Il cantante toscano ripercorre la sua carriera: dal presente chiamato Vanexa, al rapporto con il pubblico e le sfide del futuro. Andrea “Ranfa” Ranfagni tra collaborazioni, vita di band fa emergere il ritratto di un musicista che non ha mai smesso di cercare la sua strada
Ciao Andrea! Hai visto i Deep Purple? Ti aspettavi che Ritchie Blackmore salisse sul palco per questa ‘reunion’?
No, è stata una sorpresa. Negli anni ho avuto modo di parlare con persone vicine a lui e non sembrava ci fossero rapporti idilliaci. Questione di ego: Blackmore è il fondatore, ma il frontman è Gillan. È naturale che un cantante attiri più attenzione. Il cantante anche senza volerlo ha più ‘potere decisionale’, è inevitabile. Ora so che non sta benissimo, ha diversi stent al cuore e artrosi alle mani. Non credo lo vedremo molto in tour, anche se me lo auguro. Considerando l’età, 80 anni, è arrivato comunque molto bene. E poi guarda Ronnie James Dio: ha suonato fino all’ultimo.

E nei Vanexa invece come funziona?
Sono arrivato nel 2015 e ognuno si ritaglia il suo spazio. Non pretendo di stare sempre davanti: spesso canto affianco al batterista, mi muovo molto sul palco.
Dopo tanti anni, dischi, cambi di formazione… qual è oggi la vostra direzione artistica?
Siamo tranquilli, non ci sono attriti. Abbiamo ancora voglia di suonare, ed è la cosa principale. Non cerchiamo di essere “innovativi a tutti i costi”: chi l’ha detto che la novità debba essere per forza bella? Nel nostro genere ci sono ancora tante soluzioni da esplorare.
C’è sempre il vecchio adagio ‘duro a morire’ chi dice: “è commerciale, quindi è brutto”.
Non capisco questa mentalità. Bello è ciò che piace, non ciò che è “giusto”. Non abbiamo scelto di diventare commerciali, ma nemmeno di evitarlo a priori. Se una canzone funziona con tre accordi e una melodia orecchiabile, va bene così.
I vostri brani sono sempre stati molto riconoscibili.
Sì, abbiamo mantenuto quella linea: pezzi orecchiabili ma con parti tecniche. L’importante è che la canzone sia suonata bene e che i testi non siano banali. Parliamo spesso di temi sociali, anche se una canzone d’amore può starci.

Il festival Sorres in Rock in Sardegna
A Villasor avete portato una delle esibizioni più attese. Che impressione ti ha fatto il festival?
È un bel festival, organizzato molto bene e con grandi potenzialità. Puntare solo su gruppi italiani non è stato scontato. È stata una scelta coraggiosa. Peccato per la pioggia, che ha frenato un po’ il pubblico, ma chi c’era è stato caloroso.

Oggi si dice che i ragazzi siano più distratti dai social. È cambiato il rapporto band‑pubblico?
Sì, culturalmente è cambiato. I vecchi fan ci sono sempre, e i nuovi sono preparati. Il metal sta diventando una musica di nicchia, mentre i grandi festival puntano su altri generi. Però abbiamo fatto due date, una in Liguria e una in Sardegna, e l’affluenza è stata ottima.
Organizzare un festival così in Sardegna è una scommessa.
Assolutamente. Non sei, per dire, nella cintura di Milano ma nel profondo sud della Sardegna. Immagino difficoltà logistiche enormi. Quando ho visto il cartellone con noi e gli Skanners sono rimasto sorpreso. Va fatto un plauso al CCN di Villasor e Franco Onnis per l’ospitalità e l’organizzazione.

