Un viaggio dentro la strategia culturale del Comune di Sassari: dalla gestione dei grandi eventi alla valorizzazione dei luoghi storici, dal rilancio della Rete Thàmus alla collaborazione con associazioni, imprese e artigiani. Progetti e sfide di una città che punta a diventare un polo culturale vivo, inclusivo e attrattivo tutto l’anno, capace di unire tradizione, innovazione e partecipazione. Abbiamo incontrato Nicoletta Puggioni Assessora alla Cultura, Marketing turistico, Politiche educative, giovanili e sportive del Comune di Sassari
Assessora, è passato poco più di un mese dal Concertone. Quali sono stati i criteri che hanno guidato le scelte del Capodanno?
Le scelte per il Capodanno sono state guidate dall’obiettivo di coinvolgere il maggior numero possibile di persone, puntando su un target ampio: giovani, meno giovani e chiunque volesse trascorrere una serata piacevole in compagnia. Per questo abbiamo scelto un artista con un repertorio vasto, molto conosciuto e capace di parlare a diverse fasce d’età. Questa impostazione ha determinato anche la scelta della location. Era evidente che non si potesse utilizzare una piazza più piccola: Piazzale Segni, che ha una capienza doppia rispetto ad altre aree, era l’unica soluzione adeguata per accogliere un pubblico così numeroso.

La grande affluenza per il concerto di Gianna Nannini in piazza d’Italia vi aveva fatto riflettere sulla necessità di uno spazio più ampio per il Capodanno?
Sì, ci aveva fatto riflettere. Per questo abbiamo ritenuto opportuno scegliere uno spazio più grande: parliamo di due ettari contro uno. I piani di sicurezza, infatti, si basano sulla metratura disponibile, non sul contenuto dell’evento, e questa era la differenza sostanziale. Allo stesso tempo, questa scelta ci ha offerto un’altra opportunità: mantenere l’allestimento natalizio di piazza d’Italia e delle vie circostanti fino al 6 gennaio. Se avessimo organizzato lì il Capodanno, avremmo dovuto smontare tutto l’allestimento già dopo Natale. È stata quindi una decisione ponderata, che ha permesso di valorizzare meglio entrambe le aree.

Come si inserisce quell’evento nella visione culturale e complessiva dell’amministrazione?
Parliamo innanzitutto di spettacolo che diventa cultura quando si trasforma in un momento di condivisione e di partecipazione collettiva. A Sassari questo appuntamento rappresenta il terzo grande evento cittadino, dopo i Candelieri e la Cavalcata. Fin dall’inizio abbiamo lavorato per individuare un terzo evento di riferimento e abbiamo ritenuto che questo potesse esserlo. e si inserisce quindi anche all’interno di un cartellone culturale molto più ampio, quello del periodo natalizio. Un programma che è iniziato già a fine novembre, con iniziative di grande qualità e interesse, e che abbiamo portato avanti fino a dopo la Befana: oltre un mese di attività intense, di cui il Capodanno è stato una parte importante.
Quale dovrebbe essere la vocazione culturale e identitaria di Sassari? Questi grandi eventi come possono contribuire a rafforzare l’immagine della città?
Il nostro obiettivo è far sì che Sassari sia davvero una città metropolitana: il capoluogo di un territorio vastissimo, composto da 66 comuni e con 125 mila abitanti. Vogliamo che questo ruolo sia riconosciuto, ma soprattutto vogliamo far conoscere Sassari oltre i suoi confini, non solo ai sassaresi e al territorio, ma anche ai turisti. Attraverso manifestazioni e grandi eventi puntiamo a costruire percorsi che rendano la città non solo una meta turistica, ma soprattutto una meta culturale, un punto di riferimento per chi arriva da fuori. Sassari ha un potenziale enorme: palazzi di grande pregio, diversi teatri, ben 350 associazioni culturali e 600 società sportive iscritte ai registri ufficiali. Una ricchezza che non tutti possono vantare. Mettere insieme questo patrimonio umano con i luoghi, la storia e l’architettura della città significa creare le condizioni per rilanciare Sassari come vero polo culturale del territorio.
Si dice sempre che neppure i sassaresi conoscano il reale potenziale della città e delle sue architetture. E non parliamo solo delle ville Liberty, l’esempio più lampante.
