sabato 5 Settembre 2026
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L’intervista – Memorie di un sonatore di basso: Gianni Maroccolo racconta i 50 anni del suo viaggio musicale

L’intervista – Memorie di un sonatore di basso: Gianni Maroccolo racconta i 50 anni del suo viaggio musicale

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Gianni Maroccolo a Sassari

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Le sue inconfondibili linee di basso hanno infiammato palchi e platee nei concerti di Litfiba e C.S.I., Marlene Kuntz e CCCP, consacrandolo come maestro dello strumento. Abbiamo incontrato Marok nel mezzo del suo tour sardo dove il  ‘Sonatore di Basso’ ha celebrato il 50° anniversario da musicista con tre concerti a Cagliari, Ales e al Teatro Civico di Sassari

 

Ciao Gianni e bentornato sul nostro magazine. Sei nato in Toscana ma sei ‘rinato’ in Sardegna visto che hai passato la tua adolescenza tra Jerzu e Sinnai.


Grazie a voi per essere qui. Sono nato in Maremma, a poco meno di sei anni ero già nell’isola e quindi è come quasi se fossi nato qua, sono cresciuto qua, mi sono formato caratterialmente qua come essere umano e come persona e credo di aver preso tante cose positive di questa terra e allo stesso tempo anche qualche criticità ovviamente, poi sono tornato in Toscana a 16 anni; al tempo avevo la tendenza a essere un po’ permaloso, un po’ chiuso. Però fondamentalmente sono cresciuto all’interno di comunità e di persone dove ancora certi valori erano cose importanti nella vita.

Che Sardegna era quella dove tu hai iniziato a suonare lo strumento? Il tuo primo basso elettrico l’hai comprato in Sardegna?

Esatto, comprato in Sardegna. Sono ‘quasi nato’ qui e da queste latitudini mi sono reso conto piano piano del resto del mondo, delle dimensioni che c’erano al di fuori di un paese, una piccola realtà come quella dell’Ogliastra e quella di Jerzu in particolare; però, ripeto, come ragazzino non mi è mancato niente anzi ho avuto tutto, tutto e di più, ho avuto amicizie vere, ho avuto un’educazione diciamo tutta impegnata sul fatto di essere persone schiette, disponibili, ospitali, il più possibile oneste ed eticamente corrette. Poi, ripeto, non mancava anche un po’ di orgoglio e permalosità, caratterialmente tendevo a un atteggiamento che se qualcuno mi faceva un torto con me aveva chiuso per sempre.

 Eri capitato nel posto giusto.

Sono sempre dell’idea che, come dire, quando ti ritrovi in una dimensione particolare, dove vivi di tradizioni forti che vengono tramandate da generazioni è ovvio che come qualsiasi adolescente senti il bisogno anche di altro però, allo stesso tempo, ti porti dentro un vissuto che quando vai a vivere altrove, almeno nel mio caso, fa la differenza e ti fa capire bene le cose, capire bene con chi hai a che fare e di chi ti puoi fidare, cosa devi evitare. Non parliamo del concetto stesso dell’amicizia che per molti oggi è quello di essere amici sui social con troppa faciloneria. L‘amicizia per me continua a rimanere un valore importante.

Hai amici nella musica?

Pochi. Non tendo a frequentare solo musicisti però insomma non ho tantissimi amici, ne ho alcuni che sono fedeli nel tempo: Andrea Chimenti, Antonio Aiazzi, sono amici che sono quasi fratelli; e poi conosco tanti colleghi, tanti musicisti ma mediamente non posso dire di avere tantissimi amici.

 

Covo del Conte

Sulla tua voce Wikipedia sei definito bassista, arrangiatore, divulgatore didattico, compositore, produttore artistico, discografico ma in cosa maggiormente ti riconosci e qual è l’aspetto che ti dà più soddisfazione nel mondo musicale?

