Nina e Tonino’ è un romanzo che affonda nelle crepe della memoria e nella vita dei “dimenticati”. Dopo il successo dell’esordio, l’autore sassarese sceglie una storia più nuda, più dolorosa, più umana: due fratelli ai margini, una città che osserva e trattiene il fiato, un passato che non smette di bussare. Il romanzo è già in ristampa e il 29 maggio prima grande presentazione all’Auditorium di via Monte Grappa
di Andrea C. Loi
Dove eravamo rimasti
Dopo il successo del primo romanzo, che cosa ti interessava davvero raccontare adesso? Qual era il punto da cui volevi ripartire come autore?
È curioso, ma, in primis, sentivo il dovere di tornare a scrivere per fare felici le persone che sono state affettuose con me. Sono enormemente grato ai lettori, in particolare di Sassari, per mesi non è passato giorno in cui qualcuno non mi fermasse chiedendo “Il prossimo quando uscirà?”. Iniziare un nuovo romanzo con la consapevolezza che i lettori già lo aspettano ti pone in uno stato mentale agevolato. Però, ovviamente, la storia è piena anche di autori che non sono riusciti a confermare un buon debutto. A parte questo, avevo voglia di rimettermi alla prova. Mi tormentavo chiedendomi “È stato tutto un caso?”. Inoltre, volevo capire quanto “l’esperienza” avrebbe inciso nella stesura di una nuova storia. A ciò aggiungo che nel corso dei mesi avevo messo da parte una grossa mole di consigli su ciò che era piaciuto e ciò che era piaciuto meno de “Le due città”. Da buon economista ho segnato in un quaderno le opinioni che si ripetevano, i pattern, come si chiamano in gergo, e ho capito alcuni particolari che potevo migliorare nella creazione di una trama. In testa mi frullava da qualche mese lo scheletro di una vicenda e mi sono lanciato. In una delle innumerevoli chiacchierate che faccio con piacere per strada, un’anziana mi aveva parlato di quando era bambina e di due suoi vicini di casa. Questi vicini erano due fratelli, di cui uno con una disabilità psichica e che teneva sempre in mano una scatola di bottoni. Questa coppia di sfortunati mi è rimasta impressa ed è diventata “Nina e Tonino” (i loro veri nomignoli). Pertanto, tutte queste motivazioni hanno influito sulla voglia di rimettermi allo scrittoio.
Il cuore del nuovo libro
Nina e Tonino sembra un romanzo che lavora sulle pieghe della memoria. Qual è il motore che ti ha guidato mentre lo scrivevi?
“Le due città” è stato un romanzo istintivo. Iniziai a scriverlo avendo solo l’idea di base: un uomo medio che parlava con i defunti come fossero persone normali. Il resto della storia nasceva capitolo dopo capitolo. Ricordo passeggiate in cui mi scervellavo su come avrei fatto proseguire la trama. Lo definii “polpetta di generi”, proprio perché mi feci influenzare dai diversi stati d’animo che si sono alternati nell’arco dell’anno e mezzo in cui lo scrissi. Dal gotico al giallo, dal romantico al paradossale. “Nina e Tonino” nasce con diverso approccio. Gli snodi erano pianificati in anticipo. Ovviamente non ho trascurato la scrittura d’impulso (che adoro), ma i margini erano più controllati. Non avendo l’ansia dell’improvvisazione, ho potuto concentrarmi sull’approfondire la psicologia dei personaggi e, in particolare, il tema del “dolore”. Tema presente anche ne “Le due città”, anche se con tinte più sfumate e gotiche. “Nina e Tonino” lascia da parte il fiabesco e porge al lettore la crudezza di due fratelli respinti dal mondo. Porta all’attenzione le difficoltà dei poveri della Sassari dei primi del ‘900 (così come di tutta Italia). Si parla della condizione della donna, delle famiglie disfunzionali, del doversi occupare della “vergogna” di un disabile psichico. Insomma, con “Le due città” ho cercato di far fantasticare il lettore, con “Nina e Tonino” spero di farlo commuovere e soffrire, allo scopo di portarlo, alla fine, a un’emozione più profonda. Una cosa è certa, se continuerò a scrivere, parlerò sempre di chi nella vita ha sofferto, perché, come disse qualcuno più bravo di me, non è dai diamanti che nascono i fiori.
Il rapporto con i lettori
Il tuo esordio ha creato una comunità di lettori sui social (e non solo) molto affezionata. Quanto ha influenzato il modo in cui hai costruito questo secondo libro?
