Saper ascoltare è un concetto di umiltà e democrazia

Saper ascoltare è un concetto di umiltà e democrazia

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Antonello Unida Jodo

di Antonio Unida
Garante territoriale dei Diritti delle Persone private della Libertà personale

Vado nella struttura carceraria di Bancali almeno due volte a settimana per circa sette ore: è un’esperienza incredibile.

Esserci, ascoltare, guardare, confrontarsi: sono tutti passaggi indispensabili del mio impegno in struttura, così come riflettere, elaborare, contestualizzare, esercitare una capacità critica. Il ruolo del Garante non è certamente quello del ragioniere, del semplice resocontista, è invece un interprete della realtà alla quale deve dare un senso. Gustavo Zagrebelsky, in un libro scritto qualche tempo fa per Einaudi, “Fondata sulla Cultura”, dice che “la conoscenza delle cose apre alla loro interpretazione e l’interpretazione dà un senso alle cose stesse, le fa conoscere come manifestazioni di senso” e aggiunge: “interpretare è sempre prendere posizione”. Ecco, secondo me, questo è uno schema che può tornarmi utile. Io conosco, e fin dove mi è possibile, informo. Mi rendo perfettamente conto che sto facendo una affermazione un po’ rischiosa, perché solitamente dal Garante si pretende esattamente il contrario, che abbia un certo distacco, soprattutto qui sui social, asettico, in definitiva di non prendere posizione, cosa che, a mio avviso, non ha prodotto ad oggi nessun risultato.

Il pianeta carcere è sempre stato visto una cosa a sé, di cui non parlare se non nei soliti stantii convegni per addetti ai lavori, di solito autoreferenziali.

Questa premessa perché parlare di carcere e su quello che ruota intorno, quindi anche in termini di politica penitenziaria e penale, è di fatto una informazione omologata, in cui abbondano le suggestioni buoniste oppure quelle, altrettanto stantie, populiste, l’uso dello stereotipo dell’allarmismo, la semplificazione estrema di una realtà molto complessa, oppure, per semplificare il tutto, il silenzio e l’indifferenza. Certo, non è certamente facile raccontarvi quello che ho visto e toccato con mano durante, ad esempio, il lockdown: ci andavo anche il sabato e la domenica, era essenziale esser presente, sia nel reparto maschile che femminile. Non è facile raccontare il carcere, le storie di chi ci vive: detenuti, poliziotti, educatori, cappellano, suore, volontari, di chiunque operi dentro. Io a volte, racconto in questa rubrica (ringrazio il suo direttore per l’opportunità) storie vissute, e noto un’enorme scarto tra il cosiddetto “sentire comune” e il “patrimonio comune di valori” dettati dalla nostra Costituzione, valori culturali, prima che giuridici.

Il sentire comune sul carcere è sordo rispetto a quei valori, anzi devo dire che il sentire comune si esprime molto spesso in senso opposto, quasi a voler negare quei valori o a minimizzarli.

Il senso di umanità delle pene, il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità, la rieducazione, il rispetto della dignità (per me un supervalore che non può esser bilanciato con altri), ebbene tutto questo ahimè, non trova alcun riscontro nella cultura dominante e diffusa, Spesso interagisco con voi e solo con alcuni solo alcuni, soprattutto Donne, riesco a trovare un filo conduttore comune. Ma io non mi arrendo, vado avanti, nell’ascolto, che come ho scritto in premessa, è un forte concetto di umiltà e democrazia.

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