Sono fondamentalmente e mi ritengo un musicista che utilizza il basso per tirar fuori idee, per far diventare musica le cose che mi frullano in testa o inventarmi suoni che penso in altri contesti e che invece mi piace tirare fuori proprio dal mio strumento e manipolare. Però sì, fondamentalmente mi ritengo un musicista, la mia piccola fortuna nella vita è stata quella di essere considerato e apprezzato come bassista. Non è che mi ritenga particolarmente dotato tecnicamente o talentuoso, ma come musicista credo di aver fatto qualcosina di buono nella vita.

Hai attraversato gli ultimi quattro decenni della musica italiana, forse anche di più, diventando uno dei protagonisti della scena indipendente, ma oggi si può continuare a parlare di scena?  

No. Ma per me, a dire il vero, non è esistita nemmeno prima; quando mi chiedevi poc’anzi se avessi tanti amici musicisti… io sono sempre stato una sorta di cane sciolto, ogni tanto ho beccato il branco giusto, quello che mi interessava, mi sono unito e abbiamo camminato insieme, fatto delle cose. Poi, abbandonata quella strada, mi sono rimesso in discussione, a reggere la baracca da solo fino a che non facevi altri incontri che valeva la pena coltivare. Non mi sono mai sentito parte di qualcosa e rappresentante di qualche movimento o di qualche scena in particolare. Nella vita e nella musica ho sempre avuto una sete di indipendenza dalle abitudini e dalle regole, solo perché qualcuno te le impone o perché ‘devono’ essere fatte in quel modo.

Gianni Maroccol Sassari Teatro Civico

Hai sempre rivendicato e tenuto a rimarcare la tua indipendenza e coerenza artistica. Il tuo pubblico l’ha percepito come una sorta di, come definirlo, integralismo?

Non so se si tratta di integralismo; forse solo un modo di seguire i propri desideri. Non so come dirti… io non riesco a stare relegato in una dimensione o pensare che starò per troppo tempo in una situazione dove mi sento soffocato, dove devo modificare il mio io per poter piacere a qualcuno.

Forse sarebbe meglio dire che sei rimasto un idealista della musica, un visionario. Ti sei concesso un bel lusso.

L’ho pagato anche a caro prezzo perché oggi continuo ad essere una persona che sopravvive dignitosamente con la musica ed è già una grande fortuna questa, sia chiaro. Però sono tutte cose che non arrivano per caso. Non sto dicendo che arrivino solo per merito ma perché comunque sia, fai delle scelte e metti in conto il fatto che facendo quelle scelte tutto diventerà più difficoltoso, più tortuoso, più lento e quindi devi prepararti ad affrontare tante difficoltà. Mi è andata bene perché a forza di scartare situazioni a me non congeniali, certa musica, certi personaggi, certe opportunità, alla fine ‘scarta di qua, scarta di là’  sono rimaste collaborazioni con artisti con i quali ne è veramente valsa la pena.

Un modo per alzare l’asticella.

È un modo. Per me l’unico di concepire la musica, perché è importante che in una serata come questa ci sia del pubblico, e che questo pubblico magari se ne vada anche soddisfatto, per me è fondamentale. Se anche avessi continuato a fare il cuoco o il marinaio, avrei continuato comunque a suonare, a far qualche disco perché è una parte della mia vita, è una cosa che ti nasce da dentro, ma forse nemmeno: è come se fossi stato ritenuto ‘abile e arruolato’.

Enrico Ruggeri in un’intervista mi ha detto della sua voglia di continuare a fare musica che ‘suona’. Era chiaramente una stoccata a tanti artisti odierni che utilizzano qualche diavoleria di troppo. Anche tu lo pensi?

Su questo sono meno integralista forse di Enrico Ruggeri, nel senso che a me non disturbano le evoluzioni o le involuzioni a seconda di come le si voglia vedere.

Forse Ruggeri parlava di gente che imbroglia, più che di evoluzione o di tecnologia.

