Una lettera allunga la vita

Una lettera allunga la vita

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Antonello Unida Jodo

di Antonio Unida
Garante territoriale dei Diritti delle Persone private della Libertà personale

 

Oggi desidero condividere questa cosa estremamente interessante: scrivere!
Già, in Struttura si torna indietro di almeno quarant’anni. Molte Persone detenute mi chiedono penne, quaderni, block notes, busta e carta da lettera…già, non esistono i cellulari, sono assolutamente vietati.

Loro possono comunicare con il mondo esterno tramite chiamate telefoniche, video chiamate e…in maniera epistolare, già…è fantastico, dentro è tutto un’altro mondo.
Ovviamente senza fare nomi, posso raccontarVi che si trova in una sezione particolare un ragazzo, sui trent’anni, che ogni tanto mi chiama, chiedendomi consigli su come impostare la lettera, a volte indirizzata alla propria fidanzata, un’altra volta alla adorata madre. Un giovane Uomo, che ama profondamente la propria Donna, con un grande senso di colpa nei confronti del l’anziana madre. È bello quando lo incontro, a volte gli brillano gli occhi..allora li intuisco che ha appena ricevuto una lettera. La trepidazione dell’attesa, l’emozione del leggere parole scritte su carta: è veramente tornare indietro di quarant’anni.

Io stesso ci ritorno, penso a quando da militare, il capo posto in una adunata, diceva a voce alta il tuo cognome, ed era una lettera, una cartolina, e Tu, ti appartava, ti concentravi su di essa, la aprivi pian piano, sentivi gli odori, in essa era racchiusa la sua voce… già, io quarant’anni fa, Marco invece, (nome di fantasia) lo fa oggi.

Anche questo fa il Garante territoriale dei Diritti delle Persone private della Libertà personale: deve entrare in piena empatia con le persone.
Qui si riscoprono i veri valori: le Persone detenute, entrano in una crisi profonda, quando sanno che all’esterno del carcere non hanno nessuno, viceversa si tratta di una profonda ancora di salvezza, quando sanno dell’esistenza delle persone che li attendono, anche se sono poche, pochissime, duo o tre al massimo. Generalmente sono sempre Donne…aaaahhh! La Donna, che Essere sublime.

Nei vari convegni, si parla sempre di riabilitazione, rieducazione dell’individuo che è finito in carcere, invece il più delle volte si dovrebbe parlare di vera e propria educazione, altro che

ri-educazione… l’analfabetismo regna sovrano, la maggior parte, oltre il 70%, non arriva alla terza media. È un lavoro veramente immane,  lo ribadisco e lo ripeterò alla nausea, plauso assoluto alle attuali educatrici, compiono nella quotidianità dei veri e propri miracoli, ma sono solo 2/3…si avete letto bene: due, a volte tre, educatrici su un fronte di 370 persone detenute.

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