Gli inizi e la vita nella band
Com’è nata la tua passione per il canto?
La passione è nata con l’ascolto della musica, fin da quand’ero piccolo. Avevo la sfortuna e allo stesso tempo la fortuna di stare ore e ore a casa da solo, perché i miei lavoravano da mattina a sera, ed ebbi la possibilità di attingere a una mini-discografia. La mia compagnia era canticchiare nelle ore di solitudine. Per scherzo degli amici mi hanno portato a una sala prove, ma ciò avvenne a una certa età (19 anni), fino ad allora mai avevo approcciato un certo tipo di musica dal vivo.
Le band che ti hanno influenzato?
Ascolto tanti generi. Ho ascoltato molto i Queen e Freddie Mercury. Non mi vergogno a dire che ascolto anche Mina: in un album può esserci un brano rock e uno jazz ma Il mio album preferito è News of the World: dentro c’è punk, hard rock, latino rock. È un punto di riferimento costante per la mia formazione.
Quanto contano oggi i rapporti personali tra musicisti?
Tantissimo. Abbiamo affrontato momenti difficili, anche a livello personale, e c’è sempre stato un aiuto reciproco. Durante il Covid, senza possibilità di poter promuovere il disco, è stato un freno per tutti.
Da veterano: com’è lo stato del metal italiano nel 2026?
C’è nuova fame di musica suonata. Ci sono tante richieste e nuove generazioni che crescono bene. Il metal resiste: le mode passano, ma lui resta.

Collaborazioni e Deep Purple
In questo momento tutti ti conoscono come il cantante dei Vanexa, ma hai collaborato con tanti artisti.
Sì, oltre ai Vanexa canto nei Tripp e ho lavorato con vari musicisti, anche fuori dal rock. È giusto assorbire da più generi.
Spicca tra le tante la collaborazione con Ian Paice.
Lui è una persona molto posata. Io lo chiamo “Luccio”. Ho fatto 25 date con lui. Una volta, scherzando, mi ha detto che sono nella “top 10” delle presenze con lui. Mi ha fatto molto piacere.
E non ti ha mai proposto di entrare nei Deep Purple?
No (si ride), non quando fu il momento del cambio. Sarebbe stato troppo grande: servono responsabilità enormi. Un gruppo deve avere equilibrio innanzitutto umano, non solo tecnico. E noi nei Vanexa l’abbiamo trovato.

Dalla tua BIO vedo che hai collaborato con tantissimi artisti.
Ogni artista ha qualcosa che ti resta. Ho lavorato con Bernie Marsden: abbiamo fatto diverse date, ha inciso cinque brani nel mio CD. Anche lui, come Blackmore, non era proprio un santo… ma gli attriti ci sono ovunque, anche in famiglia.
Oltre la musica, nella vita di cosa ti occupi?
Sono educatore scolastico. Lavoro con bambini con disabilità. E dopo la scuola mi dedico alla musica.
Porti la musica anche a scuola?
Sì, sempre. Cantiamo, suoniamo, uso la musica per farli rilassare e alleggerire le difficoltà. La musica dovrebbe essere parte integrante dell’educazione dei bambini.

