sabato 5 Settembre 2026
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L’intervista – Arkon, il doom metal che parla in sardo e racconta l’anima più antica dell’isola

L’intervista – Arkon, il doom metal che parla in sardo e racconta l’anima più antica dell’isola

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Nel loro percorso musicale gli Arkon hanno trasformato la lingua e l’immaginario della Sardegna in una cifra stilistica unica: un heavy‑doom identitario, radicato nelle leggende popolari e proiettato verso la scena internazionale. E il nuovo album “Edictum Secundus” è pronto a consolidarne le ambizioni

Una piacevole chiacchierata con Giuseppe Maisola, bassista degli Arkon, ci apre le porte di un mondo sonoro che affonda le radici nelle leggende dell’isola. Tra racconti di streghe, figure arcaiche e un doom metal che usa il sardo come voce naturale, la band ci accompagna in un viaggio dove identità, musica e memoria si intrecciano senza forzature


Foto: Fabrizio Carta

Giuseppe, come nasce il progetto Arkon e quando avete capito che il sardo sarebbe stato centrale?

All’inizio non avevamo un’identità definita: ci siamo messi a suonare e a sperimentare. Il primo singolo, Ophelia (2020), era in italiano. Alberto, il cantante, non si sentiva a suo agio con l’inglese, quindi abbiamo iniziato così. Poi è maturata l’idea del sardo: se già l’italiano nel metal è percepito come “esotico”, il sardo ci avrebbe caratterizzato ancora di più. È una lingua arcaica, sonora, perfetta per certe atmosfere. E soprattutto è coerente: se parli della tua terra, dei suoi miti e delle sue storie, farlo nella tua lingua ha più senso.

Cantare in sardo è una scelta identitaria forte. Cosa aggiunge alla vostra musica?

Aggiunge personalità e unicità. Nessun altro fa doom metal in sardo come noi. Inoltre, usare la propria lingua per raccontare miti e leggende locali rende tutto più autentico. Non siamo un gruppo etno‑rock: siamo una band doom come potremmo essere in qualsiasi parte del mondo, solo che cantiamo in sardo. La lingua non è folclore: è uno strumento espressivo che può stare sul palco del metal internazionale.

 

 

Quali influenze hanno plasmato il vostro suono?

La base è il doom classico: Black Sabbath, Candlemass, Witchfinder General, Saint Vitus, Pentagram, Cathedral. Poi c’è molto heavy tradizionale inglese: Iron Maiden, Angel Witch, Saxon. Sul fronte linguistico, non abbiamo molti riferimenti rock in sardo, ma realtà come Kenze Neke o i Tazenda hanno dimostrato che la lingua può funzionare anche fuori dal folclore. La loro lezione è stata importante: usare il sardo in un contesto moderno e internazionale.

I passaggi decisivi dal 2016 a oggi?

L’arrivo del chitarrista Italo Pizzalis ha segnato un salto di qualità. Con lui abbiamo lavorato al primo album, uscito nel 2024 con Underground Symphony. Poi il cambio alla batteria: l’ingresso di Andrea Foddai, musicista preparato e insegnante di percussioni, ha portato competenze tecniche e una crescita generale. È anche producer, e stiamo registrando con lui il nuovo album.

Cosa rappresenta il vostro primo album del 2024?

È la sintesi di tutto ciò che gli Arkon sono stati fino a quel momento. Contiene brani nati anche quattro o cinque anni prima. L’EP Ipericum (2022), registrato in presa diretta, è stato in parte ri-registrato per ottenere un suono più professionale.

Il nome Arkon ha anche un riferimento Marvel. Come lo avete scelto?

L’abbiamo scoperto dopo! Ma non c’entra nulla con i fumetti. “Arkon” deriva dal greco antico e richiama la figura dell’Arconte, legata alla storia giudicale sarda. Ci piaceva il suono e il richiamo all’arcaico.

 

 

Quali elementi rendono unico il vostro mondo sonoro?

La lingua sarda, la voce molto riconoscibile di Alberto e la nostra impostazione compositiva. Ci definiamo heavy‑doom: non puntiamo solo sulla lentezza, ma sulle dinamiche, sulle accelerazioni, sulle variazioni interne ai brani. Non ripetiamo all’infinito gli stessi riff: ogni pezzo ha più sezioni e atmosfere.

I vostri live hanno un’atmosfera quasi rituale. Cosa volete trasmettere?

Vogliamo creare un’esperienza completa: musica, immaginario, narrazione. Raccontiamo un mondo arcaico, fatto di figure misteriose, demoni, fate, streghe. Un “folk horror” sardo che esiste davvero nella nostra tradizione, ma che spesso viene ignorato a favore dell’immagine turistica della Sardegna.

 

 

Da quali fonti attingete per i vostri testi?

Leggende popolari, racconti degli anziani, studi antropologici. Da Grazia Deledda a Tomasino Pinna, da Dolores Turchi ai ricercatori che hanno raccolto storie di magia, sincretismi religiosi, figure demoniache, janas, streghe. La Sardegna ha un immaginario ricchissimo, spesso vicino a quello dell’antica Inghilterra.

Come vedete oggi la scena metal in Sardegna?

È una delle più vivaci d’Italia: ci sono band valide e generi diversi. L’unico limite, a volte,  è la scarsa collaborazione. Esistono gruppi molto affiatati tra loro, ma poco inclini ad aprirsi. È un tratto tipico della Sardegna, non solo del metal.

Quali temi attraversano i vostri testi?

Stregoneria, janas, fate, demoni, morti che tornano, sincretismi religiosi, luoghi di culto antichi, simboli, miti. Tutto ciò che appartiene alla Sardegna più profonda e meno conosciuta.

I vostri prossimi passi?
Abbiamo firmato con una label internazionale di primo piano nel mondo doom/stoner. Il singolo Purgatorio verrà rilanciato, seguirà un nuovo singolo con video, e l’album dovrebbe uscire nei primi mesi del 2027. Sarà un grande passo avanti rispetto al precedente: più maturo, più potente, più curato.

 

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