21 agosto 1972 – 25 gennaio 2008, Storia di una base americana a La Maddalena

21 agosto 1972 – 25 gennaio 2008, Storia di una base americana a La Maddalena

Share Button

21 agosto 1972 – 25 gennaio 2008, due date che hanno segnato pesantemente il destino della Maddalena. La prima si riferisce all’insediamento presso l’isola di Santo Stefano della base per l’assistenza e la manutenzione dei sommergibili nucleari Usa; la seconda ricorda, a distanza di trentasei anni, il suo smantellamento e il trasferimento in altra zona del Mediterraneo. Nell’isola in pochi hanno rimpianto i marines.

I maddalenini erano rimasti delusi dalla pressoché completa autonomia che gli americani si erano dati nel tempo sottraendo risorse all’economia locale. E poi c’era un’altra verità. Gli isulani hanno sempre creduto in una sola grande madre: la Marina militare italiana, con il suo arsenale, le sue caserme, le sue scuole e le centinaia di buste paga distribuite al personale dipendente.

Quando nel 1972 gli americani sbarcarono a La Maddalena, sull’isola non si festeggiò. Tra chi li attendeva per il saluto di cortesia in piazza Comando c’era più imbarazzo che soddisfazione. Il sindaco democristiano Giuseppe Deligia preferì una stretta di mano al discorso di benvenuto che pure si era preparato. C’era un motivo. L’operazione Santo Stefano era stata tessuta in grande segretezza dai governi Usa e Italia, insieme alla Nato, a partire dal 1954. Solo il potentissimo parroco, don Salvatore Capula, ne era informato. Vedremo poi come e da chi. Da allora i due paesi sottoscriveranno diversi protocolli d’intesa il cui contenuto è stato sempre classificato top secret. “Accordi mai conosciuti dal Parlamento e mai ratificati – denunciò il giornale on line Peacelink – che già garantivano ai ministri Usa una libertà definita “unusual”, cioè insolita, nell’uso delle basi in Italia. La stampa isolana, con il combattivo periodico Sassari Sera in prima fila, cominciò a indagare sugli artefici di quel patto segreto bilaterale.

A firmarlo per l’Italia era stato “Belzebù”, alias Giulio Andreotti, nel 1972 presidente del Consiglio dei ministri. La firma di quell’atto era di fatto una prevaricazione nei confronti del Parlamento italiano tenuto completamente all’oscuro degli accordi intercorsi fra le parti. Il tutto in violazione della Costituzione che impone alla maggioranza l’obbligo di confrontarsi con tutte le forze politiche prima di stipulare patti che possano incidere sulla comunità. Gli impegni internazionali, in sostanza, devono essere conosciuti dal Paese e su di essi deve essere espresso un giudizio a garanzia del dovuto controllo democratico. Ci furono reazioni politiche della Regione e di una decina di comuni contrari alla presenza di una base nucleare che avrebbe potuto rappresentare un grave rischio per le popolazioni. Niente di più.

Facciamo un passo indietro nella storia. Il 21 agosto del 1972 alla banchina dell’isola di Santo Stefano, di proprietà dell’imprenditore Pasqualino Serra, approdano la nave appoggio Fulton e i sommergibili a propulsione nucleare della 69 Task Force della VI flotta, scortati dalla portaerei Kennedy e da un imponente dispiegamento di navi da guerra Usa. Un’invasione che provoca diverse manifestazioni di protesta. Forti pressioni vengono esercitate inutilmente sul governo italiano perché revochi il nulla osta per la base. Lo impediva un escamotage ben studiato (i missili venivano tenuti a bordo e non nei bunker dell’isola di Santo Stefano) che aveva reso le navi “inviolabile territorio Usa”. Area accessibile esclusivamente al personale della Marina americana. La popolazione era divisa. C’era chi temeva i danni di un eventuale incidente nucleare o di ammalarsi di tumore e chi invece pensava che i marines avrebbero portato importanti benefici economici e molti posti di lavoro. Quest’ultima era la tesi che don Salvatore Capula puntualmente raccontava ai suoi fedeli nelle prediche domenicali nella chiesa di Santa Maria Maddalena. E quello che il prelato asseriva per gli isulani era vangelo. Pochi avrebbero osato contraddirlo. Oltre a rispettare il rappresentante del potere religioso i parrocchiani ne avevano timore.

