Due giorni di caldo feroce, una pioggia improvvisa e una comunità che non molla: la quarta edizione di Sorres in Rock organizzata dal CCN di Villasor celebra il rock tricolore con una line‑up storica, un’organizzazione impeccabile e quella voglia di musica vera che, nell’era dei social, resta un piccolo miracolo

Un festival che resiste
La quarta edizione di Sorres in Rock ha confermato una verità semplice: nell’epoca dei social, dei video usa‑e‑getta e delle playlist infinite, ritrovarsi davanti a un palco, sudati, accaldati, con le mani sporche di birra e la voce roca, è un piccolo miracolo. Villasor ci è riuscita ancora una volta. Il Centro Commerciale Naturale di Villasor ha messo in piedi un lavoro enorme, curato nei dettagli, sostenuto da una comunità che crede nel festival e lo vive come un appuntamento identitario. L’organizzazione è stata attenta, capace di gestire sia il caldo feroce sia la pioggia improvvisa del venerdì pomeriggio, che ha portato un po’ di tregua prima di lasciare spazio alle chitarre.
La location, già bella di suo, si è confermata perfetta e chi scrive ha caldeggiato l’organizzazione di confermarla per il prossimo anno: spazi ampi e non dispersivi, atmosfera conviviale, un colpo d’occhio che restituisce immediatamente la sensazione di un evento costruito con passione e non con automatismi. E poi la musica: tutta italiana, tutta suonata, tutta vissuta. Vanexa, Strana Officina, Skanners, Maverix con Pino Scotto, Icy Steel, Megahera e Arkon Tutti nomi che hanno scritto pagine di rock tricolore e che a Villasor sono venuti a ricordarci che l’Italia, quando vuole, sa far tremare la terra.
3 luglio

Icy Steel
La giornata di venerdì 3 luglio si apre con il sole a picco e con l’ingresso in scena degli Icy Steel, chiamati a inaugurare la quarta edizione di Sorres in Rock. La band sassarese, nonostante la defezione dell’ultimo minuto del bassista – fermato da un problema fisico che avrebbe potuto mettere in difficoltà chiunque – decide di non arretrare di un millimetro. Anzi, trasforma l’imprevisto in una prova di carattere.
Il pubblico, ancora contenuto nelle prime ore del pomeriggio, assiste a un set breve ma intenso, costruito con intelligenza e suonato con quella dedizione che gli Icy Steel portano avanti da anni. Stefano Galeano guida il gruppo con sicurezza, alternando brani che ripercorrono gran parte della loro nutrita discografia, sei album che raccontano un percorso coerente e appassionato dentro l’epic metal.
La band sceglie pezzi efficaci, d’impatto, capaci di restituire subito la loro identità: riff solidi, atmosfere epiche, una vocalità che non cerca scorciatoie. Il pubblico risponde con calore, premiando una performance che, pur segnata da un’assenza importante, si rivela convincente, compatta e professionale. È un’apertura che fa capire che il festival è vivo, che la voglia di suonare è più forte delle difficoltà e che il rock, quando è autentico, non ha bisogno di condizioni perfette per arrivare.

Maverix con special guest Pino Scotto
La seconda band a salire sul palco è la milanese MaveriX, che portano con sé un’identità musicale difficile da incasellare e proprio per questo interessante. Sullo sfondo campeggia la copertina del loro primo album, dove la definizione “cow punk” troneggia come un manifesto programmatico: un’etichetta curiosa, quasi provocatoria, che racconta bene il loro modo di mescolare generi e suggestioni.
Il loro set scorre con leggerezza, costruito su un country rock vivace, attraversato da venature pop punk che rendono il tutto immediato e divertente. È una proposta che, almeno sulla carta, potrebbe sembrare leggermente fuori contesto rispetto al taglio più duro del festival, ma la band ha il merito di non snaturarsi e di portare avanti la propria cifra con naturalezza. Il pubblico segue, si incuriosisce, si lascia trascinare da un suono che non pretende di essere altro da sé.
Poi, quasi come una sterzata improvvisa ma perfettamente calcolata, arriva l’elemento che riallinea tutto: Pino Scotto, ospite d’eccezione e presenza che da sola basta a spostare l’asse del concerto. L’immortale frontman accompagna il trio in queste date sarde con la consueta energia, riportando il set su coordinate più familiari al pubblico del festival. Con lui arrivano alcune cover storiche tra rock e blues, eseguite con quella ruvida autenticità che lo contraddistingue da sempre.
C’è spazio anche per un brano tratto dal suo ultimo lavoro, The Devil’s Call, uscito lo scorso anno, che aggiunge una nota più contemporanea alla scaletta. E, come finale, una versione spumeggiante e trascinante di Meno male che adesso non c’è Nerone, omaggio a un altro gigante del rock blues italiano, Edoardo Bennato. Il pubblico risponde con entusiasmo, riconoscendo in Scotto non solo un ospite, ma un ponte ideale tra la proposta dei MaveriX e l’anima più tradizionale del festival.
Il risultato è un set vario, dinamico, capace di cambiare pelle senza perdere coerenza. Una parentesi che aggiunge colore alla serata e dimostra come, anche dentro un festival metal, ci sia spazio per contaminazioni che funzionano quando sono suonate con sincerità.

