. Se mi vogliono, sono pronto.

 
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