I miei lettori, o followers in generale, sono il mio motore. Sono coloro che mi seguono per le ricerche e i video storici, e sono coloro che mi hanno dato fiducia nella veste di scrittore. Senza di loro non esisterei. Dico, sino a diventare noioso, che le persone che mi seguono hanno il merito di tutto. Senza il loro incoraggiamento non avrei mai avuto la forza di scrivere romanzi, che, ve lo assicuro, è un’attività di una bellezza difficile da descrivere, ma anche mentalmente impegnativa, richiede costanza e comporta il pensare per mesi a come far evolvere una storia. Venendo ai social: oggi il passaparola online permette di raggiungere migliaia di persone in poco tempo. Grazie alle condivisioni delle persone affettuose che mi seguono, un mio post raggiunge numeri che pensavo inimmaginabili per la mia piccola realtà e che mi sbalordiscono ogni volta per la generosità. A oggi, il 90% del mio impegno promozionale è dunque concentrato sui social con post, commenti e messaggi con i lettori. Naturalmente, i social vanno usati con equilibrio, perché il rischio di diventare pesante è dietro l’angolo. Come tutti gli strumenti, va maneggiato con attenzione; le persone, a loro insindacabile giudizio, possono darti o toglierti tutto dall’oggi al domani. Comunque, se mi si chiedesse se un libro possa oggi sperare di farsi conoscere senza passare dai social, rispondo “No, non è possibile”. Come per qualsiasi altro campo, ci troviamo in un’epoca in cui le modalità di promozione si sono evolute.
Sassari come personaggio
Sassari ha un passato pieno di storie che sembrano perdute, ma che riaffiorano quando meno te lo aspetti. In che modo questa città entra nel romanzo: come sfondo, come atmosfera o come vero ‘personaggio’?
Il modo in cui Sassari compare nel romanzo è leggermente cambiato rispetto a “Le due città”. Nel primo romanzo il protagonista era uno scrivano che girovagava per i quartieri, sempre solo. La città lo circondava e lui la guardava con occhi attenti. Il circondario era parte integrante della narrazione, con la Via Cavour emblema del luogo-personaggio. Inoltre, la storia era scritta in prima persona e le immagini fluivano strumentali al personaggio, il lettore vedeva “con gli occhi del protagonista”. Confesso un aneddoto, inizialmente ero spaventato dal non scrivere abbastanza pagine della storia principale, dunque mettevo scene di vita quotidiana anche per quello, poi, nonostante il libro fosse ormai lunghetto, le ho comunque lasciate e sono contento siano rimaste impresse positivamente, sebbene inizialmente fossero “solo” riempitivi. In “Nina e Tonino” la città è presente, ma i quadretti di quotidianità cittadina sono selezionati e sono di meno. Questo perché Nina e Tonino, a differenza dello scrivano de “Le due città”, vivono isolati, non escono molto, hanno paura di cosa li circonda. Sarebbe stato tecnicamente non corretto dilungarsi in descrizioni ambientali. Un luogo della città che diviene protagonista però è presente, il manicomio di Rizzeddu…
La scrittura e la leggerezza
Il libro scorre con una leggerezza che non toglie profondità. È una scelta stilistica o un modo per rendere la lettura più accessibile?
Sono contento che questo aspetto si noti. Se dovessi sintetizzare il caposaldo del mio stile, direi “ricerca spasmodica della linearità”. Del resto, ritengo di non essere dotato di chissà quale bagaglio linguistico, pertanto, anche se volessi, non riuscirei a scrivere in modo complesso. Inoltre, ho la soglia di attenzione di un ragazzino, non riesco a leggere decine di pagine di fila a meno che non siano quasi elementari. Pertanto, immagino che anche tra i miei cordiali lettori ce ne siano che hanno questo approccio e voglio che anche loro non vengano espulsi da una narrazione arzigogolata. La cosa curiosa è che sono un chiacchierone, ma quando scrivo è come se cambiassi personalità. Le frasi raramente arrivano a 20 parole. Ad esempio, non mi piace mitragliare aggettivi. Mi sforzo di non aprire parentesi: se un personaggio deve andare al mercato a comprare la frutta, quello racconto, senza scrivere 10 righe sul meteo. Mi sono emozionato quando ho iniziato a ricevere messaggi che dicevano più o meno “Non leggevo un romanzo da quando ero alle superiori, il tuo l’ho finito in due giorni”. A volte anche i librai mi dicono “Molti tuoi lettori sono persone che leggono solo per te”. Mi commuove e mi sembra incredibile. Concludo ribadendo che stimolare emozioni non implica il dover usare un linguaggio complesso, anzi, credo nell’esatto opposto: più si semplifica, più il lettore ha energie per commuoversi.
Il piacere di leggere
In un momento in cui si parla tanto di “crisi della lettura”, cosa speri che lasci al lettore un romanzo come Nina e Tonino all’ultima pagina?
Considero un privilegio che, proprio in un periodo come questo, un lettore sia tanto cordiale da recarsi in libreria per acquistare un mio romanzo, già per questo mi sento fortunato. Se addirittura ritiene che io possa “lasciargli” qualcosa è il massimo. Nello specifico, amo i sentimenti. Ciò cui punto è far provare empatia, sofferenza, gioia; il tutto, spero, raccontando storie semplici, parlando di ciò che in fondo tutti siamo: umani, con i litigi, le incongruenze, le quotidiane difficoltà interiori. Con “Nina e Tonino” sto ricevendo messaggi in cui mi viene detto “ho chiuso il libro e ho pianto”. È il complimento più bello, aver accarezzato per un istante il cuore di una persona. A pensarla poeticamente, direi che mi piacerebbe che il lettore provasse una piacevole malinconia, come quella di fine estate, guardando un bel tramonto. Felici, ma inspiegabilmente un po’ tristi. Grazie.