Vanexa
Storici, solidi, coerenti.
La chiusura della prima serata è affidata a una band che non ha bisogno di presentazioni: i Vanexa, autentici pionieri del metal tricolore, tra i primi a credere che anche in Italia si potesse costruire una scena heavy credibile, solida e riconoscibile. La loro storia quarantennale non è solo un dato biografico: è un bagaglio che portano sul palco con naturalezza, senza ostentazioni, come se fosse parte integrante del loro modo di suonare.
Quando salgono sul palco, il pubblico – ormai numeroso con il calare della sera – li accoglie con un calore che si percepisce subito. L’atmosfera cambia, si fa più densa, più attesa. I Vanexa rispondono con un set che non cerca effetti speciali, perché non ne ha bisogno: la forza sta nelle canzoni, nella loro capacità di attraversare decenni restando vive, attuali, comunicative.
La scaletta pesca con equilibrio tra brani storici e materiale più recente, costruendo un percorso che racconta la band ligure senza nostalgia, ma con consapevolezza. La sessione ritmica, potente e precisa, sostiene una coppia di chitarre d’eccezione: Artan Selishta e Pier Gonella, due musicisti diversi per stile e formazione, ma perfettamente complementari. Gonella porta la sua tecnica pulita e tagliente, mentre Selishta aggiunge un colore personale, un fraseggio che in alcuni momenti si apre a suggestioni legate alle sue origini orientali. Proprio questa fusione, inattesa e naturale, regala uno dei passaggi più toccanti del concerto: un breve istante in cui il metal diventa linguaggio universale, capace di accogliere e trasformare.
A guidare tutto c’è Andrea Ranfagni, frontman di grande presenza, voce solida e capacità di tenere il palco con sicurezza. Non forza mai, non cerca pose: accompagna il pubblico dentro le canzoni, lo invita a partecipare, lo esalta quando serve. La risposta è immediata: cori, mani alzate, un coinvolgimento che cresce brano dopo brano.
Le esecuzioni sono impeccabili, le canzoni scorrono con naturalezza, e la band dimostra ancora una volta che l’heavy metal italiano ha radici profonde e una dignità artistica che merita di essere celebrata. Non c’è compiacimento, non c’è autocelebrazione: c’è solo la voglia di suonare bene, di condividere, di restare fedeli a ciò che li ha portati fin qui. Dopo circa un’ora e mezza di concerto, intenso e appagante, i Vanexa salutano un pubblico entusiasta. È una chiusura perfetta per la prima serata: una band storica che continua a suonare con la fame dei vent’anni e con la maturità di chi ha attraversato stagioni diverse senza mai perdere la propria identità.
4 luglio

