I social promettono pubblico, ma spesso consegnano fantasmi. Quasi un follower su due è un’entità simulata, un numero che imita il consenso senza produrlo. In questo ecosistema, la visibilità diventa una finzione credibile e l’economia dell’attenzione si regge su metriche che non misurano più nulla. Intanto, miliardi di dollari in pubblicità evaporano davanti a occhi che non esistono
Nel mercato globale dell’attenzione, i numeri non descrivono più la realtà: la producono. E quando quasi la metà di quei numeri è sospetta, l’intero sistema inizia a scricchiolare. Secondo un’analisi condotta su 8,7 milioni di profili social da HypeAuditor, il 41% dei follower mostra attività fraudolenta. Una massa silenziosa di bot, account inattivi e identità simulate che alimenta un’economia distorta e sottrae valore reale a brand e inserzionisti.
Il problema non è nuovo. The Economist già nel 2012 segnalava la facilità con cui era possibile acquistare follower come leva di visibilità. Da allora, però, la tecnologia ha cambiato scala e natura del fenomeno: non più semplici profili vuoti, ma entità generate da intelligenze artificiali capaci di imitare comportamenti umani, rendendo la distinzione tra pubblico reale e pubblico simulato sempre più opaca.
Un costo che non si vede, ma si paga
L’impatto economico è tutt’altro che marginale. Le stime parlano di oltre 4,1 miliardi di dollari di pubblicità sprecata ogni anno, investimenti che finiscono davanti a occhi che non esistono. Le metriche si gonfiano, le performance si distorcono, le strategie di marketing si basano su dati che non rappresentano più il comportamento umano ma la sua imitazione algoritmica.
In questo scenario, il numero smette di essere un indicatore e diventa un dispositivo di legittimazione. Più follower significa più autorevolezza percepita, e l’autorevolezza percepita genera ulteriore visibilità. È un circuito che si autoalimenta, indipendentemente dalla qualità o dalla veridicità dell’audience.
La costruzione del consenso
La questione, però, non è solo economica. È culturale. L’audience digitale non è più un aggregato di persone, ma un segno: un simbolo di consenso. E come ogni segno, può essere costruito. La massa critica diventa una finzione performativa che produce un “effetto di realtà”: qualcosa appare vero perché funziona come se lo fosse.
Studi accademici sulle “fake people” mostrano come la presenza simulata non sia più un’anomalia, ma una componente strutturale dell’ecosistema digitale. L’utente reale convive con entità che ne imitano il comportamento, contribuendo a un ambiente in cui la visibilità non è più un riflesso del consenso, ma la sua precondizione artificiale.
Un sistema che rischia di credere alle proprie bugie
Il risultato è un mercato in cui la fiducia si erode e la trasparenza diventa un miraggio. Le piattaforme continuano a misurare ciò che non rappresenta più la realtà; i brand investono in un pubblico che non esiste; gli utenti si confrontano con metriche che non dicono nulla sulla qualità delle relazioni digitali.
Il punto non è stabilire se il consenso sia autentico. È sufficiente che sia plausibile. E finché la plausibilità continuerà a valere più della verità, i numeri continueranno a mentire — e noi continueremo a credergli.