Forniti come dotazione dei carri, venivano usati per liberare la strada da rami e sterpaglia”, ha scritto nel suo social Emiliano Cianci. Ma c’è chi non la pensa come lui
Ogni tanto anche nel tanto bistrattato facebook si possono leggere notizie curiose. Questa volta ai lettori di City&City proponiamo una chicca davvero interessante sui coltelli. Un attrezzo che ancora oggi tanti sardi conservano con affetto. “Tra le diverse lame storiche in Sardegna forse il Gotteddu e Carru è tra le meno note. Forniti come dotazione dei carri, venivano usati per liberare la strada da rami e sterpaglia”, ha scritto nel suo social Emiliano Cianci. Che ha anche pubblicato alcune foto di una lama che non mancava mai nelle famiglie, si tratta, di un gotteddu e carru probabilmente realizzato da un artigiano chiamato Cirina di Gonnosfanadiga, l’attribuzione deriva dalle decorazioni sulla lama che erano un suo “marchio di fabbrica”.

Questi arnesi di lavoro non erano tutti uguali, a volte cambiavano foggia e spesso avevano un manico altamente artistico. “Il coltello è stato realizzato agli inizi del ‘900 ed ha una impugnatura in corno (potrebbe essere muflone, ma è impossibile dirlo con certezza). Questo tipo di lama non è da confondere con la più nota Leppa e Chintu che era uno strumento e arma personale. A differenza di molte leppe (ne ho messa un in foto per confronto) il gutteddu e carru ha una lama più tozza e spessa, risultato molto più pesante ed indicato per lavori di pulizia”, ha spiegato Cianci. La lama sembra forgiata allo scopo e non è una lama militare (più agile e leggera) riutilizzata come accadeva per la maggior parte delle leppe e chintu.

Il post ha interessato tantissimi isolani. “Osservando il manico di sa leppa de carraddori – ha commentato Aurelio Zanda – non sembra corno di muflone ma di montone in quel periodo si usava molto anche il corno di bue specialmente a Fluminimaggiore, dove si possono apprezzare molti esemplari e tipi diversi”. Molto informato anche Alessandro Atzeni: “Alcuni chiamano quell’arnese “mesu spada””, anche se non sa quanto sia attendibile questa sua affermazione. Giuseppe Paolo Leo sa, invece, dove ancora si fabbrica questo coltellaccio. “Li fanno ancora a Santu Lussurgiu, si usano soprattutto per sezionare agnelli, maialetti”. Marino Melis, dal suo canto, conosce anche la storia, dei coltellai Cirina: “I Cirina erano abilissimi artigiani di Gùspini, noti soprattutto come fabbri ferrai, attivi tra seconda metà dell’800 e prima metà del novecento.”

Sarebbe interessante sapere come questi coltelli sono chiamati nelle città e nei paesi della Sardegna. La conoscenza non dovrebbe mancare, del resto nella tasca di molti sardi una pattadese, una guspinese o un’arburese non manca. Interessante anche la storia della La mozzetta guspinesa o più semplicemente Guspinesa, un particolare coltello a serramanico con ha l’estremità della lama priva di punta. Nei primi del 900 questo tipo di coltello, peraltro efficacissimo in fase di taglio, divenne molto diffuso con la legge Giolitti del 1908, che limitava notevolmente il porto di coltelli. “La storia dei coltelli sardi risale” – si legge nel sito Sardegna Terra e Mare – “all’epoca nuragica, quando le lame di selce ed ossidiana erano utilizzate nelle attività quotidiane. Con l’avvento della metallurgia moderna in Sardegna, si assiste allo sviluppo della leppa, un coltello utilizzato sia come arma che come utensile per le attività domestiche”.
Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, “la lama fissa della leppa viene sostituita con il coltello a serramanico, che si sviluppa in maniera differente nelle varie aree della Sardegna, principalmente per quanto riguarda la forma della lama”. A partire dal XIX secolo, la produzione iniziò a diminuire gradualmente: per le leggi limitative che iniziarono a proibire il porto libero di coltelli (fu un tentativo per contenere fatti di sangue diffusi in tutto il territorio sardo. “La storia della coltelleria sarda ha un’origine remota, ma le prime fonti attendibili relative alla presenza di coltelli a serramanico risalgono alla prima metà del 1800. Prima di tale periodo, esistevano coltelli a lama fissa di dimensioni maggiori, una via di mezzo tra una sciabola ed un pugnale, come la “leppa”, la “daga” e lo “stillu”, tipici dei pastori sardi che usavano portarli infilati nella cintura”, si legge ancora su Sardegna Terra e Mare . Su gotteddu e carru non è citato, ma è evidente che anche lui ha una lunga storia.