Ecco, quello è un altro discorso. Io ho sempre scansato quella gente lì. E questo fa parte anche del fatto di essermi formato come essere umano in Sardegna, cioè arrivare a capire quasi subito con chi hai a che fare e decidere ‘ok te non mi interessi vado dall’altra parte’. Sai è il solito discorso: se ci sono tanti venditori di fumo non puoi addossargli tutte le colpe; perché le responsabilità sono anche di chi li alimenta.

Teatro civico Sassari

La polemica di qualche mese fa sul Festival di Sanremo: ‘Togliete l’autotune, vediamo chi canta’, fu l’imperativo.

Anche lì bisogna vedere nel dettaglio, perché se pure levi l’autotune, quello che secondo me è più grave è la mancanza di capacità, la voglia forse di rischiare e di utilizzare linguaggi veramente diversi. Si tende a fare cose che si uniformano con quello che il mercato ti dà già tutti i giorni. Il problema è che finché chi fruisce di musica, gli appassionati, dà opportunità a tanti pseudo artisti, non so se è colpa dell’autotune o di chi invece alimenta questa gente. Non andassero ad ascoltarli. Il problema è se uno si accontenta della superficie e di quello che ti propone il mercato. Se uno vuole di più dalla musica e quindi è più disponibile ad approfondire deve avere il gusto della scoperta. I veri fruitori di musica capiscono il giochino, si rompono i co***oni perché vogliono altro. Considera sempre che quando ci si riferisce a Sanremo, Spotify, ai talent, a Youtube, parliamo comunque sempre tendenzialmente del 7-8% della musica che tutti i giorni viene prodotta, registrata e suonata dal vivo nel mondo. O uno si accontenta di quel 8% che ti dà il mercato e che ti martella tutti i giorni, o invece hai voglia di sperimentare, ‘perder tempo’ a scoprire l’altro 90%, cioè il resto. È lì che scopri delle cose meravigliose e anche io tutt’oggi mi cibo di quella musica e del gusto della scoperta.

Una tua affermazione che mi ha colpito è che hai cercato di capire i contesti in cui vivevi per cercare di non rimanere ai margini della società ma comunque di starci dentro in direzione ostinata e contraria. Ritieni sia possibile andare contro il sistema oggi per quello che hai appena detto, visto che oggi è tutto così globalizzato e standardizzato?

Avere la consapevolezza dei tempi che stiamo vivendo ti fa capire quello che vuoi e chi vuoi essere. Avere cognizione della dimensione sociale, culturale, temporale e geopolitica in cui si vive è determinante perché altrimenti non ci si raccapezza più. E magari non dare per oro colato che tutto ciò che arriva sia la verità, l’unica esistente; non dico di rendersi indipendenti dal sistema ma di liberarsi perlomeno da certe tagliole. Accetti delle convenzioni che ci sono, come che tu debba pagare il bollo della macchina. Da alcune ‘linee guida’ non si può prescindere, soprattutto nel mondo occidentale, non si può scappare. Le regole ce le abbiamo ma da tutta un’altra serie di cose ci si può invece difendere. Dipende sempre da noi.

CSI Gianni Maroccolo

In qualche modo sei andato contro un certo sistema discografico perché con i CSI, nei primi anni Novanta, andasti dalla Polygram, una major, e hai cercato di dettare le condizioni, riuscendoci.

Le condizioni erano chiare. Andammo là io e Ferretti, mi ricordo, c’era Senardi che era il presidente e gli dissi: ‘guarda vogliamo fare un gruppo, vogliamo fare un disco e ci servono dei soldi per farlo, però non abbiamo un pezzo da farti sentire, non abbiamo composto niente, non faremo grande promozione a nessun disco e dopo questo primo disco non è detto che ne faremo degli altri’. Devo dire che Senardi è stato geniale nel fidarsi e nel dire ‘sì’. ‘Quanto vi serve? Ok, andate’.

La miglior difesa è sempre l’attacco?

