Le notizie dal fronte vedono sempre più protagoniste le armi guidate dalla IA. Fra queste, un ruolo centrale è stato assunto dai droni, spesso dotati di autonomia decisionale sulla scelta del bersaglio e sulla sua eliminazione
Le recenti cronache di guerra, soprattutto dal fronte ucraino, riferiscono che ormai gran parte delle vittime è causata dall’impiego dei droni, o meglio, con terminologia tecnica attuale, UAV (Unmanned Aerial Vehicles): si tratta di veicoli aerei privi di essere umano, sviluppati sia nella versione killer, usata per fare fuoco contro i bersagli (quindi riutilizzabile), sia in quella kamikaze, che viene caricata di esplosivo e si schianta direttamente sull’obiettivo (una sorta di drone “usa e getta” o “monouso”).

Attacco kamikaze con drone
Non è la prima volta che questo strumento viene utilizzato contro bersagli umani, dato che gli Stati Uniti in passato avevano fatto ricorso ai droni Predator e Reaper per eliminare i terroristi in territorio ostile, evitando così di sacrificare truppe a terra (i c.d. boots on the ground), ma in quel caso c’era una differenza sostanziale: era pur sempre un essere umano a decidere se e quando premere il grilletto, sebbene da migliaia di chilometri di distanza e da una consolle più simile ad un videogioco che ad un’arma. Già questo meccanismo aveva sollevato polemiche etiche, dato che l’esecutore, in questo contesto rarefatto, difficilmente aveva una piena percezione del gesto letale impresso con il joystick.
Ma ormai siamo andati molto oltre.

– Drone Reaper
Nella guerra russo-ucraina, infatti, si registra un salto di qualità epocale, perché questi strumenti sono spesso dotati di IA e di autonomia decisionale: il drone quindi individua da sé il bersaglio utilizzando sofisticati sensori, è in grado di stanarlo, dargli la caccia e decidere se e quando eliminarlo: le macchine che uccidono l’uomo sono già una realtà quindi.
Questo passaggio va al di là perfino della fantascienza con cui sono cresciute generazioni di lettori, specie quelli che avevano confidato nello scenario tutto sommato rassicurante dipinto da Isaac Asimov, il padre della science fiction moderna. Fino agli anni ’40 del secolo scorso, infatti, la narrativa solitamente si rifaceva ad una figura del robot che si ribella al proprio creatore, riproponendo in chiave tecnologica l’archetipo del ben noto Frankenstein di Mary Shelley. Del resto, gli studiosi di cultura classica spiegavano che l’essere umano, nel momento in cui pretende di creare la vita, compie un oltraggio alla/e divinità, il che giustifica un castigo alla sua arroganza, consistente appunto nella ribellione dell’automa.
Asimov (di famiglia ebrea russa, poi emigrata negli States) in quegli stessi anni spezza invece questa tradizione e ci spiega il perché: secondo lui, l’ingegno è stato dato all’uomo per essere usato, altrimenti non avrebbe significato, per cui la creazione della macchina non ha connotazioni negative, ma semplicemente quest’ultima va resa non pericolosa. Allo stesso modo, quindi, in cui l’essere umano utilizza la sega elettrica, ma la munisce di un meccanismo di protezione (il paragone è proprio di Asimov), nel robot deve essere installato un sistema di sicurezza e, più esattamente, un micro-sistema giuridico che ne vincoli le azioni e lo renda inoffensivo per le persone.
Dalla mano di questo scrittore nascono così le tre Leggi della Robotica (più avanti se ne aggiungerà una quarta), il cui cardine è la Prima Legge, vera norma fondamentale (la Grundnorm, avrebbe detto il filosofo del diritto Hans Kelsen), che testualmente si esprime così: “Un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno”. Il rispetto dell’integrità umana diventa quindi precetto fondamentale per l’automa.

