Sorres in Rock, Villasor – Luglio 2026
Foto: Fabrizio Carta
Dal quartiere operaio di Oltrisarco ai palchi con Dio, Iggy Pop e Deep Purple: Claudio Pisoni ripercorre al Sorres in Rock una vita di musica, fatica e rinascite. Un viaggio tra gli anni ruggenti del metal, le crisi degli Novanta, la devozione dei fan e quella seconda chance che oggi lo spinge a trasformare ogni concerto in pura energia
Claudio, partiamo dalle origini: il tuo cognome è molto diffuso in Sardegna. Lo sapevi?
In realtà no. Ho sempre pensato che fosse un cognome trentino. Mio nonno viveva nella provincia di Trento, vicino ad Arco e al lago di Garda. Poi la famiglia si è spostata più a nord e mio padre, per lavoro, è arrivato in Alto Adige. Io sono nato lì. Solo col tempo ho scoperto che quel cognome, in Sardegna, è ovunque.
Com’erano gli inizi degli Skanners nei primi anni Ottanta?
Un’altra epoca. Bolzano era un salotto borghese, molto chiuso, e noi arrivavamo da Oltrisarco, un quartiere popolare davanti alle acciaierie. Eravamo cinque ragazzini con i capelli lunghi, visti come “drogati” o “scappati di casa”. Poi ci hanno visto su un palco: il 7 luglio 1982, nei prati del Talvera. Avevo 17 anni. Da lì è cambiato tutto.
Quando avete capito che la band stava decollando?
Quando abbiamo registrato il primo demo tape, nel 1983. Lo spedimmo a Beppe Riva e a Ciao 2001: fu recensito come miglior demo dell’anno. Da quel momento arrivarono le prime date fuori regione, a Bergamo, Padova… e poi il contratto con la CGD. Siamo ancora l’unica band italiana heavy metal ad aver inciso per una major negli anni Ottanta.

Gli anni Novanta sono stati un periodo di crisi per il metal. Come l’avete vissuto?
La WEA comprò la CGD e licenziò tutti. Arrivò il grunge, molte band si sciolsero. Noi no. Io e Fabio non abbiamo mai pensato di mollare. Sapevamo che il metal avrebbe ripreso fiato. E infatti, nel ’95, l’aria stava già cambiando: tour con Iggy Pop, nuove date, nuovo pubblico. Da lì siamo ripartiti.
Avete condiviso il palco con artisti enormi. Qual è il ricordo più forte?
Ronnie James Dio. Ho diviso il palco con tanti grandi, ma lui era imbattibile. Mi colpì la sua umiltà: dopo i concerti firmava dischi fino all’ultimo fan, dicendo “sono loro che mi danno da mangiare”. Una lezione di rispetto che non ho mai dimenticato.
Oggi, nel 2026, esiste ancora una scena metal italiana?
Sì, ma resta sotterranea. I grandi media non hanno mai dato spazio al metal, né negli anni Ottanta né oggi. Paradossalmente, allora c’era più visibilità: in RAI vedevi Vanadium, Strana Officina… oggi è impensabile. E manca cultura musicale: molti ragazzi non sanno cosa ascoltano, e spesso nemmeno i genitori.

Le nuove tecnologie hanno aiutato o penalizzato le band?
Entrambe le cose. YouTube e Spotify ti danno visibilità, ma ti mescolano con il mondo intero. È dispersivo. Oggi è più facile registrare un disco, ma negli anni Ottanta dovevi essere davvero bravo: niente autotune, niente scorciatoie. Il vinile sta tornando, per fortuna, ma il digitale ha preso il sopravvento.
Quali sono state le tue influenze musicali?
Sono partito dal blues, poi new wave, metal, hard rock e AOR. Ascolto tantissimo AOR: Journey, Survivor, Giant, H.E.A.T. Mi piace la loro energia, le melodie, la qualità costante. È un genere che mi accompagna anche in bici.
A proposito: sappiamo che il ciclismo è una tua grande passione. Da dove nasce?
Dal bisogno di fatica. Il ciclismo è uno sport duro, di testa. Mi aiuta anche nella musica: resistenza, concentrazione, disciplina. Ho fatto Mortirolo, Tre Cime di Lavaredo, Pampeago… tutti i luoghi mitici dell’Alto Adige. Se non tribulo, non è sport.
C’è un momento sul palco che non dimenticherai mai?
Il finale di un concerto in tour con i Deep Purple. Sono salito sulle casse, ho guardato la folla e ho visto migliaia di persone sollevare le braccia. In quei momenti non sono più Claudio Pisoni: divento energia. È l’essenza dell’heavy metal.

Hai superato un momento difficile di recente. In che modo ti ha cambiato?
Dovevo morire. Non era la mia ora. Mi hanno dato un’altra chance e voglio usarla bene: aiutare gli altri, dare energia positiva. Sono volontario e finanzio un rifugio per cani a Cavaion Veronese. Vivo attimo per attimo, con un sano egoismo: se posso aiutare, aiuto.
Oggi dove ti senti davvero a casa?
Sul lago di Garda. È il mio posto del cuore da sempre. L’Alto Adige mi ha stufato: è diventato una bolla di sapone. Il Garda invece mi dà pace, radici, bellezza. È lì che voglio stare.
