Il nuovo racconto in bianco e nero del fotografo di Mogoro, dove il mare sardo diventa un intimo rifugio umano
Se ci si sofferma ad assistere al tramonto o al sorgere del sole, lo sguardo si perde nell’infinito del mare. Un mare che, pur raccontando da sempre la stessa storia, sa offrire a chi lo osserva senza distrazione infinite odissee e altrettanti ritorni. Custodisce la memoria della gioventù perduta e quella delle generazioni future. È questo il mare raccontato dalle fotografie di Stefano Pia, che hanno come orizzonte le coste della Sardegna: un luogo abitato, navigato e attraversato ogni giorno da uomini e donne, fatto di gesti, segni e relazioni. È il mare della quotidianità, quello che accompagna la vita dell’isola e ne conserva la memoria più autentica.

Da questa prospettiva nasce Alla fine c’è il mare. Scene di vita lungo le coste della Sardegna, il nuovo volume del fotografo di Mogoro (OR), in libreria dallo scorso 15 aprile 2026 per Imago Editore. Terzo titolo della collana Quaderni di Fotografia, diretta da Renato Brotzu, il volume propone un percorso fotografico in bianco e nero che attraversa le spiagge e i litorali più preziosi dell’isola, regalando a chi sfoglia il libro lo sguardo attento e poetico dell’autore.
Nelle foto di questo artista, il mare sardo non è una semplice scena paesaggistica, ma uno spazio umano dove si intrecciano vite, incontri e memorie. Pur con linguaggi diversi, Pia condivide la stessa sensibilità di Gabriele Salvatores che, nel suo film Mediterraneo, parla di questo infinito come di un luogo capace di comunicare con chi lo ama. L’autore sembra suggerire che nel nostro passaggio su questa Terra esistano esperienze in grado di modellarci profondamente: guardare il mare con assoluta sincerità impedisce di restare quelli di prima.
L’artista rifiuta il racconto da cartolina turistica. Le sue immagini restituiscono, attraverso la purezza dello sguardo d’infanzia, l’essenza di una distesa liquida perenne e immutabile. Un luogo intimo dove adulti, giovani e bambini si muovono e giocano sospesi in un’eterna giovinezza, sfidando la natura effimera del tempo.
Il bianco e nero accentua questa forza narrativa, concentrando l’attenzione sulle persone: non sulle sfumature dei colori, ma sul silenzio, sui guizzi e sui corpi. Pia osserva questi corpi con discrezione, lasciando che le scene si svelino da sole, senza alcuna concessione all’effetto spettacolare. Al centro rimane la poesia, la stessa di Neruda quando scriveva “Ho bisogno del mare perché m’insegna”, celebrando l’oceano come fonte inesauribile di saggezza. Il risultato è una narrazione che, come è stato scritto, “oscilla tra documentazione e poesia, con immagini capaci di evocare, in alcuni passaggi, atmosfere sospese e quasi felliniane”.
Il volume rappresenta un ulteriore tassello nel percorso di ricerca di Stefano Pia, nato a Oristano nel 1978 e residente a Mogoro, che da anni dedica la sua produzione al reportage sociale. Nel corso della sua carriera ha esposto in musei, festival e gallerie in tutta Italia, ricevendo numerosi riconoscimenti. Tra questi, la selezione del MAN di Nuoro per i progetti Penne di quaglia e Kilometro Zero, il premio per il miglior progetto fotografico al festival Semplicemente Fotografare nel 2019, il Corigliano Calabro Book Award e il Coast Day Sardinia nel 2020, fino al Premio speciale “Frank Cancian”, assegnatogli nel 2025 dal Museo MAVI di Lacedonia.
Autore dei libri Kilometro Zero e Non è l’America, oltre che della fanzine Ho visto una sirena volare, Pia è anche fondatore e direttore artistico del BiFoto Fest – Festival internazionale della fotografia in Sardegna, una realtà diventata negli anni uno dei principali punti di riferimento per la fotografia d’autore nell’isola. Arricchito dalla prefazione del critico Sandro Iovine, Alla fine c’è il mare supera la dimensione puramente paesaggistica per interrogarsi sul significato stesso del vivere il mare. Un lavoro che restituisce una Sardegna autentica e invita il lettore a osservare la costa come uno spazio di identità, incontro e memoria condivisa. Perché, come suggerisce il titolo, alla fine c’è sempre il mare. E, con esso, le storie di chi continua ad abitarlo, anche quando non c’è più.