Pensiamo, ad esempio, alla Fontana di Rosello: è un monumento rinascimentale, un aspetto tutt’altro che secondario. E poi Monte d’Accoddi, i musei, i teatri… il Teatro Civico stesso è un museo. A Sassari ci sono luoghi che meritano davvero di essere valorizzati e conosciuti molto di più. Durante l’anno abbiamo proposto percorsi particolari: uno di questi è stato quello dei “conventi aperti”, con passeggiate alla scoperta dei conventi cittadini. Anche questo è un patrimonio inestimabile, perché la città possiede conventi che rappresentano un’enorme opportunità culturale. A Sassari ci sono davvero tante realtà che meritano attenzione. Non so se riusciremo a intervenire su tutto subito, ma su alcune stiamo già lavorando per riaprirle e valorizzarle.

Parlava di Monte d’Accoddi: abbiamo l’unico altare megalitico del Mediterraneo e d’Europa. Gli inglesi, con Stonehenge, forse sono stati più pratici; con quattro pietre…
È vero, ma in Italia sono dinamiche che si riscontrano un po’ ovunque. Abbiamo talmente tante ricchezze che, se non sono numerose o non portano la firma di un grande nome, tendiamo a considerarle meno importanti. E invece ciò che custodiamo nelle nostre piccole città, anche nei centri di provincia, spesso supera per valore ciò che si trova in molte capitali europee. La differenza è che altrove, anche quando il patrimonio è limitato, sanno valorizzarlo in modo impeccabile.
In che modo un evento come il Concertone può garantire continuità? E come avete pensato di evitare che resti un caso isolato e farlo così diventare un tassello di una strategia più ampia, capace di coinvolgere le realtà culturali durante tutto l’anno?
Assolutamente sì. Quando si parla di ricadute economiche di un concerto, si pensa subito a bar, ristoranti e alberghi. Ma c’è un’altra ricaduta, altrettanto importante: quella sugli operatori culturali. Un grande evento non è fatto solo dall’artista che sale sul palco, ma da un intero sistema di professionalità: chi fa le analisi geologiche e geotecniche, chi progetta le strutture, chi cura luci e audio, chi garantisce la sicurezza. È un mondo molto vasto. Se si ha la possibilità di lavorare in modo continuativo — non solo a Capodanno, ma anche per la Cavalcata, la Faradda e le iniziative del territorio — allora si sviluppano vere attività economiche, che crescono e possono persino essere esportate altrove.
Sui social network invece tutto sembra semplice, immediato, quasi automatico.
La verità è che in pochi conoscono davvero la filiera che sta dietro un grande evento o un concerto. Prendiamo un esempio banale: le transenne. Bisogna noleggiarle, serve personale che le posizioni correttamente, persone formate che sappiano come e dove metterle, e poi qualcuno che le rimuova nei tempi stabiliti. E questo è solo un dettaglio minuscolo. Dietro una grande manifestazione c’è un mondo di lavoratori, competenze, professionalità, tempistiche serrate. È un universo enorme, ma spesso invisibile.
La manifestazione è stata definita un’operazione industriale.
Un’operazione a tutti gli effetti industriale con finalità e scopi culturali, con tanti soggetti e tante attività diverse che hanno lavorato insieme. Sono state coinvolte nell’organizzazione 30 aziende.
Quali indicatori utilizzerete per valutare l’impatto economico, sociale e culturale dell’evento?
In realtà non siamo stati noi a scegliere gli indicatori! Per una valutazione seria dell’impatto economico servono professionisti, e infatti abbiamo affidato l’incarico a chi ha le competenze per farlo. Già a marzo dovremmo avere un dato preciso, elaborato da esperti, che ci dirà con esattezza quale sia stato l’impatto dell’iniziativa sul territorio. È questo il metodo corretto: non si può procedere “a spanne”. Le cose non si misurano a naso, ma con indicatori chiari, riconosciuti, e con strumenti che solo chi lavora nel settore conosce davvero. Lo stesso approccio lo abbiamo adottato anche per altri aspetti, come la comunicazione: servono figure specializzate che sappiano orientarci e aiutarci a prendere decisioni più consapevoli per il futuro. Detto questo, alcuni segnali li abbiamo già colti. La scelta di puntare su un certo target si è rivelata vincente: ci aveva dato buoni risultati l’anno scorso e quest’anno ci ha confermato che la direzione è quella giusta. E nonostante le proteste iniziali, i numeri parlano da soli: in piazzale Segni c’erano quasi 40 mila persone, tra chi era dentro l’area e chi era intorno. La piazza, alla fine, ha inciso fino a un certo punto. Ciò che contava davvero era ciò che accadeva nella piazza, non il luogo o la distanza. E comunque siamo pienamente dentro la città, seppure non nella parte ottocentesca, e questo ha un valore particolare.
Quali sono state le principali criticità emerse nell’organizzazione dell’evento e quali insegnamenti intendete trarre per i futuri grandi eventi?
