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Terza puntata della nostra rubrica dedicata alla disabilità nello sport, in cui è stato ospite in redazione Manolo Cattari, presidente e istruttore della società di nuoto AlbatroSS di Sassari, giunta al suo 19° anno di vita.
Manolo, tu sei presidente e istruttore del progetto Albatross: ci puoi dire com’è nata la tua passione per il moto e come è nato questo progetto (che compie ormai 18 anni)?
Vengo dal nuoto come atleta, l’ho praticato per tutta la mia infanzia e anche durante l’adolescenza, nel senso che a 18 anni poi ho smesso di nuotare quando sono andato a studiare fuori a Roma, dove mi sono laureato in psicologia, e quando sono rientrato ho pensato a come avrei potuto mettere insieme il nuoto e la psicologia. Così, mentre Daniel Russo prendeva la gestione di Porto Torres, di fatto con lui ci siamo immaginati come potevamo fondare un progetto che mettesse insieme l’attività e l’apertura verso gli altri e il nuoto: da lì è nato il progetto Albatross. Siamo nati nel 2006, l’Albatross diventa un’associazione nel 2007, e devo dire che in tutti questi anni ho visto il territorio trasformarsi rispetto a quello che è lo sport per il mondo paralimpico. Rispetto ad allora ci sono tante opportunità, l’inclusione è un argomento che ormai è sulla bocca di tutti.
Siete un gruppo fenomenale che ottiene tante soddisfazioni, sia in campo sportivo che in campo morale, e le ha sempre ottenute. Ecco, tu come ti ritieni decisivo in tal senso?
Come dicevo, noi siamo nati in un momento in cui lo sport per persone con disabilità già c’era, chiaramente, però non aveva la stessa forza che ha adesso, o meglio non c’era l’attenzione che c’è adesso e che c’è sempre più rispetto all’individuo, e alle caratteristiche che esso stesso porta, aldilà di chi sia. La mia figura come psicologo dello sport, di fatto. è incentrata su un approccio prettamente sportivo, partendo da quello che è il punto di partenza dell’atleta che poi decide di praticare lo sport specifico. Ho iniziato io con Danilo, ma poi in realtà sono subentrate tantissime figure, tanti psicologi, tantissimi istruttori di nuoto, educatori che hanno ruotato intorno a noi. Siamo partiti appunto da una base in cui l’identità della stessa associazione era prevalentemente educativa, per poi trasformarci via via in un’associazione sempre più sportiva, che alla fine ci ha fatto eccellere a livello nazionale.
Aldilà del nuoto vi siete spinti anche in altri campi, in altre specialità. C’è una molto curiosa che si chiama plogging: di cosa si tratta e come mai ti è venuta l’idea di prendere anche questa strada?
L’AlbatroSS in realtà nasce dall’acqua, però poi si è sempre evoluto in tanti ambiti, anche oltre al concetto di utilizzabilità. Nel senso che è diventato un po’ il modo in cui si poteva fare progettazione sportivo-sociale, diciamo così, sportivo-educativo e sportivo-sociale. Abbiamo toccato tantissimi ambiti, abbiamo toccato la pet terapy, abbiamo lavorato con Sergio Germanile, in piscina e non. Abbiamo partecipato a diversi progetti europei e siamo riusciti a vincere un progetto insieme ad altre due associazioni. Una croata e una bulgara, di plogging, con l’obiettivo di renderlo accessibile e paralimpico. Il plogging è una disciplina che in realtà nasce in Svezia, non all’interno di questo progetto. Il plogging nasce da un manager svedese, che aveva la passione del jogging e che, nel farlo, iniziava a raccogliere i rifiuti che trovava nel percorso. Da lì quest’iniziativa comincia a diventare, in qualche modo, uno sport vero e proprio.
Sei reduce di un progetto d’inclusione addirittura in Thailandia: ci potresti dire qualcosa di più a riguardo?
Il progetto che abbiamo svolto in Thailandia consisteva nello spiegare ai bambini locali il nostro lavoro, quel che facciamo per l’inclusione e l’accessibilità. Gli abbiamo proposto numerosi giochi per spiegare la nostra attività, in collaborazione con la UISP e l’Associazione Culturale Sardegna nel Mondo, nell’ambito di promuovere e insegnare i valori che vorremmo trasmettere. E’ stata anche un’occasione per esplorare realtà come quelle che ci offre la Thailandia: fra queste ho conosciuto una squadra di calcio femminile che militava in Serie A, in un paese le cui abitazioni erano alquanto primitive. Ancor più: due di queste giocatrici erano anche in Nazionale.
Dal punto di vista dell’inclusione e della disabilità, vista anche la tua esperienza in questi mondi, c’è un messaggio a proposito che vorresti lanciare?
Più che dal punto di vista dell’inclusione, direi più dell’accessibilità, e a tal proposito con Agitamus nel 2019 avevamo trattato con successo tale tema. Al giorno d’oggi, ormai, il tema dell’inclusione è ormai superato, perché nel bene o nel male i diversamente abili riescono a entrare nella società. Quel che chiediamo è di sensibilizzare ora all’accessibilità, e migliorare le strutture al fine di facilitarla.
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