Arkon
Aprire una serata non è mai semplice, soprattutto in un festival dove il pubblico arriva con aspettative alte e con la voglia di farsi sorprendere. Gli Arkon, però, questo peso lo trasformano in slancio: salgono sul palco con passo sicuro e si prendono la scena con una personalità che non ha bisogno di forzature. Fin dalle prime note si capisce che il loro set sarà diverso, costruito su atmosfere che non cercano la via più facile ma puntano dritte a creare un mondo sonoro ben definito.
Il loro mix di doom metal, teatralità e cantato in sardo dà vita a un clima quasi rituale, dove ogni brano sembra aprire una porta su un immaginario preciso, radicato nella loro terra ma capace di parlare a chiunque. È un approccio che richiede attenzione, e infatti il pubblico si dispone in ascolto, curioso di capire dove la band voglia portarli. Non c’è rumore superfluo, non c’è dispersione: gli Arkon costruiscono un percorso che cresce con naturalezza, senza strappi.
La loro storia recente aiuta a comprendere questa solidità. Nati nel 2016, hanno trovato una stabilità di formazione nel 2021, e da lì hanno iniziato un lavoro costante che li ha portati, nel 2024, alla pubblicazione del primo full‑length autoprodotto. Un traguardo che non è solo discografico, ma rappresenta una maturazione evidente: la crescita si vede, si sente, si percepisce nella sicurezza con cui affrontano il palco.
Brano dopo brano, il pubblico si lascia coinvolgere. Non è un entusiasmo rumoroso, ma un’attenzione crescente, fatta di sguardi, di teste che seguono il tempo, di applausi che diventano via via più convinti. Quando la band chiude il set, la risposta è chiara: gli Arkon sono stati una delle sorprese più interessanti del festival, capaci di portare qualcosa di diverso senza snaturare l’identità dell’evento.
È un’apertura che funziona perché non cerca scorciatoie: punta sulla sincerità, sulla coerenza, sulla forza di un linguaggio musicale che ha radici profonde e una voce personale.

Megahera
Salgono sul palco con una formazione a quattro che, fin dalle prime battute, mostra di avere un equilibrio interno ben definito. La guida di Mario Marras è evidente: il gruppo si muove con sicurezza, senza fretta, costruendo un set che cresce in maniera naturale e che punta più sulla solidità che sull’effetto immediato. È un approccio che paga, perché permette alla band di far emergere la propria identità senza forzature.
Il concerto scorre con un’energia costante, sostenuta da una sezione ritmica che lavora con precisione e da un interplay strumentale che, nei momenti giusti, si apre a soluzioni più dinamiche. Tra i protagonisti della serata spicca il bassista, autore di una prova particolarmente carismatica: presenza scenica, suono pieno, capacità di tenere insieme i brani con una naturalezza che non passa inosservata. È uno di quei musicisti che non rubano la scena, ma la riempiono.
La scaletta è ben costruita, alterna brani più diretti ad altri più strutturati, e trova il suo culmine nel finale con due cover dei Metallica, scelte con intelligenza e suonate con rispetto, senza eccessi. Il pubblico risponde subito, si accende, partecipa: è il tipo di chiusura che funziona perché arriva al momento giusto e perché la band la interpreta con la giusta misura.
Guardando l’insieme, i Megahera mostrano una base solida e un potenziale che potrebbe crescere ulteriormente. La parte strumentale è convincente, il suono è definito, l’attitudine è quella giusta. Rimane la sensazione che un cantante con maggiore esperienza e presenza scenica potrebbe dare alla band quel salto di qualità che la porterebbe a competere su palchi ancora più grandi. Non è una mancanza, ma un punto di possibile evoluzione.
Nel complesso, il loro set è stato coerente, energico e ben calibrato, capace di coinvolgere il pubblico e di confermare che la scena metal sarda continua a esprimere realtà vive, in crescita, con idee chiare e voglia di fare strada.