Io venivo da dieci anni di Litfiba e loro da quasi dieci anni di CCCP. Avevamo uno storico e se proprio devo dimostrarti qualcosa, te l’ho dimostrata eccome. Quindi non ho avuto bisogno di fare di nuovo tutta la trafila come se avessi sedici anni, fare un provino e sperare. Potevamo giocarcela alla pari! Come dire, voi ci mettete i soldi e ci date fiducia. Avevamo appunto un passato alle spalle che parlava per noi. Altre case discografiche non ci avrebbero permesso quello che ci ha consentito la Polygram ma per noi quella era l’unica strada possibile. Come detto, noi facciamo musica, voi ci mettete i soldi, la stampate, la distribuite, fine. Questo era il rapporto.

Non ti piace rimestare nel passato, forse perché alcune cose che hai suonato non sono venute come avresti voluto?

Più che altro non mi piace voltarmi indietro. Oggi sono qui a Sassari in un bel teatro e credo che venga un po’ di gente, facciamo un concerto, un’esibizione molto particolare, per solo bassi, non facilissima anche a livello di ascolto. Vivere il presente è una cosa che per me ha un valore fondamentale. Certo, quello che è successo 10 o 20 anni fa è un qualcosa che ti porti dentro. Qualche disco poteva venire meglio, però sono tutte fotografie di un momento e quindi vanno accettate come tali e anche col fatto di dire che io sono stato fortunato a poterle vivere, quelle storie.

Oggi i cambiamenti avvengono in maniera istantanea, quasi nevrotica, sembra che rimanga poco; il digitale di cui dicevamo prima ha ‘smaterializzato’ la musica. Siamo sicuri che ‘nulla è andato perso’?

Io sono una piccolissima, proprio minuscola, prova del fatto che ‘nulla sia andato perso’ perché comunque sia ho fatto parte di storie che se pure sono ormai chiuse e appartengono alla storia della musica, continuano ad essere presenti, ricordate da un sacco di gente e scoperte continuamente. Nulla va perso se, come si suol dire, hai seminato qualcosa di vero, hai messo in gioco te stesso con onestà, con creatività. Qualsiasi forma artistica – non vale solo per la musica –  che nasce con quel tipo di profondità è destinata a rimanere nel tempo, come oggi si ascolta un notturno di Chopin o una fuga di Bach; vuol dire rimanere a bocca aperta dalla bellezza, eppure si parla di musica di secoli fa. Quindi è destinato a rimanere tutto ciò che alla fine ha un merito specifico.

E il Maroccolario? 880 brani in studio, 224 brani live, 132 album suonati o prodotti. Tu l’hai definita un’opera ambiziosa ma anche un po’ matta. E non dimentichiamo che l’idea è ‘made in Sardegna’. Ce la vuoi raccontare?

Matta soprattutto per come è stata concepita da Giuseppe Pionca. È stato un lavoro veramente certosino, di ricerca, ci sono voluti più di due anni a raccogliere tutto il materiale. Io non sono stato nemmeno in grado di aiutarlo perché ogni tanto lui mi chiedeva se mi ricordavo in quale studio avevo registrato quella tale cosa o in che anno avevo fatto quella collaborazione. Pensa, gli rispondevo ‘cazzo non mi ricordavo di averla fatta questa cosa’. È stato un regalo bellissimo che Giuseppe e LibriAparte mi hanno fatto perché comunque rimane una testimonianza, una documentazione disponibile a tutti e per me è stato gratificante. Ogni tanto, se non mi ricordo qualcosa vado lì guardo e riesco a raccapezzarmi, a mettere a fuoco un determinato periodo specifico anche della mia vita, non solo quella musicale. È una cosa che ti dà orgoglio che qualcuno impieghi una parte del suo tempo per mettere in piedi un progetto editoriale di questo tipo. Sono quelle cose che rimangono, che siano fatte per un grande pubblico o magari per dieci persone è relativo.

Litfiba anni Ottanta

Facciamo di nuovo un salto nel passato. Non posso non farti una domanda sui Litfiba. Il primo momento che hai visto Piero Pelù che sensazioni hai avuto?

