Il cammino verso Lisbona è iniziato già dal giorno prima con quella piacevole frenesia che accompagna le giornate speciali. Dalla Sardegna ci si muove sempre con un misto di leggerezza e organizzazione, ma stavolta c’era un ingrediente in più: l’avventura. Le coincidenze Alghero–Madrid–Lisbona sembravano incastrarsi come tessere di un puzzle, e già in aeroporto si respirava quell’aria da “trasferta rock” che mette in moto la fantasia. Lavoro, certo. Ma cosa c’è di meglio che unire l’utile al dilettevole?
Arrivare a Lisbona, poi, è un regalo. La città ti accoglie con una luce che non assomiglia a nessun’altra: morbida, dorata, quasi musicale. Tra un tram che sbuca da una curva e il profumo dell’oceano che arriva a folate, benedetto visto che dà un po’ di tregua alla calura, il mix turismo–concerto diventa naturale. Si cammina, si osserva, si assaggia, si incontrano fans con l’inequivocabile maglietta d’ordinanza e intanto cresce l’attesa per la serata all’Estádio da Luz, casa calcistica del Benfica e dello Sporting Lisbona.

Run for Your Lives un monito che attraversa i tempi
Run for Your Lives, il nome del tour del 2026, è più di uno slogan da palco. Nella storia degli Iron Maiden le frasi che accompagnano un’era hanno sempre avuto un doppio fondo: da un lato l’epica, dall’altro una lettura del presente. E “Run for Your Lives” sembrerebbe funzionare esattamente così. È un’espressione che, tradotta alla lettera, suona come un imperativo: salvate la pelle. Ma nel contesto dei Maiden diventa una metafora più ampia, quasi un invito a non restare immobili mentre il mondo accelera, cambia, si complica non poco. È un richiamo alla fuga intesa non come paura, ma come movimento: correre per restare vivi, per restare lucidi, per non farsi schiacciare da ciò che ci circonda. In un’epoca segnata da incertezze, crisi ambientali, tensioni globali e un senso diffuso di precarietà, quel titolo sembra parlare anche fuori dal palco. È come se la band dicesse: “Non aspettate che la tempesta vi travolga, reagite, muovetevi, difendete ciò che conta”.

L’avvicinamento allo stadio
Dal primo pomeriggio il caldo era feroce, uno di quelli che ti costringe a rallentare il passo ma non la voglia di arrivare presto. L’obiettivo era semplice: conquistare le prime file del Relvado e provare a resistere all’onda d’urto del muro umano che, inevitabilmente, sarebbe arrivata. Alle 18, con l’apertura delle porte, è iniziato il rito: chiacchiere con fan arrivati da tutta Europa, scambi di aneddoti, confronti sulle scalette dei tour passati chi ha seguito la band in ogni dove e arrivava dalle date dei giorni scorsi. Un clima da comunità itinerante, dove ogni volto racconta una storia legata alla stessa band.
L’ora al fulmicotone degli Anthrax
L’occasione per era ghiotta, due piccioni con una fava: in apertura c’erano gli Anthrax, e già questo bastava a rendere la serata speciale. Joey Belladonna gran mattatore , capace di condensare nell’ora a disposizione i classici che hanno fatto la storia della band. Non sono da meno un incontenibile Frank Bello, la macchina Charlie Benante alla batteria e i riff tritatutto del sempreverde Scott Ian.

