giovedì 1 Ottobre 2026
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L’intervista – Bruno Rubattu fa 90: una vita da presidentissimo della Torres

L’intervista – Bruno Rubattu fa 90: una vita da presidentissimo della Torres

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Bruno Rubattu Torres Sassari

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Dalla partita all’Asinara alla scoperta di Zola, passando per le sfide al Cagliari: Bruno Rubattu ripercorre gli anni della sua Torres e lancia un appello alla città: «La squadra va sostenuta, perché la Torres è una risorsa importante per la città»

 

Partiamo dagli anni della sua presidenza. Qual è il primo ricordo che le viene in mente quando pensa a quella Torres?


Il primo ricordo è legato alle mie radici. Sono nato torresino e, in quegli anni, non c’erano molte occasioni di svago. Per me la Torres è sempre stata qualcosa di speciale: ieri, oggi e sempre.

 Da semplice tifoso sugli spalti è arrivato fino alla carica di presidente. Un onore, ma anche una responsabilità che impone di prendere decisioni difficili. Qual è stata la scelta più complicata che ha dovuto affrontare?

Eravamo un gruppo di amici che voleva bene alla Torres. Sono diventato presidente proprio per questo: per l’amore che ho sempre avuto verso questi colori. Da ragazzo giocavo anche a calcio e, quando si è presentata l’occasione di far parte di quel gruppo di torresini, ho accettato con entusiasmo. Ho sempre cercato di agire sempre nell’interesse della Torres.

 C’è stato un momento in cui si è ritrovato a pensare “Questa decisione mi costa davvero”? Il presidente è sempre il primo a ricevere applausi e critiche.

Essendo torresino, sentivo ancora di più il peso della responsabilità. Sono stato scelto e ho cercato di mettere a disposizione quello che sapevo fare meglio: costruire una squadra forte, competitiva, ma soprattutto profondamente legata alla città.

Quindi alla base di tutto c’era un forte senso di appartenenza.

Assolutamente. Ricordo un amico, Piero, che mi chiese una cortesia particolare: portare la Torres all’Asinara per disputare una partita con i detenuti. Non ci pensai due volte. Ho fatto subito i biglietti e andammo a giocare. Fu una grande emozione e non mi interessò minimamente tutto il resto. Sono sempre stato uno sportivo: a dodici, tredici anni facevo il podista. Ho sempre avuto nel cuore questa città.

Uno sportivo con la città nel cuore e neppure a dirlo la squadra. Che rapporto aveva con i giocatori? Era più il poliziotto buono o quello cattivo?

Ho sempre cercato di avere un buon rapporto con i giocatori e credo che i risultati abbiano dimostrato che quella era la strada giusta. Il nostro obiettivo era tenere testa al Cagliari e ci siamo riusciti: abbiamo vinto la Serie D e la C2, poi abbiamo lottato fino all’ultimo in C1 senza mai perdere contro di loro, in quegli anni. Il rammarico è non essere riusciti a regalare la Serie B a Sassari. Credo però che la città si sia divertita con la mia Torres, così come oggi può continuare a divertirsi con questo gruppo dirigente, che considero eccellente.

 Veniamo a un aspetto più delicato. Il presidente mette risorse economiche e ci mette la faccia. Come gestiva la parte finanziaria della società?

Le faccio una confidenza: sono sempre stato molto sveglio, fin da bambino. Un giorno mi segnalarono un giocatore della Nuorese, un certo Gianfranco Zola. Chiesi di incontrarlo e lo acquistai subito per sei milioni di lire. Naturalmente, pur avendo una buona conoscenza del calcio, sapevo quanto fosse importante affidarsi a professionisti competenti. Persone come Nello Barbanera, che conosceva molto bene l’ambiente e i principali dirigenti del calcio italiano. Grazie ai suoi rapporti, e in particolare al legame con Luciano Moggi, allora dirigente del Napoli, Zola fu poi ceduto ai partenopei per una cifra importante.

A proposito di quella cessione, esistono diverse versioni sulla cifra effettiva. Approfittiamo della presenza di chi quella trattativa l’ha vissuta in prima persona per fare chiarezza.

Lo vendemmo per 180 milioni di lire. Fu un’operazione fondamentale, che ci consentì di costruire una squadra capace di competere alla pari con il Cagliari, che durante la mia presidenza non riuscì, voglio sottolinearlo, mai a battere la Torres in quei 4 derby.

Dopo questo viaggio nei ricordi, torniamo al presente. Lei continua a frequentare lo stadio e poco fa ha definito ottimo l’attuale gruppo societario. Che giudizio dà della Torres di oggi?

Credo che questo gruppo possa fare molta strada, soprattutto se sostenuto dalla città. La Torres sta crescendo e ha margini per migliorare ancora, ma ha bisogno dell’aiuto dei tifosi. Inoltre, sono stto molto orgoglioso della decisione del Comune di intitolare lo stadio a Vanni Sanna, una persona che ha amato profondamente i nostri colori.

Lei non ha mai nascosto di essere stato un presidente-tifoso. Come gestiva il rapporto con una piazza così passionale ed esigente?

Semplice: ho sempre avuto un ottimo rapporto con la tifoseria. Del resto sono uno di loro: sono nato torresino e sono un uomo del popolo.

 Che eredità e quale messaggio sente di lasciare alla Torres di oggi?

Vorrei approfittare di questa intervista per lanciare un appello.  La Torres è un bene della città, una componente importante. Bisogna sostenere la squadra e questa società, riempire lo stadio e creare entusiasmo. I tifosi sono sempre stati – e io mi considero tale – la spinta decisiva.

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