giovedì 1 Ottobre 2026
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La storia – 38 anni, una laurea in tasca, lavoro a tempo determinato e rinunce quotidiane: “Anche una gita è diventata un lusso”

La storia – 38 anni, una laurea in tasca, lavoro a tempo determinato e rinunce quotidiane: “Anche una gita è diventata un lusso”

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La storia di un 38enne Oristanese

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La testimonianza di un giovane dell’oristanese di stanza a Sassari che lavora, risparmia e rinuncia: quando anche una gita fuori città diventa un privilegio e il tempo libero si trasforma in un bene che non ci si può più permettere

La mail all’inizio sembrava la solita truffa. Rispondiamo perché “non costa nulla”. E da lì capiamo che qualcuno, dall’altra parte, non vuole soldi né scorciatoie: cerca solo un po’ della nostra attenzione. Segue una telefonata, breve ma chiarificatrice – ci fa capire che abbiamo amici comuni – e poi una chiacchierata in un bar del centro, davanti a un caffè.


Marco (nome di fantasia) ha un profilo di una persona che si incontra sempre più spesso nelle statistiche e nelle conversazioni quotidiane: 38 anni, originario dell’Oristanese, una laurea, un lavoro full time a tempo determinato. Non un “giovane in cerca di opportunità”, ma un adulto che ha già fatto tutto ciò che gli è stato chiesto: studiare, formarsi, trasferirsi dove c’erano più possibilità. Eppure oggi vive in una città dove il costo della vita ha superato la sua capacità di starci dentro.

«Lavoro duro e non ho le mani bucate. Ma ho smesso di pensare a lungo termine», spiega. La frase non è retorica: è un dato. Il suo estratto conto è una sequenza di voci che si ripetono identiche ogni mese. Supermercato: 420 euro. Bollette: tra i 130 e i 180, a seconda del periodo. Benzina: 70 euro a settimana per raggiungere il posto di lavoro. Affitto: 550 euro per una stanza, perché un bilocale a Sassari ormai supera i  450–550 euro. Il resto? Non esiste.

«Così smetti di vivere. Smetti di goderti il tuo tempo, che è la cosa più preziosa che hai». E quando lo dice, non sta parlando di viaggi o vacanze. Sta parlando di una gita a Stintino, di una cena in centro, di un aperitivo con gli amici. Piccole cose che fino a pochi anni fa erano routine, oggi sono voci da valutare con la stessa attenzione di una spesa straordinaria.

Il caro vita a Sassari non è un concetto astratto: è una somma di dettagli concreti. Negli ultimi dodici mesi, secondo le rilevazioni dell’Unione Nazionale Consumatori, i prezzi dei generi alimentari in Sardegna sono cresciuti tra il 7 e il 12%. Gli affitti, spinti dalla domanda degli studenti e dalla scarsità di immobili, hanno registrato aumenti fino al 20% in alcune zone della città. E chi vive con un contratto a tempo determinato — come il protagonista di questa storia — non ha alcuna leva per difendersi.

«Ti ritrovi a eliminare qualcosa per forza di cose. Anche una gita fuori porta, perché è diventata un lusso. E se nel mese hai due compleanni e un battesimo, devi fare attenzione a tutto: ai regali, alla benzina, persino al parcheggio». La precarietà, racconta, non è più una fase: è un sistema. Un sistema che ti costringe a vivere in modalità “sopravvivenza”, a rinunciare prima ancora di desiderare, a fare i conti con un futuro che non puoi pianificare.

E così, mentre prova a tenere insieme lavoro e dignità, cresce una tentazione che fino a qualche anno fa non aveva mai considerato davvero: andarsene. «A volte penso che forse dovrei lasciare la Sardegna. Non perché non la ami, ma perché qui è difficile costruire qualcosa».

Questa frase, nella sua crudezza, è il punto centrale dell’inchiesta. Perché non è un caso isolato: è la traiettoria di una generazione intera. Trentenni e quarantenni che vivono con stipendi fermi da dieci anni, contratti rinnovati a scadenza, affitti fuori scala e un costo della vita che cresce più velocemente di qualsiasi possibilità di risparmio.

Sassari, come molte città dell’isola, sta diventando un luogo dove sempre più spesso si resta per affetto, non per prospettiva. Ma l’affetto non paga l’affitto. Non copre le bollette. Non permette di costruire un futuro.

L’incontro con Marco è una testimonianza preziosa perché non cerca scuse e non cerca pietà. È un documento che racconta una vita che si restringe, un tempo che si consuma e una dignità che resiste ma si incrina. E soprattutto, mette in luce una domanda che sempre più persone si stanno facendo: quanto ancora si può andare avanti così?

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