Dai palchi del mondo al “linguaggio politico” del suono: così la musica converte
«Da oggi il compito sarà più difficile e complesso: quello del mettere la musica al servizio della vita, per provare nel mio piccolo a migliorarla, utilizzando lo strumento che meglio conosco, il suono. Perché la magia del suono sta nell’essere forte e delicato nello stesso tempo. A volte lancinante per raccontare questo momento così difficile (per la nostra isola e per il mondo più vasto) e a volte tenero per provare a rendere il meglio che c’è dentro di noi e a descrivere la bellezza del nostro pianeta». (“In Sardegna”, Paolo Fresu)
Su Paolo Fresu si è scritto tanto. L’intervista non è stata certo immediata, ma quando alla chiamata ha risposto e ha iniziato a parlare, ci siamo messi comodi, come se fossimo sdraiati sul divano con delle cuffie. Ci è sembrato di sentire l’autore di un libro che legge i suoi racconti. Ci siamo arricchiti. Le sue parole sono come la sua musica: cadenzata, raffinata, riflessiva. Unica.
Paolo, come hai trascorso l’estate e quali saranno i tuoi prossimi impegni?
Molto bene, grazie. In Sardegna sono arrivato l’8 agosto in occasione dell’avvio del Festival Time in Jazz, poi ho fatto qualche giorno di vacanza in famiglia e sono ripartito all’Aquila, perché qui è decollato il Festival Jazz per le terre del sisma. Sono l’ideatore e il direttore artistico di questa iniziativa che mantiene i riflettori accesi sui territori colpiti dal sisma. Tutto è iniziato quando il ministro dei beni culturali e del turismo Dario Franceschini mi ha chiesto: “perché non fai qualcosa all’Aquila?”. Così da tre anni giro l’Italia che purtroppo è stata colpita dai terremoti. Quest’anno abbiamo coinvolto 750 musicisti in tutta Italia per un totale di 140 concerti in 4 giorni. È un progetto che implica un movimento di persone (l’anno scorso 60mila presenze, ndr) ed è una gratificazione gigantesca suonare in questi luoghi con un duplice obiettivo: abitare i centri storici inabitati e raccogliere fondi per destinarli alla costruzione del teatro di Amatrice. Spero che la stessa città dell’Aquila prenda poi in mano l’iniziativa. Per quanto riguarda gli altri impegni, ho la certezza che quest’anno farò importanti tournée in Brasile, Kuwait e Qatar.
Il Festival “Time in jazz” di Berchidda è arrivato alla trentesima edizione. Possiamo dire che si siano avvicendate generazioni di persone; che idea ti sei fatto rispetto a tutto questo tempo di festival e di incontri col territorio?
I 30 anni sono arrivati felici. Siamo onorati e orgogliosi di non aver mai ceduto. Questi sono anni difficili per organizzare e gestire i festival, ma il Time in Jazz è arrivato ad essere una delle manifestazione più importanti in Italia e di questo ne siamo orgogliosi. Il bilancio è molto positivo; abbiamo portato quest’anno musicisti giovanissimi che hanno anche vissuto a Berchidda, realizzando una bella e sana contaminazione. Credo sia un festival che nel tempo abbia trascinato generazioni e stili musicali diversi, anche vari momenti di riflessione. Dopo 30 anni sappiamo che possiamo ripartire, programmare e rischiare perché siamo molto aperti musicalmente. E sappiamo inoltre che il pubblico permane. Nel futuro punteremo sempre più a un festival diffuso. Per ora raggiungiamo 19 comuni. Siamo circa 300 persone tra staff e volontari, l’ho detto a Bologna dove ho ritirato il premio Volponi: abbiamo una mensa interna che consegna dai 700 ai 750 pasti al giorno durante il Festival. Bisogna tenerlo a mente, il ritorno ce l’hanno anche questi ragazzi che imparano lingue e professionalità.
Paolo Fresu – A Solo (foto Roberto Cifarelli)Cos’è la musica per te?
Un linguaggio politico. L’ho scritto nel libro “La musica siamo noi”. Il compito dell’artista è quello di chi deve agire sulla società, costruirla, farsi architetto o forse anche semplice manovale, insomma deve adoperarsi perché le cose cambino, perché il mondo vada in una direzione nuova e migliore. La musica deve portare a farci riflettere per migliorarci. Ha forte valore sociale. A Berchidda per esempio è buona politica portare la gente in luoghi incontaminati, incitarla a pensare. Io credo che l’arte possa essere uno strumento di riflessione, e che raccontare il senso del bello possa essere un fatto positivo.
Hai registrato oltre trecentocinquanta dischi e vanti innumerevoli collaborazioni internazionali. Ti sei mai ritrovato ad avere una sorta di blocco dello scrittore, ti fa paura non avere più qualcosa da dire, da suonare?
Ho sempre fatto quello che sentivo di dover fare. Ci son state cose migliori delle altre che ho fatto, altre meno. Non sono mai stato legato alle necessità di mercato. Una volta un produttore francese mi propose di andare a New York per registrare quello che sarebbe stato il disco migliore al mondo. Ho detto no. Mi piace registrare dal vivo e capisco se una musica funziona solo dopo che la concepisco. Non è la quantità a garantire la qualità. Ci sono progetti che se non avessi fatto non sarebbe cambiato nulla. Sono legato alla mia passione per la musica. Molti mi chiedono come si fa a vivere di musica: non c’è una ricetta. Bisogna sempre dare il massimo, con passione e determinazione. Bisogna avere anche capacità progettuale e una certa dose di talento. Non tutti poi arrivano, ma la cosa importante è metterci il massimo. Le cose si costruiscono, la musica è un processo molto lungo. E durante questo percorso è essenziale avere una metodologia di lavoro.
Hai sempre difeso l’ambiente. In un’intervista hai rimarcato appunto che ambiente, ma anche sostenibilità e coscienza politica sono cose in cui credi profondamente. Di fronte all’ennesimo scandalo che riguarda la Sardegna (l’ultimo è la vicenda Fluorsid), cosa ti sorprende, che riflessione ti viene in mente di fare? Viviamo in una terra abitata da troppe persone silenziose?
Sono state fatte scelte sbagliate. La Sardegna ha delle unicità, delle risorse straordinarie, e potrebbe vivere da sé. Quando si porta la musica dalla Costa Smeralda all’interno, si sta dimostrando che si può investire sulle capacità creative, sulla terra. Quello che è successo ad Ottana è un esempio: son state tolte braccia alle campagne e alle greggi. Dobbiamo aprire gli occhi. Dimostrare che esistono le potenzialità. La Sardegna è un luogo unico. In questo momento le cose che funzionano sono le diversità. Punterei su nuovi progetti mirati a promuovere il turismo e l’accoglienza. Dobbiamo impegnarci tutti.
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