Don Capula esercitava un potere che andava ben oltre i confini della parrocchia. Ha guidato la chiesa con polso fermissimo per oltre sessant’anni: dal 1° ottobre del 1933, quando vinse il concorso come “parroco a vita”, sino al 24 gennaio 1998 quando morì alla veneranda età di 95 anni. Nel dopo guerra era stato confessore di Benito Mussolini, all’epoca agli arresti domiciliari sull’isola, a Villa Weber. Nella biblioteca comunale sono custodite le tre lettere che il duce gli aveva indirizzato per ringraziarlo del suo sostegno spirituale. Uomo di chiesa e, ripetiamo, di potere, don Capula era amico fraterno di Francesco Cossiga che proprio nel periodo compreso tra gli anni ’70 e ’80 aveva ricoperto l’incarico di ministro dell’Interno nei governi Moro e Andreotti e poi quelli di presidente del Consiglio e, successivamente, del Senato per arrivare, nel 1985, ad assumere l’incarico di presidente della Repubblica. In quegli anni il rapporto di Cossiga con La Maddalena era molto stretto. E’ sull’isola che si rifugiava per trascorrere le vacanze estive, prima nel Villaggio Piras, di proprietà di un amico ozierese, poi nella sede dell’Ammiragliato. Una consuetudine che abbandonò quando salì al Quirinale.

All’instancabile opera di convincimento della bontà della presenza americana svolta da don Capula presso i fedeli non corrispondeva altrettanto entusiasmo da parte del sindaco Giuseppe Deligia. Nessuno scontro aperto, ma rapporti puramente formali, da buoni democristiani. Il sindaco percepiva i timori dei cittadini e in qualche modo li condivideva. Era consapevole che la presenza americana avrebbe portato ben pochi benefici ai maddalenini. Il timore di un incidente nucleare, poi, seppure remoto, era ben presente. Nessuno era in grado di prevedere se l’arrivo dei sottomarini a propulsione nucleare avrebbe potuto provocare danni alle persone e all’ambiente. Inoltre l’extraterritorialità di cui godeva la base, di cui abbiamo accennato prima, non consentiva di effettuare controlli sull’eventuale presenza di radioattività nell’arcipelago. Ci vollero anni prima che le autorità sanitarie riuscissero ad avere il nulla osta per realizzare una stazione di monitoraggio della qualità dell’aria e successivamente a ottenere l’autorizzazione per effettuare periodici prelievi di campioni d’acqua nell’area dove transitavano i sommergibili americani per raggiungere la banchina di Santo Stefano.

Inizialmente la presenza americana ebbe importanti ricadute economiche ma la pacchia non durò a lungo. Gli americani infatti, in silenzio e sotto traccia, si erano dati da fare per realizzare all’interno delle loro inviolabili basi le condizioni necessarie per ridurre al minimo la loro dipendenza dagli approvvigionamenti locali e ridurre sensibilmente i costi del loro soggiorno sull’isola. Quando poi il Comune autorizzò la costruzione degli alloggi per le loro famiglie sulla collina che domina la spiaggia di Bassa Trinita i proprietari dovettero affittare i loro alloggi a cifre meno appetibili rispetto a quelle che avevano garantito per anni gli americani. Ricordo che nel perimetro della base, a pochi metri da piazza Comando, erano stati costruiti un supermarket e una grande struttura commerciale, rifornita periodicamente dalla base Usa di Napoli, ricchissima di oggetti e materiali di ogni genere, dall’hi-fi Tv e radio all’utensileria di qualità. I maddalenini non potevano accedervi ma qualcuno riusciva comunque, grazie a conoscenze e amicizie, a fare acquisti a prezzi assolutamente concorrenziali. Con quale gioia per i commercianti locali è facile immaginare.

