C’è un momento, in ogni viaggio, in cui capisci che la realtà ha deciso di superare la fantasia. Per Paolo Fresu quel momento arriva a Fiumicino, dopo essere decollato dal Cairo con oltre due ore di ritardo. Un ritardo che, di per sé, sarebbe quasi ordinario. Peccato che basti a far svanire l’ultimo volo serale per Bologna e ad aprire le porte a una notte che sembra scritta da un autore con un debole per il sarcasmo.
All’inizio, però, la storia sembra persino prendere una piega gentile: la compagnia lo “protegge” sul primo volo del mattino successivo e gli comunica che potrà dormire in un hotel messo a disposizione. Una notizia che, detta così, suona quasi come una carezza. Ma è solo l’antipasto.
Perché, subito dopo, arriva la parte meno piacevole: l’unica navetta organizzata da ITA è già assediata da un centinaio di passeggeri reduci dallo stesso volo del Cairo. La fila è interminabile, il bus partirà “tra un paio d’ore, se tutto va bene”, e il viaggio complessivo – tra ritardi, coincidenze saltate e attese – si allunga fino a dodici ore senza che Fresu sia ancora arrivato alla sua destinazione finale.
A quel punto, il personale di terra prova a rassicurarlo: l’hotel è un Hilton vicino all’aeroporto, di buon livello, con possibilità di cenare. Una promessa che, detta nel caos di Fiumicino, suona quasi come un invito a non disperare. Tuttavia, Fresu sceglie la via più pragmatica: prendere un taxi a sue spese per evitare di arrivare a notte fonda.
Ed è qui che il sarcasmo del musicista trova terreno fertile. L’hotel non è un Hilton, non è vicino all’aeroporto e non è nemmeno particolarmente accogliente. È a Casalpalocco, oltre mezz’ora di taxi, e ha quell’aria “vintage” che i francesi definirebbero hotel de charme con una certa ironia. La cena consiste in due panini, una mela – sbucciata con un tagliaunghie per mancanza di utensili – e una bottiglia d’acqua. Le navette del giorno dopo? Solo alle tre e alle sei del mattino.
Il quadro, già surreale, si completa con un dettaglio che Fresu racconta con la stessa ironia che usa sul palco: in aereo, per cena, altri due panini mignon e una bottiglia d’acqua. La coperta, invece, no. “Sembrava di essere in Alaska a gennaio”, scrive.
A quel punto, la storia scivola naturalmente verso la metafora: tutto potrebbe risultare “diversamente piacevole”, proprio come la barzelletta dell’uomo che compra scarpe strette per godere del momento in cui le toglie. Solo che Fresu, d’estate, porta i sandali. O va scalzo.
E allora, con un ultimo colpo di fioretto, arriva la chiusura: come il maratoneta etiope delle Olimpiadi del 1960, forse potrà andare molto più lontano a piedi.
“Viva l’ITA‑lia! Che piacere essere coccolati dalla nostra compagnia di bandiera…”
Una frase che, letta così, sembra quasi un complimento. Ma basta un attimo per cogliere la musica sotto le parole: una melodia di sarcasmo, stanchezza e quella capacità tutta italiana di sorridere anche quando il viaggio diventa una piccola odissea.