Skanners
Gli Skanners salgono sul palco con quella sicurezza che solo le band abituate alla strada, ai palchi veri, alle notti passate a macinare chilometri possono permettersi. Non hanno bisogno di presentazioni, né di preamboli: attaccano il set con decisione e in pochi minuti è chiaro che sarà una delle esibizioni più solide dell’intera serata.
Claudio Pisoni, frontman e anima della band altoatesina, guida il gruppo con una presenza che non ha perso smalto. La sua voce, ruvida al punto giusto, arriva dritta, senza tremolii, sostenuta da un carisma che appartiene alla vecchia scuola del metal, quella che non si impara sui tutorial ma vivendo la musica giorno dopo giorno. Ogni intervento, ogni movimento, ogni sguardo rivolto al pubblico ha il peso di chi sa esattamente cosa sta facendo.
La band suona compatta, potente, senza sbavature. La sezione ritmica è una macchina che non si inceppa, le chitarre dialogano con precisione chirurgica, e l’affiatamento tra i musicisti è evidente: si guardano, si ascoltano, si seguono. È quel tipo di interplay che nasce solo dopo anni di palchi condivisi, di prove, di errori e di successi. Non c’è nulla di casuale, ma nemmeno nulla di costruito: è mestiere puro, portato avanti con naturalezza.
Il pubblico risponde con entusiasmo crescente. Non è un’esplosione immediata, ma una partecipazione che si consolida brano dopo brano e culmina con l’esecuzione di Rock Rock City come se la platea riconoscesse progressivamente la qualità di ciò che sta ascoltando. Gli Skanners non cercano di stupire, non puntano su effetti speciali: fanno metal, e lo fanno come si deve. È uno di quei concerti che ti ricordano cosa significhi davvero suonare questo genere, con la schiena dritta e la convinzione di chi non ha mai smesso di crederci.
Quando il set si chiude, resta nell’aria quella sensazione rara di aver assistito a una prova di forza e di autenticità. Gli Skanners non hanno bisogno di proclami: la loro musica parla da sola. E Villasor l’ha ascoltata con la consapevolezza di trovarsi davanti a una band che continua a rappresentare un pezzo importante del metal italiano.

La chiusura della seconda serata è affidata a una band che, più di molte altre, incarna la memoria e la resistenza del metal italiano: la Strana Officina. Quando i livornesi salgono sul palco, l’atmosfera cambia immediatamente. Non è solo attesa: è quel silenzio carico che precede gli eventi importanti, quando il pubblico sa che sta per assistere a qualcosa che non si limita all’intrattenimento.
La formazione attuale – Bud Ancilotti alla voce, Enzo Mascolo al basso, Rolando Cappanera alla batteria e Denis Chimenti alla chitarra– porta avanti un’eredità che non è semplice da sostenere. Lo fa con dedizione, con una naturalezza che nasce da anni di palco e da un legame profondo con una storia che non appartiene solo alla band, ma a un’intera scena. Fin dalle prime note, il concerto si rivela emozionale, intenso, costruito con il cuore e con la storia, senza mai scivolare nella retorica.
Bud è il punto di riferimento: la sua voce, ancora capace di graffiare e di aprirsi, guida il pubblico dentro brani che hanno segnato generazioni. Mascolo lavora di cesello, alternando riff taglienti a momenti più melodici, mentre la furia- Cappanera tiene insieme tutto con una batteria che non concede pause, ma nemmeno invade. È un equilibrio raro, frutto di un’intesa che si percepisce a ogni cambio di tempo.
Uno dei momenti più forti arriva quando la band si ferma per ricordare Fabio, Roberto e Dario, figure centrali nella storia della Strana Officina e del metal italiano. Non è un omaggio formale: è un passaggio sentito, accolto dal pubblico con commozione. Per qualche minuto, il concerto diventa così un rito collettivo, un modo per tenere viva una memoria che continua a camminare attraverso la musica.
La scaletta scorre con naturalezza, alternando brani storici e pezzi che hanno segnato le diverse fasi della band. Il finale è una vera e propria celebrazione: Autostrada dei sogni, i classici da Strana Officina, Ritual e dal 33 giri Rock & Roll Prisoners. Ogni pezzo è cantato, accompagnato, vissuto. Il pubblico non si limita a partecipare: sembra quasi restituire alla band l’energia che ha ricevuto.
Quando il set si chiude, resta la sensazione di aver assistito a un concerto che non si è risparmiato, che non ha tradito la propria storia e che ha saputo parlare al presente con sincerità. La Strana Officina si conferma un headliner che non delude, capace di unire generazioni diverse e di ricordare, ancora una volta, perché certe band non passano: restano.

Il miracolo del rock suonato
Sorres in Rock 2026 è stato un atto di resistenza culturale. Un modo per dire che la musica suonata, quella vera, quella che nasce dal sudore e dalle mani, ha ancora un senso. Che la socialità non è un algoritmo. Che i festival costruiti dalle comunità, con passione e ostinazione, sono un patrimonio da difendere. Villasor lo ha dimostrato: quando c’è volontà, quando c’è cura, quando c’è amore per il rock, la terra può ancora tremare.


Un ringraziamento al CCN di Villasor e al direttivo e al fotografo Fabrizio Carta per la concessione delle foto.