La scaletta è stata una corsa senza fiato:
- Among the Living — l’inizio che spazza via ogni residuo di stanchezza.
- Got the Time — la cover di Joe Jackson che dal vivo è un detonatore.
- Madhouse — il pubblico esplode.
- Caught in a Mosh — il titolo dice tutto e l’headbanging si scatena
- Medusa — un tuffo negli anni d’oro.
- It’s for the Kids — breve, diretta, perfetta. Uno dei nuovi brani del prossimo album Cursum Perficio in uscita a settembre come ha detto Scotto Ian
- Antisocial — la cover dei Trust che è diventata uno dei loro manifesti.
- Indians — una delle hit della band, la chiusura con il pubblico in delirio.
Un’ora che ha scaldato lo stadio più del sole.
Due ore di Iron Maiden in stato di grazia
Quando gli Iron Maiden sono saliti sul palco, l’Estádio da Luz era una marea compatta. Bruce Dickinson, in forma smagliante, non ha ceduto di un millimetro: voce potente, presenza scenica totale, energia da frontman che non conosce età.
Era l’ultima data del tour europeo prima dell’EddFest 2026 a Knebworth Park, epilogo di un viaggio iniziato a maggio in Ungheria. Una chiusura col botto, prima della ripartenza a fine agosto in Canada e del lungo viaggio che li porterà fino a novembre in Oceania dove suoneranno per la prima volta negli stadi e Giappone, ultime tappe prima della pausa del 2027.
Quando gli Iron Maiden sono saliti sul palco, l’Estádio da Luz era una marea compatta. Bruce Dickinson, in forma smagliante, non ha ceduto di un millimetro: voce potente, presenza scenica totale, energia da frontman che non conosce età.
Era l’ultima data del tour europeo prima dell’EddFest 2026 a Knebworth Park, epilogo di un percorso iniziato a maggio in Ungheria. Una chiusura col botto, prima della ripartenza a fine agosto in Canada e del lungo viaggio che li porterà fino a novembre in Oceania, dove suoneranno per la prima volta negli stadi, e poi in Giappone, ultime tappe prima della pausa programmata del 2027.
La band: precisione, fuoco e qualche microscopica sbavatura
Sul palco, la macchina Maiden ha girato come sempre ad altissimi giri. Steve Harris è stato il solito motore pulsante: il basso martellante, le corse da una parte all’altra del palco, l’attenzione maniacale ai dettagli. In un paio di passaggi si è percepita una micro-imprecisione nei fraseggi più veloci, ma nulla che scalfisse la potenza del suo playing.
Dave Murray ha sfoderato la sua eleganza naturale: assoli fluidi, pulizia cristallina, quel tocco morbido che lo distingue da sempre. Una volta ha anticipato di un soffio un ingresso, ma è stato talmente lieve che molti non se ne sono nemmeno accorti.
Adrian Smith ha portato la solita solidità: riff scolpiti, assoli precisi, presenza scenica misurata ma efficace. È lui a dare equilibrio alla tempesta sonora dei Maiden, e anche stavolta ha confermato perché è considerato uno dei chitarristi più affidabili della scena heavy.
Janick Gers è stato il funambolo di sempre: piroette, chitarra roteata, movimenti teatrali. Qualche nota “sporca” qua e là, soprattutto nei momenti più acrobatici, ma fa parte del suo stile: Janick è istinto puro, e il pubblico lo ama proprio per questo.
Simon Dawson ha tenuto la baracca con una precisione sorprendente e ora è più a suo agio. Subentrato in un ruolo pesante, dovendo sostituire nel 2024 un mostro sacro come Nicko Brain, ha mostrato solidità, controllo e una capacità di adattarsi ai brani storici senza snaturarli. Qualche leggerissima esitazione nei cambi più intricati c’è stata, ma parliamo di dettagli minuscoli, quasi inevitabili in un set di due ore.
E poi Bruce Bruce. Gli “perdoniamo” che nelle sue scorribande sul palco a momenti dimenticava di tornare al microfono per cantare la strofa di Phantom of the Opera. Oltre alla voce, ha dominato la scena con ironia, carisma, teatralità. Ha scherzato, ha incitato, ha raccontato. In un paio di acuti ha scelto una strada più prudente, ma la resa complessiva è stata da applausi: un frontman che non vuole mollare un centimetro.
Scaletta degli Iron Maiden — track by track
Una scaletta che non ha bisogno di presentazioni, ma che merita di essere raccontata.
Encore
- Churchill’s Speech — il preludio che fa tremare lo stadio.
- Aces High — velocità, precisione, potenza con un Dickinson che tocca le stelle. 4 pezzi in totale da Powerslave.
- Fear of the Dark — il coro più grande della serata, l’inno della secondo tempo della loro discografia. L’unica canzone suonata dagli anni Novanta.
- Wasted Years — il finale perfetto, nostalgico e luminoso. Un classico immortale, l’unico estratto da Somewhere in Time.

A fine concerto, mentre la città tornava lentamente alla sua quiete, Lisbona sembrava ancora vibrare. Le luci, il vento dell’Atlantico, le voci dei fan che si disperdevano nelle strade: tutto contribuiva a chiudere la giornata con una sensazione di pienezza e la consapevolezza di aver assistito ancora una volta a qualcosa di unico.Un viaggio, un concerto, una città splendida. Altro? Ah sì: Up the Irons.