Che avevamo trovato un gran cantante! E pure un gran performer. Subito, sia io che Aiazzi e pure il batterista di allora Calamai, tutti e tre avevamo concordato su questo. Solo Ghigo aveva avuto qualche perplessità in più perché, secondo lui, Piero non era intonatissimo. Ma ci mettemmo poco a convincerlo. Voglio dire non ti rendi conto che questo aveva una bella voce e pure originale come modo di cantare? Aveva margini di miglioramento, certo ma dicevamo (a Renzulli) ‘guarda che te non sei Frank Zappa con la chitarra e io non sono Pastorius col basso.’ Ma al di là della bella voce, era un frontman pazzesco. Credimi, in Italia non ce ne erano in giro come lui, per capacità di coinvolgere e ammaliare il pubblico fu la ciliegina sulla torta. Molti avrebbero dovuto vedere i Litfiba quando suonavano all’estero per rendersi conto del loro potenziale. Ho condiviso musica, palco, composizione, canzoni, cantina, viaggi per dieci anni con Piero e gli altri ragazzi; quindi posso parlare di quei dieci anni in cui siamo stati gomito a gomito, già nella famosa via de’ Bardi. Era una roba impressionante. Finché è durata era un’alchimia perfetta. Ma tutte le cose ovviamente hanno un inizio e una fine.

Dall’album 17 Re, hai iniziato a dare grande importanza ai testi. Hanno cambiato il tuo modo di comporre?

Diciamo che io all’inizio ero un po’ meno attento, perché essendo di formazione molto esterofila e non avendo avuto davanti molti cantautori italiani, ero abituato a sentire il testo solo come una roba che ti dava musicalità. Lo consideravo proprio come se fossero uno strumento, il più importante di una band, mi concentravo molto sul suono della voce e sul modo di cantare. Così ho seguito Piero nei primi anni. I testi li aveva scritti sempre lui, al di là di quello che veniva detto nei dischi o da alcuni giornalisti. Prima seguivo così la vocalità e un po’ meno la composizione autorale dei testi. Maturando invece mi sono innamorato dei testi di quell’album, perché erano molto più visionari e psichedelici, di quelli che aveva scritto fino a quel momento. Per poi arrivare al periodo con Ferretti, dove lì sono stato comunque ‘costretto’ ad avere a che fare con le liriche; lì la parola era importante.

Ma Gianni Maroccolo, a posteriori, si è pentito di non aver suonato su El Diablo, l’album della consacrazione commerciale dei Litfiba?

No, ti giuro. 400.000 copie in Italia, erano tanta roba però, prima di quelle, avevamo già svoltato, perché i dischi iniziavano a vendere dappertutto in Italia e all’estero. Pirata comunque ne aveva vendute 250.000. Ma fondamentalmente non mi è mai interessato il successo, non mi è mai interessato il fatto di diventare famoso, popolare, di fare soldi. Non l’ho mai vista come una finalità. Quello che noi avevamo raggiunto andava benissimo; però ti dico che è stata comunque già una discreta sofferenza lasciare il gruppo, ma purtroppo non era percorribile più la strada, ognuno di noi aveva visioni diverse su qualcosa.  Io volevo continuare a fare lo zingaro, girare il mondo. Loro probabilmente volevano ‘calmarsi’ un po’ e fare più numeri in Italia. Forse si poteva fare un tentativo ulteriore ‘stiamo ancora per un anno o due’, ma forse avrebbe allungato solo l’agonia.

Hai detto che quando i marziani approderanno in Italia, nel grande libro della musica, troveranno sia i Litfiba che i CSI. Come vorresti si parlasse di te come musicista un giorno?

Mi piacerebbe si dicesse che sono stato nel mio piccolo uno sperimentatore, uno che non si è mai adagiato sugli allori; ho sempre cercato di alzare l’asticella, a volte ci sono riuscito, a volte no.

 

 

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