Sul fronte politico la vicenda della base nucleare tenne banco per anni. Alle interpellanze dei parlamentari dell’opposizione il governo rispose sempre in modo reticente arrivando persino a negare che a S. Stefano esistesse una base US Navy.
Scriveva Peacelink: “Alle prime vibrate proteste del senatore Pecchioli (PCI), il ministro degli Esteri, Medici, replicò: «Non esiste a La Maddalena una base navale americana e tanto meno una cosiddetta base della VI flotta, ma soltanto l’attracco di una nave-appoggio a sommergibili».
Secondo numerosi ministri e sottosegretari (tra i quali Beppe Pisanu) gli accordi segreti bilaterali avrebbero vincolato i comandi statunitensi “ad utilizzare le loro basi in Italia esclusivamente per impegni NATO e che le installazioni – continuava Peacelink – sono poste anche sotto comando italiano secondo il principio della doppia chiave”. Arrivarono puntuali le smentite degli stessi Stati Uniti che in una nota ufficiale precisarono che «i sommergibili nucleari non dipendono dalla NATO ma dalla Marina degli Stati Uniti». Il ministro della Difesa, Spadolini, arrivò a cimentarsi in spericolate acrobazie verbali per convincere i parlamentari più scettici: «La Maddalena è una base della marina militare italiana che comprende infrastrutture Nato poste a disposizione dell’Alleanza atlantica. (..) Nell’ambito di questa base, che quindi non è propriamente una base Nato, ma utilizzata dagli Stati Uniti nel quadro di un accordo Nato, esiste un punto d’attracco….» per navi d’appoggio ai sommergibili Usa. Insomma, si arrivò al ridicolo.

Nel frattempo cambiarono gli scenari della politica internazionale. La guerra fredda tra Usa e Russia si intiepidì fino a rasserenare completamente i rapporti tra le due grandi potenze. La Nato prese atto che si poteva lavorare per liberare La Maddalena da una base costosa e ormai inutile e accontentare la Regione rinunciando a una pesante servitù militare mal tollerata dai sardi. Insomma, sui tavoli della diplomazia internazionale si cominciò a preparare l’operazione “yankies, go home” che venne completata il 25 gennaio del 2008. Quali prospettive era possibile ipotizzare per il futuro della Maddalena? Gian Carlo Tusceri, per decenni corrispondente della Nuova Sardegna, storico e attento osservatore degli eventi che hanno caratterizzato la vita della Maddalena, ha espresso una sua tesi sulla rivista dell’Ente Parco: “L’unico problema che si pone adesso è quello economico, legato ai posti di lavoro che si perdono. Il fatto, però, che sia a livello nazionale che regionale, provinciale e comunale si stia operando concordemente, e che il Parco stesso si stia dando da fare per supportare le scelte dell’Amministrazione, dovrebbe alleggerire la tensione. Intanto stanno cominciando a piovere decine di milioni per il G8, altri ne sono arrivati per l’ospedale e per altre intraprese con finalità turistiche del Comune. Il Parco stesso ha avuto un raddoppio di fondi. Occorre fiducia e voglia di lavorare”.

Fiducia e voglia di lavorare. Ma non andrà così. Oltre 500 milioni verranno spesi per recuperare diversi edifici militari e trasformarli in hotel e servizi logistici per ospitare il summit dei grandi della terra. Era il 2009, un’altra data che La Maddalena dovrà annotare tra le più grandi delusioni della sua storia: il G8, l’evento che avrebbe dovuto cambiare profondamente l’isola favorendone un rilancio del turismo in grande stile non si tenne. Il governo Berlusconi decise di spostarlo all’Aquila da poco colpita dal terremoto. Quasi tutti gli edifici vennero costruiti a tempo di record bypassando codici e norme di legge. Monumenti inutili, mai aperti, altri che resteranno incompiuti, tutti abbandonati al degrado più totale. E poi i danni ambientali. Il fondale marino antistante l’hotel disegnato dall’architetto Stefano Boeri, il più lussuoso perché avrebbe dovuto ospitare Barack Obama e il suo seguito, è stato irrimediabilmente inquinato dai materiali di risulta e dai veleni gettati in acqua anziché nelle discariche. Resti della grande abbuffata di denaro pubblico finito nella tasche di imprenditori e funzionari dello Stato disonesti parte dei quali trascorsero brevi soggiorni in carcere.
La Maddalena non meritava questo oltraggio.

CATEGORIES
TAGS
Share This

COMMENTS

Wordpress (0)
Disqus (0 )
Show Buttons
Hide Buttons
error: