Viaggio a Baghdad/19

Viaggio a Baghdad/19

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La telefonata del direttore del Tg Bepi Anziani mi raggiunse in redazione in un giorno imprecisato del 2001: “Ti va un viaggio a Baghdad?”. Mai avrei pensato di dover andare in Iraq, paese sempre turbolento seppure bellissimo. “Tu e Nateri (l’operatore) dovrete seguire una missione organizzata dall’associazione Asia-Italia per aiutare il paese arabo. Si parte con un volo privato fra tre giorni. Ok?”. Ok per forza quando non ci sono alternative.

La missione messa a punto dall’associazione Asia-Italia, presieduta da un sardo di Barbagia, amico fraterno dell’esponente della Dc Angelo Roich, aveva come obiettivo l’incontro tra una parte del governo iracheno e una delegazione della Regione composta dal presidente Mariolino Floris, da alcuni assessori della giunta regionale con deleghe attinenti alle maggiori esigenze degli arabi, rappresentanti della Cis e della Sfirs, dirigenti di enti regionali e due imprenditori privati, Cellino, industria della pasta, e Giovanni Muscas, patron della catena di supermercati Nonna Isa.

Da anni l’Iraq era sottoposta ad embargo dall’Unione Europea con il famigerato “Oil for food” (“petrolio in cambio di cibo”, cioè puoi vendere un determinato quantitativo di petrolio ma solo per acquistare cibo, medicinali e poco altro). Ma il paese di Saddam Hussein aveva necessità di ben altro: consulenze per ammodernare l’agricoltura, per innovare la pubblica amministrazione, organizzare corsi di formazione professionale, fornire indicazione tecniche al governatore della Banca araba per superare il blocco alla stampa di nuove banconote. Raccolte queste informazioni raggiunsi Fiumicino e da lì lo scalo di Ciampino. In pista ci attendeva un jet privato, di proprietà o acquisito in leasing da un imprenditore italiano con numerosi interessi in Iraq.

Della spedizione avrebbe fatto parte anche una troupe di Sardegna 1, con l’amico Gianni Zanata, e questo mi rasserenò. Prendemmo posto sul jet, che non offriva il massimo del comfort, e decollammo destinazione Baghdad. A metà del volo, scalo tecnico in una landa desolata in territorio bulgaro su una pista appena sufficiente per l’atterraggio del jet. Scendemmo per qualche minuto in un mini aeroporto ricavato in una ex chiesa. C’erano ancora i banchi per i fedeli. Fatto rifornimento, decollo e arrivo dopo due ore a Baghdad. Scalo moderno, dotato di tutti i servizi, con un traffico molto limitato. Ad attenderci, una delegazione del governo iracheno, molto cordiale e altrettanto frettolosa. Il bus lasciò lo scalo e si avviò verso l’hotel. Sui bordi della strada, per alcuni chilometri, una fila meravigliosa di palme d’alto fusto che d’improvviso scomparvero per lasciare posto ad un muro di cinta realizzato con materiali di pregio. Uno dei nostri accompagnatori che aveva notato la nostra curiosità su cosa potesse nascondere quel muro ci disse senza reticenze: “E’ la nuova dimora di Saddam Hussein. E’ una sorta di villaggio, con edifici di pregio attorno alla villa del presidente, il tutto circondato da laghetti sui quali ci si potrà muovere con barche a remi e piccoli motoscafi”. Cominciavamo a farci un’idea: il solito paese arabo dove pochi possiedono enormi ricchezze mentre la popolazione vive nella miseria più nera.

Il presidente dell’associazione Asia-Italia, in collaborazione con funzionari del governo, aveva già preparato l’agenda degli incontri tra le delegazioni. Devo dire che non si perse tempo. All’interno del palazzo del governo si svolsero sette incontri ai massimi livelli, compreso quello tra il vice di Saddam, Tarek Aziz, e il presidente della Regione Mariolino Floris. I rappresentanti del sistema creditizio sardo, rappresentato da Cis e Sfirs, e i loro omologhi iracheni, guidati dal governatore della Banca Irachena, si appartarono nell’ufficio del ministero del Tesoro in un’altra ala del palazzo. Tutte le richieste vennero esaminate dai funzionari della Regione e da alcuni consulenti profondi conoscitori delle normative che regolavano qualsiasi rapporto di collaborazione tra l’Iraq e altri paesi.