Dopo tanti anni di palchi e di vita “on the road”, c’è qualcosa che oggi ti sorprende ancora del mondo della musica?
Sì, una cosa mi sorprende sempre: la capacità delle band di restare unite, nonostante tutto. Perché da fuori sembra semplice, ma quando vivi mesi di tour capisci che è un equilibrio delicatissimo. Personalità diverse, ritmi diversi, ognuno con il proprio modo di prepararsi e di stare sul palco. Eppure, quando scatta la musica, si allinea tutto. È quello che ho visto anche con gli I Vanexa: possiamo arrivare da giornate completamente diverse, ma appena parte il primo riff ci ritroviamo. È la parte più bella, quella che ti fa dire “ok, ne vale ancora la pena”. Quello musicale, credimi, è un mondo di rapporti complessi, caratteri forti, dinamiche che cambiano. E in certi contesti devi avere le spalle larghe: gelosie, pretese, tensioni. Ne ho viste di tutti i colori. Devi essere impermeabile. Quando sei in tour, non esiste normalità: sei circondato da persone, scadenze, stress. È un lavoro vero, non una festa continua.
Quando nasce un nuovo brano dei Vanexa, da dove partite?
Dalla voce, da un riff, da un’immagine? R. Non abbiamo un metodo fisso. Dipende da chi porta l’idea. Artan arriva spesso con una melodia già chiara in testa, quasi sempre legata alla voce. Me la fa sentire, io ci costruisco sopra la mia parte e il gruppo segue quella direzione. Altre volte nasce tutto da un riff, altre ancora da un testo. Ogni brano ha la sua storia. Non ci piace lavorare “alla moderna”, prendere un pezzo, suonarci sopra e via: preferiamo rielaborarlo, smontarlo, ricostruirlo. Ora siamo nella fase della cernita: cinquanta brani da scegliere, riscrivere, provare. È un lavoro lungo, ma è il nostro modo di fare musica.
Possiamo aspettarci un nuovo disco nel 2027?
Speriamo. Non promettiamo nulla perché il nostro modo di lavorare richiede tempo. I ragazzi sono velocissimi, io invece sono più diffidente: vado su volentieri, ma non è proprio dietro l’angolo. Firenze, Genova… sono due ore e venti, come fare un Sassari–Cagliari. E quando devi ritrovarti spesso, provare, riscrivere, registrare, quei chilometri pesano. Però la volontà c’è, e la materia prima anche. Se tutto fila, il 2027 potrebbe essere l’anno giusto.
C’è un aneddoto di tour che non ti sei mai dimenticato?
Con i Vanexa ci divertiamo sempre, abbiamo mille battute che ci portiamo dietro per mesi. Ma uno degli episodi più assurdi è successo durante un mini-tour con la mia band, la Ranfaband. La Venturaggio della Vista aveva deciso di intervistarmi, ma nessuno me l’aveva detto. Il fonico mi fa: “Tra un quarto d’ora iniziamo”. Io tranquillo, vado in camerino… entro e mi ritrovo una sala stampa improvvisata, telecamere accese, gente che mi guarda. Dovevo ancora… vestirmi. Mi dicono: “Siamo in diretta”. Panico totale. Di solito ho una buona parlantina, ma lì ho tirato fuori il peggio di me. Un disastro. Ci abbiamo riso per giorni.
Tornerai in Sardegna?
Ahhh Bellissima! Ho cantato qui quattro volte in trent’anni: con i Vanexa, con un collettivo, con i Trip e una volta con Braido. Poche, se ci pensi, ma ogni volta è stata un’esperienza splendida. L’ulitma come sai a Sorres in Rock dove mi sono trovato benissimo: ragazzi organizzati, precisi, accoglienti. Spero davvero di tornare presto. E se venite voi “in continente”, fatemelo sapere: mi fa piacere rivedervi.
Chi è
Andrea Ranfa, all’anagrafe Andrea Ranfagni, nasce a Firenze nel 1969 e inizia a cantare nel 1988 con le prime cover band della scena fiorentina. Dopo anni di gavetta tra concorsi e gruppi locali, dal 1999 al 2005 entra nella compagnia musicale Kaspar Hauser, interpretando ruoli di peso come Rocky nel Rocky Horror Show e Jesus in Jesus Christ Superstar.
La svolta arriva nel 2000, quando si esibisce con Ian Paice dei Deep Purple: da quel momento Ranfa diventa una delle voci più riconosciute del rock-blues e dell’universo Purple, collaborando con numerosi musicisti italiani e internazionali. Nel 2004 partecipa a un mini‑tour con Paice e divide il palco anche con Bernie Marsden dei Whitesnake.
Negli anni successivi lavora con una lunga lista di artisti di primo piano: da Tracy G (Ronnie James Dio) a James Christian (House of Lords), fino a Glenn Hughes, Don Airey, Joe Lynn Turner, Ken Hensley, Micky Moody, Reb Beach, Tony Franklin, Ricardo Confessori, Frank Gambale e molti altri. Parallelamente porta avanti progetti come Ranfa Band, The Trip, Braido plays Blackmore e Mothership.
Il 1° luglio 2015 entra nei Vanexa, con cui pubblica Too Heavy to Fly (2015) e The Last in Black (2021), riportando la storica band savonese al centro della scena metal italiana. Dal 2016 collabora anche con i Silver Horses di Tony Martin (Black Sabbath).
Negli ultimi anni Ranfa ha partecipato ai progetti Secret Alliance e sta lavorando a un nuovo album che vedrà la presenza di Bernie Marsden e Glenn Hughes, in uscita nel 2027.
Una carriera ampia, costruita tra palchi, musical, collaborazioni internazionali e una costante fedeltà al rock suonato.