sabato 5 Settembre 2026
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Giorgio Perinetti al Festival City&City: il racconto di una ferita e di ciò che resta di bello

Giorgio Perinetti al Festival City&City: il racconto di una ferita e di ciò che resta di bello

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Quello che non ho visto arrivare. Emanuela l'anoressia e ciò che resta di bello

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Il 2 settembre, a Sassari nel chiostro di Santa Maria di Betlem, Giorgio Perinetti porterà al Festival City&City un libro che non è soltanto una testimonianza, ma un passaggio obbligato dentro un dolore che continua a chiedere ascolto. Quello che non ho visto arrivare. Emanuela, l’anoressia e ciò che resta di bello è il titolo di un racconto che nasce da una perdita improvvisa e da una consapevolezza tardiva, maturata quando ormai le possibilità si erano assottigliate.


Un dirigente che ha attraversato mezzo secolo di calcio

Nato a Roma nel 1951, Perinetti è uno dei volti più riconoscibili del calcio italiano. Cinquant’anni di carriera lo hanno portato dal settore giovanile della Roma alla direzione sportiva della prima squadra nel 1984, poi al Napoli di Maradona e allo staff dirigenziale della Juventus. In provincia ha costruito alcune delle sue pagine più note: le promozioni con Siena, Bari — dove porta Antonio Conte in panchina — Venezia e Palermo. Dal 2025 guida il progetto dell’Athletic Club Palermo in Serie D, una sfida che ha accettato con la stessa determinazione che ha segnato tutta la sua vita professionale.

Il libro: una corsa contro il tempo

Il cuore del volume è Emanuela, la figlia primogenita, morta il 29 novembre 2023 a trent’anni per una forma acuta di anoressia. Perinetti racconta una malattia che si è insinuata lentamente, nascosta dietro la normalità apparente di una vita piena: il lavoro da influencer sportiva, la passione per il calcio, la capacità di muoversi con naturalezza in un mondo che aveva sempre sognato.

Eppure qualcosa si incrina. La perdita della madre nel 2015, un linfedema che segna le gambe fin da giovane, l’ossessione per una perfezione irraggiungibile. Durante la pandemia Emanuela smette di mangiare. Quando mangia, vomita. Nasconde, inventa, protegge la sua malattia con una montagna di bugie che il padre scoprirà solo tre anni e mezzo dopo.

Da quel momento inizia una rincorsa disperata: visite specialistiche, ricoveri rifiutati, litigi, tentativi di convincerla a farsi aiutare. Una lotta che sembra sempre sul punto di cambiare il corso degli eventi e che invece scivola via, fino alla caduta in casa che segna l’ultimo tratto della storia.

Ciò che resta di bello

Il libro non è un memoriale, né un omaggio postumo. È un tentativo di trasformare il dolore in uno strumento utile, una mano tesa verso chi vive la stessa spirale e verso i genitori che guardano i propri figli consumarsi senza riuscire a fermare la discesa. Perinetti scrive per provare a salvare almeno una persona. Perché, come ripete nel volume, ciò che resta di bello non è la consolazione, ma la possibilità che la sua esperienza diventi un appiglio per qualcun altro.

L’incontro del 2 settembre

Al Festival City&City, in collaborazione con la Libreria Chiara e Stefy di Ghilarza di Bachisio Medde, Perinetti presenterà il libro  come chi ha attraversato mezzo secolo di successi possa ritrovarsi improvvisamente disarmato davanti a un dolore che non aveva riconosciuto in tempo. Un appuntamento che parla  di ciò che può accadere nelle pieghe delle vite più esposte, e di come raccontarlo possa diventare un modo per non lasciare che tutto si perda. Dialoga con l’autore Alessandra Piredda.

Quello che non ho visto arrivare. Emanuela, l'anoressia e ciò che resta di bello

Il libro

Accorgersene quando ormai è troppo tardi. “Quello che non ho visto arrivare” è l’atto di dolore che Giorgio Perinetti dedica a sua figlia Emanuela, morta il 29 novembre 2023 a trentaquattro anni per una forma acuta di anoressia. Non per ricordarla, «perché lei era così socievole e capace che tanto la ricordano tutti». Bensì per spingere chi soffre di quel diabolico male a non buttarsi via all’inseguimento di una perfezione effimera, per spalleggiare la battaglia dei tanti genitori che vedono smagrire le proprie figlie sotto i loro impotenti occhi. A Emanuela, primogenita di un direttore sportivo tra i più stimati in Italia, non mancava nulla. La bravura, la bellezza, il successo, la passione per il calcio ereditata dal padre e trasformata nella professione di influencer digitale. Aveva tutto, tranne la madre Daniela, stroncata nel 2015 da un tumore. Però non si piaceva, nonostante frequentasse il mondo dei suoi sogni di bambina. Per non prendere chili alle gambe, segnate in gioventù da un linfedema, dalla pandemia in poi aveva smesso di mangiare. E se per caso mangiava, tra una portata e l’altra andava in bagno a vomitare. Un virus molto peggiore del Covid, del quale il padre viene a conoscenza tre anni e mezzo dopo scoprendo la montagna di bugie che le raccontava la figlia pur di nascondergli l’anoressia. Li, tra visite specialistiche e ricoveri rifiutati, liti feroci e strategie di persuasione, nasce una forsennata rincorsa alla vita che iniziava a sfuggire di mano. Poi Emanuela cade in casa e da quel giorno non si rialza più. Lasciando affogare il padre Giorgio nel tormento di «quello che non ho visto arrivare». Ma convincendolo a scrivere «ciò che resta di bello», a partire dall’impegno per salvare anche una sola persona soffocata dalla stessa corda.
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