Chi aveva organizzato il nostro soggiorno aveva previsto la visita ad alcuni tra i più interessanti siti di Baghdad, dalla grande moschea alla casbah, al museo dei caduti nella guerra con l’Iran e infine la visita al bunker di Al Amyria, il santuario dell’orrore. Qui il 13 febbraio del 1991 un caccia americano riuscì a centrare con due missili la condotta di areazione della struttura e a raggiungere anche le parti più profonde del rifugio provocando un’esplosione terribile. All’interno si erano rifugiati 1000 civili, 408 morirono carbonizzati, la gran parte erano bambini. Lo abbiamo visitato accompagnati da una guida, una donna ancora giovane, completamente vestita di nero. Madre di nove figli, quel giorno ne aveva lasciato otto nel bunker per andare a comprare il pane. Tutti morti. Da allora, e non so fino a quando, è stata la guida che ha accompagnato tutti i visitatori in una sorta di tour dell’orrore. Il bunker, nelle intenzioni del regime, doveva somigliare ad un santuario con le immagini di tutte le vittime appese alle pareti che portavano ancora le impronte di corpi letteralmente sciolti dall’esplosione. Immagini terribili, difficili da dimenticare.

L’incontro con Tarek Aziz,

Quel giorno insieme ai colleghi di Sardegna 1 decidemmo di chiedere alla scorta se fosse possibile visitare l’ospedale pediatrico “Saddam Hussein”. Ce l’aveva consigliato un medico italiano che nella struttura aveva trascorso un periodo di volontariato. Pensavamo avrebbero fatto storie invece furono disponibilissimi. Il mattino successivo vennero a prenderci in hotel e ci accompagnarono all’ospedale oggi ribattezzato Al-Salam Teaching Hospital. La struttura sanitaria non era stata risparmiata dalle bombe degli americani, c’erano segni evidenti delle esplosioni sulle pareti esterne specie quelle più vicine all’ingresso. Ci venne incontro un medico di chiare origini cinesi e ci fece da guida. Ci sembrò di essere finiti in un girone infernale. Tutti i bambini avevano perso i capelli in seguito alla chemio, erano di un pallore spaventoso. Non c’erano stanze sufficienti perciò in alcuni locali erano state sistemate delle barella e delle tende a fare da divisori. Accanto ad ogni letto, vicino ai bambini e alle bambine, le madri che vivevano praticamente tutte le giornate nella struttura ospedaliera. “Per noi sono un grande aiuto – ci disse il medico – perché si fanno carico dell’assistenza ai bimbi lasciando al personale la possibilità di dedicarsi ad altre incombenze”.

Decine di piccoli pazienti, tutti con un tragico destino segnato, vittime incolpevoli delle bombe all’uranio impoverito e al fosforo utilizzate dagli americani intervenuti in aiuto del Kuwait nella 1^ Guerra del Golfo scatenata nel 1990 dall’Iraq. I primi ordigni emettono radiazioni che con il tempo possono provocare gravi malattie, come le leucemie e i tumori al cervello, mentre i secondi hanno effetti immediati. Sviluppando un grande calore provocano ustioni gravissime, quasi sempre mortali. I testimoni di questo conflitto erano anche dentro il “Saddam Hussein”. L’odore della carne ustionata e dei farmaci rendeva l’aria irrespirabile. C’era una grande necessità di tutti i materiali ospedalieri e di farmaci chemioterapici. Il governo iracheno accusava gli americani e l’Unione europea di impedire il rifornimento di medicinali. Non era proprio così perché i farmaci erano esclusi dall’embargo, quindi volendo potevano essere acquistati. “Tante cose potrebbero essere fatte per questa povera gente – mi sussurrò un medico laureato in Italia – se soltanto il regime utilizzasse maggiori risorse per il benessere della popolazione anziché trasferirle nelle banche off shore all’estero o per acquistare armi”.

Lasciammo il Saddam Hussein con la morte nel cuore. Quante vittime innocenti di una guerra infinita per il controllo del petrolio, prima con l’Iran, lunga dieci anni, poi con i kuwaitiani. Al fianco di questi ultimi si erano schierati gli Stati Uniti, per timore di perdere l’oro nero, utilizzando la loro immensa macchina da guerra. Finita la visita ho avvertito una sensazione di impotenza, di rabbia, di tristezza. Per diversi giorni al mio ritorno a casa gli occhioni tristi ma bellissimi di quei bambini senza futuro tormentarono i miei sogni. Al rientro in albergo incontrai la commissione regionale. Uno scambio di impressioni sull’esito degli incontri con gli iracheni. Qualcuno accennò a progetti su cui sarebbe stato possibile stringere degli accordi. L’associazione Asia-Italia avrebbe fatto da garante mentre alcuni imprenditori italiani residenti per lavoro da anni in Iraq avevano dato la loro disponibilità a seguire tutti gli aspetti burocratici relativi a possibili insediamenti industriali. Insomma, c’era la sensazione che quel viaggio in qualche modo sarebbe stato fruttuoso. Nulla di più illusorio. Una ventina di giorni dopo il nostro rientro in Sardegna gli americani invasero l’Iraq, posero fine alla dittatura di Saddam Hussein e, di conseguenza, fecero naufragare ogni possibile utile collaborazione tra arabi e sardi.

 

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