Le criticità, naturalmente, ci sono state. Subito dopo l’evento abbiamo svolto un debriefing con la stessa Commissione provinciale che aveva valutato tutto in fase preventiva, e da quel confronto sono emersi alcuni aspetti da migliorare, soprattutto sul fronte della sicurezza. Pur essendo tutto realizzato a regola d’arte; ad esempio Piazzale Segni potrà essere più fluido quando sarà possibile aprire alcuni sbocchi verso le aree circostanti, oggi chiuse per via dei cantieri. Un altro elemento riguarda la mobilità. Il servizio navetta ha funzionato, ma l’affluenza è stata superiore alle previsioni e questo ha comportato qualche ritardo. Va detto, però, che le navette hanno portato in piazza quasi 12 mila persone, evitando il rischio di un traffico ingestibile. Ci sono poi aspetti tecnici da studiare meglio, come la gestione degli ingressi e delle uscite. Un tema specifico è quello dei cordoli di Piazzale Segni: la loro presenza ha condizionato il disegno della piazza e imposto scelte obbligate su dove posizionare alcune strutture, perché altrimenti avrebbero rappresentato un pericolo. Infine, ci sono piccoli aggiustamenti da valutare anche sul piano artistico. Si potrebbe pensare a iniziative più coinvolgenti nell’attesa del concerto, perché è inevitabile che il pubblico debba aspettare a lungo, come accade in qualsiasi grande evento. La differenza è che quando si paga un biglietto si è mentalmente preparati; quando invece si va in piazza, spesso ci si aspetta che 40 mila persone possano essere gestite come se fossero nel salotto di casa, e naturalmente non è così.
Sassari è una città turistica?
Come amministrazione ci piace pensare a Sassari come a una città turistica, ma con una forte vocazione culturale. Ci teniamo molto a questo aspetto, perché in Sardegna il turismo viene spesso associato quasi esclusivamente al mare, alle attività balneari e quindi al periodo estivo. Invece immaginiamo una città che si presenti come polo culturale: un luogo che funziona per i turisti, certo, ma anche per i cittadini e per tutto il territorio. Crediamo che questo rappresenti un valore aggiunto, qualcosa che può davvero fare la differenza.
Ha citato numeri importanti, come le 350 associazioni culturali attive in città. L’amministrazione sta valutando di coinvolgere in modo ancora più ampio queste realtà nella progettazione dei prossimi eventi, così da trasformare appuntamenti come il Capodanno in un’occasione di crescita condivisa per tutta la città?
In realtà il coinvolgimento delle associazioni e degli operatori culturali è già una parte strutturale del nostro lavoro. Attraverso bandi e manifestazioni di interesse abbiamo raccolto le proposte che hanno dato vita alle 230 attività del periodo natalizio: sono tutte iniziative nate direttamente dalle associazioni del territorio. Detto questo, è evidente che si può fare ancora meglio e ancora di più. Un conto è incontrare le associazioni una per una, un altro è metterle insieme, farle dialogare e costruire idee condivise non solo per il Capodanno, ma anche per rendere più continua l’offerta culturale durante l’anno. Perché, se è vero che abbiamo tre grandi momenti — il 31 dicembre, il 14 agosto e metà maggio — è altrettanto vero che tra questi appuntamenti restano periodi che vanno riempiti con proposte di qualità. E queste proposte possono arrivare non solo dagli operatori culturali, ma anche da chi lavora nelle attività produttive. È fondamentale coinvolgere anche loro, perché un grande evento non è solo contenuto artistico: ci sono aspetti logistici, organizzativi, economici che richiedono competenze diverse e una collaborazione più ampia. Insomma, ci sono tanti elementi da mettere insieme, e farlo in modo partecipato può davvero trasformare eventi come il Capodanno in un’occasione di crescita condivisa per tutta la città.
Quali sono le priorità dell’assessorato in termini di politiche culturali e interventi strutturali? E quali azioni ritenete più urgenti per rafforzare l’accesso alla cultura nei quartieri e nelle fasce di popolazione meno coinvolte?
Sassari è una città molto estesa, e questo rende complesso raggiungere tutti allo stesso modo. Nonostante ciò, tutti i bandi e le manifestazioni di interesse dedicate agli eventi culturali prevedono sempre un’attenzione particolare per le borgate e per le periferie. È chiaro, però, che quando si vuole realizzare qualcosa di più grande e più attrattivo occorre anche concentrare alcune iniziative in punti strategici. In questo momento stiamo lavorando su un bando regionale legato a un finanziamento triennale, il progetto della Rete Thàmus. Si tratta di un intervento che si sviluppa su due canali: uno strutturale, gestito direttamente dai Lavori Pubblici, e uno culturale, seguito dall’assessorato alla Cultura. Questo doppio binario ci permette di intervenire sulle strutture e infrastrutture sia sui contenuti, con l’obiettivo di migliorare l’accesso alla cultura e rafforzare la presenza di attività culturali anche nelle aree meno coinvolte della città.