Le Tre Leggi della Robotica
A proposito di Asimov: date le sue origini, c’è da presumere che avesse familiarità sia con il termine robot (che deriva da una radice slava, con il significato di lavoro/lavoro pesante), sia con il mito ebraico del Golem, automa creato dal fango, a cui l’uomo conferisce il soffio vitale per farne un suo servitore.
Le tre Leggi costituirono una vera rivoluzione culturale, non limitata alla science fiction, poiché per molti anni il dibattito, anche normativo, sulla produzione dei robot ha tenuto ben presenti questi principi. Tuttavia, alla luce dello scenario attuale, c’è da chiedersi cosa sia rimasto di tutto ciò, soprattutto con l’avvento dell’IA, che apre prospettive inedite viste le sue enormi potenzialità: per semplificare il discorso, basti ricordare la sua potenza informativa e di calcolo, di gran lunga superiore all’uomo e ai computer tradizionali, i suoi meccanismi di autoapprendimento (c.d. machine learning) e soprattutto la sua autonomia decisionale, particolarmente inquietante se non sottoposta a limiti etici o normativi.
I contrasti più stridenti con l’etica, non a caso, si sviluppano proprio intorno all’utilizzo bellico di quest’ultima, che va anche oltre i droni da guerra di cui si è detto. Per citare un altro impiego illustrato dagli analisti, ad esempio, un ruolo notevolissimo sul fronte viene rivestito dai sistemi di IA basati su algoritmi predittivi, che analizzano direttamente i dati raccolti per individuare obiettivi infrastrutturali, da colpire poi con le armi.
Questa prassi non è priva di insidie, anzi.
Un grosso fattore di rischio, secondo gli esperti, è la c.d. sycophancy (o aderenza acritica) delle IA, che tendono a dare ragione agli utenti, confermando le loro opinioni e attenuando il disaccordo, con risposte che l’utente percepisce come rassicuranti. Questi strumenti potrebbero quindi concorrere a confermare decisioni militari in realtà già prese, indipendentemente dalla loro oggettiva validità, nell’intento di compiacere l’interrogante.
Altro rischio da tener presente sono le allucinazioni della IA: a volte un sistema di intelligenza artificiale presenta come certa un’informazione invece sbagliata o completamente inventata, magari perché fuorviata da dati non corretti o obsoleti, errori di traduzione, ecc.: alcuni analisti riportano a questa ipotesi, ad esempio, il tragico bombardamento in Iran di una scuola, dato che in passato il sito era stato una sede delle Guardie Rivoluzionarie iraniane (ne parla, su Il Sole 24Ore del 20 marzo 2026, Pierluigi Paganini, Guerra e intelligenza artificiale, il rischio sistemico: quando gli algoritmi anticipano la decisione umana).

Guerra e algoritmi predittivi (da Il Sole 24Ore)
Tecnicamente, quindi, nulla più impedirebbe di delegare integralmente la conduzione di una guerra alla IA, che potrebbe effettuare la pianificazione del conflitto con algoritmi predittivi ed eseguire le azioni al fronte mediante automi bellici.
In un recente e documentato saggio di un giornalista (oggi Defence Correspondent di Repubblica, ma già fra gli esperti dell’Espresso e del Corriere della Sera) viene riportato questo passo testuale, particolarmente suggestivo: «L’unione fra droni e intelligenza artificiale ha superato per sempre una frontiera epocale, avviando un percorso che ha portato rapidamente a rendere le macchine guerriere non solo autonome dall’uomo, capaci di scegliere da sole quali bersagli distruggere, ma anche superiori agli umani, perché in grado di individuare gli obiettivi e deciderne l’eliminazione, con una velocità che nessun pilota in carne e ossa potrà mai eguagliare» (Gianluca Di Feo, Il cielo sporco, Guanda Editore, 2025, pag. 37).

Il libro Il cielo sporco
Da non trascurare, infine, un aspetto che attualmente pare ancora sottovalutato, ma che invece meriterebbe maggiore attenzione, anche alla luce delle attuali crisi energetiche collegate ai fatti di guerra. Occorre infatti tenere presente che l’IA è estremamente energivora a causa dei massicci data center necessari per addestrare e far funzionare i modelli complessi e della necessità di raffreddamento delle macchine: secondo le stime, i consumi globali potrebbero infatti raggiungere un impatto paragonabile al fabbisogno di intere nazioni e potrebbero allora innescare una nuova geopolitica, dove chi controlla le fonti energetiche e le reti controlla anche il futuro dell’IA. Non è allora irragionevole ipotizzare il rischio di nuove guerre per accaparrarsi aree e risorse, dove l’IA non sarebbe solo uno strumento di guerra, ma anche causa della stessa.
Ancora non si parla seriamente di regolamentare l’uso bellico di questi strumenti, dove invece una nuova convenzione internazionale (come quella di Ginevra sulle armi) parrebbe quantomai opportuna. Nel frattempo, è di pochi giorni fa la notizia che una IA è evasa da un ambiente di test, ottenendo l’accesso a internet e violando autonomamente i server della piattaforma per cercare le soluzioni a una sfida di hacking. Episodi simili di comportamenti non autorizzati o tentativi di aggirare i controlli sono stati riscontrati anche nei test di altri istituti e laboratori. Non solo intelligenza, ma anche scaltrezza artificiale, quindi.
Caro Isaac, le tue Leggi della Robotica, con la loro centralità della vita umana, sono ormai un lontano ricordo. Chissà poi se in futuro sarà sempre l’uomo ad essere autore di romanzi di fantascienza, o se invece una nuova mente li saprà scrivere meglio.
Ma soprattutto, per quale pubblico?
Riccardo Frau, avvocato e saggista, è autore del libro Storia del volo sportivo a Sassari. Da Icaro al drone (Alfa Editrice, 2026)