In concreto, cosa significa per l’amministrazione lavorare sulla valorizzazione del patrimonio culturale della città?
Significa intervenire sulle strutture, sulla loro valorizzazione, sul miglioramento e sul restauro, ma anche creare intorno a questi luoghi qualcosa che sia non solo attrattivo, ma anche ricettivo. E poi significa lavorare sulle attività che devono animare quegli spazi. Un esempio è il Teatro Civico: oggi è pienamente operativo, è stato ristrutturato, funziona l’impianto di riscaldamento e a breve avrà anche una nuova illuminazione architettonica che valorizzerà tutto il Corso, dove stiamo rinnovando l’illuminazione in vista del 2026. Lo stesso intervento riguarderà Palazzo d’Usini e Piazza Tola. Ma la vera sfida non è solo rendere belli questi luoghi: è farli diventare spazi vivi, case per le associazioni culturali e punti di riferimento per i cittadini, dove trovare un’offerta culturale continua e di qualità. Accanto a questo, è fondamentale che la cultura viva anche nelle piazze e nelle strade. Il teatro attira gli appassionati, ma un’attività teatrale all’aperto coinvolge anche chi passa per caso, chi si ferma a prendere un caffè. Per questo dobbiamo lavorare su entrambi i livelli.
Oltre agli interventi sugli spazi, quali sono i progetti più significativi su cui state lavorando per ampliare la rete culturale della città?
Un obiettivo importante è l’estensione della Rete Thàmus, che significa riappropriarci di luoghi oggi chiusi o poco utilizzati. Abbiamo riaperto il Teatro Civico e il Barbacane, stiamo lavorando per rendere più continuativa l’attività del Tavolara e ci piacerebbe fare lo stesso con il Carmelo, che ha potenzialità enormi. In quell’area, tra la Fontana di Rosello, il mercato e le Mura, si potrebbe creare un percorso culturale completamente nuovo. All’interno della Rete Thàmus stiamo sviluppando anche progetti innovativi: una graphic novel, Codice Thàmus, per raccontare la città ai più giovani; il “candeliere digitale”, che presenteremo a breve; e un lavoro importante sulla comunicazione, perché è fondamentale far conoscere ciò che stiamo costruendo. Parallelamente stiamo creando un vero e proprio pacchetto turistico su Sassari: non un semplice percorso, ma un prodotto da presentare nelle fiere e ai tour operator, che integri cultura, trasporti, ricettività e ristorazione. L’obiettivo è costruire connessioni forti tra pubblico e privato, perché la crescita culturale della città passa anche da qui.

Giocate sempre d’anticipo sui due grandi eventi della città, Cavalcata e Candelieri. Può dirci già qualcosa per il 2026?
A breve ci riuniremo per iniziare a lavorare concretamente sulla Cavalcata. Sarà la 75ª edizione, un traguardo importante, e vogliamo che sia davvero speciale. L’obiettivo è inserirla pienamente nel Maggio Sassarese, ma dando alla Cavalcata uno spazio più ampio di una sola giornata. Deve diventare un evento accompagnato da un percorso più lungo. La Cavalcata non è solo colori, suoni e costumi del giorno della sfilata: è anche tutto ciò che c’è dietro. Pensiamo agli artigiani che realizzano costumi, ricami, gioielli, strumenti musicali, selle. È un mondo di operatori economici, spesso veri e propri artisti, che meritano valorizzazione. Per questo stiamo immaginando percorsi tematici che durino almeno un mese: mostre, laboratori, iniziative che creino un richiamo continuo, non limitato a un solo giorno. È un progetto ambizioso, certo. Quando si punta in alto c’è sempre il rischio di non riuscire a realizzare tutto, ma anche portarne a compimento una parte significherebbe fare un passo avanti rispetto al passato. Ogni anno impariamo qualcosa e miglioriamo, ma è fondamentale muoversi con grande anticipo: la Cavalcata, di fatto, è già domani. Abbiamo già fatto un primo briefing sulle idee emerse. Ora dobbiamo trasformarle in un piano economico, trovare i finanziamenti e coinvolgere tutti i soggetti necessari. Le possibilità per fare un ottimo lavoro ci sono tutte.