A volte ritornano. È stata l’edizione del come-back per il Frontiers Rock Festival dopo uno stop di 6 anni. La creatura del patron Serafino Perugino numero uno della omonima label, attiva nel mercato discografico dalla oltre venticinque anni, ha riacceso i motori dal 25 al 27 aprile al Live Music Club di Trezzo sull’Adda e regalato così tre giornate indimenticabili agli appassionati del Melodic e dell’Hard rock. Con un cartellone di ben 21 band – sempre una scommessa in Italia – l’evento ha celebrato sia leggende del genere che nuove promesse, offrendo un’esperienza unica per i fan e un livello qualitativo mediamente alto.
Un ritorno atteso
Dopo 6 anni di pausa, il festival è tornato con una programmazione di grande interesse, attirando fan da tutto il mondo. Il festival ha offerto non solo musica di alta qualità, ma anche un’esperienza immersiva con aree dedicate per informazioni e interazioni con gli artisti.

Giorno 1 – Venerdì 25 aprile
Per ovvi motivi non è più possibile replicare il poker Wetton-Downes-Howe-Palmer ma il cartellone nella giornata di apertura prevedeva il prestigioso monicker degli Asia, gli headliner, con una formazione rinnovata. Capitanati dal tastierista Geoff Downes (unico membro fondatore presente) la formazione ha portato nuova vitalità ai loro classici senza tempo, tutti eseguiti magistralmente dal batterista Virgil Donati e dall’eccellente voce Harry Whitley, sul palco anche nel ruolo di bassista.
I Pride of Lions hanno incantato con melodie potenti, nonostante qualche problema di voce di Tobi Hitchcock. Eyes of the Tiger rimane l’inno per eccellenza di una generazione ed è subito un pugno nello stomaco. Ma tutto il repertorio Survivor scalda il pubblico grazie alle intramontabili I Can’t Hold Back e Burning Heart cantate da Robin McAluley. Gli Honeymoon Suite e i Bonfire hanno aggiunto energia e raffinatezza. I primi, canadesi, sanno come stupire il pubblico col loro repertorio accattivante, con la giusta dose di melodia e potenza. La band che affonda le proprie radici negli anni Ottanta e riesce a coinvolgere il pubblico con la loro performance briosa e accattivante. I tedeschi Bonfire storica band tedesca capitanata dal chitarrista Hans Ziller che si presentano col cantante Dyan Mair sono autori di uno spettacolo di grande solidità ma per chi scrive devono ancora ‘registrare’ qualcosa per far quadrare l’alchimia del loro sound. Invece hanno piacevolmente sorpreso band emergenti come Fans of the Dark che hanno dimostrato un buon potenziale, aprendo nel pomeriggio la tre giorni e arricchendo la loro performance con l’istrionico e trascinante frontend Alex Falk; Da notare nel finale della loro performance, la cover dell’inconfondibile brano dei Balance In for the Count, pura estasi pomp-rock, un vero e proprio inno del genere. Art of Nation – 4 album all’attivo – tengono alta la tradizione scandinava con uno show vibrante e convolgente. Gli svizzeri Shakra dell’ottimo e carismatico Mark Fox mantengono alta l’attenzione e il livello qualitativo: nella mezzora a loro disposizione, l’hard rock proposto dalla band esplode in tutta la sua potenza già nella coinvolgente Hello, un pezzo che rimane in testa già al primo ascolto e che ricorda piacevolmente le coordinate compositive dei maestri Gotthard.

Giorno 2 – Sabato 26 aprile
Il secondo giorno ha ospitato performance memorabili. L’apertura è stata affidata ai GATC, al secolo Girish & the Chronicles curiosamente provenienti dall’India; stupirono già col loro Rock the Highway uno dei più bei dischi hard rock del 2020 mentre nel 2023 supportarono i Guns N’ Roses nella data di Abu Dhabi. Esplosivi ed energici la band ha sprigionato il suo stile hard rock e heavy metal ispirato agli anni ’80, con la potente voce di Girish Pradhan e completata da chitarre incisive e ritmi martellanti.
Gli svedesi Treat vice-headliner della seconda serata, nati sulle scie stilistiche degli Europe, risultano come una delle formazioni più di successo del filone del hair metal svedese. Anche loro hanno conquistato il pubblico con il loro sound ad alto potenziale, mentre Chez Kane e Crazy Lixx hanno portato freschezza e dinamismo. Una menzione a parte meritano gli inglesi FM che hanno ulteriormente infiammato l’atmosfera: veri campioni del genere e orfani dal 2023 di Chris Overland – uno dei fondatori della band – dopo lo show in acustico della mattina, hanno riproposto il loro spettacolo serale in chiave elettrica. E qui che Steve Overland il leader e frontman dalla voce inconfondibile, sfodera tutta la sua classe rimasta intatta, riproponendo tutte le hit che hanno fatto la storia della band, a partire dai masterpiece degli anni Ottanta Indiscreet e Tought it Out.
Ma sono stati i Winger i più attesi con il loro show d’addio in Italia, a regalare momenti di pura nostalgia. Gli americani in formazione tipo con Kip-Beach-Roth-Taylor-Morgenstein dimostrano tutta la loro caratura di band internazionale. Qualche problemino tecnico alla chitarra Reb Beach durante la loro ballad per eccellenza, Miles Away ma poi lo show si dipana senza intoppi per un’ora mezza, infarcito di tutti i loro classici quali, tra gli altri, Madalaine, Seventeen e Hungry estratte dal loro album omonimo d’esordio.

Giorno 3 – Domenica 27 aprile
La chiusura del festival è stata affidata ai canadesi Harem Scarem e a Mike Tramp che con i “suoi” White Lion, ha eseguito tutti i loro classici rimasti nella memoria degli appassionati e manifestato tra l’altro l’intenzione di pubblicare presto un nuovo album. Il cantante danese coadiuvato da ottimi musicisti ( menzione per il chitarrista Marcus Nand) ha proposto una scaletta dove ha ripercorso tutta la carriera del Leone bianco dei primi quattro album, con maggiore attenzione a Pride, il loro full-length di maggior successo nel mondo. Gli Harem Scarem dopo il mini show acustico all’ora di pranzo, hanno celebrato la loro performance con ben 18 pezzi e un’ora di mezza di musica: Hard to Love, Stranger Than Love, Distant Memory, Honestly fino alla conclusiva No Justice sono state cantate da tutto il pubblico; e poi un omaggio al connazionale Bryan Adams con la hit Summer of ’69, cantata dal bassista.
Promossi anche Robin McAuley e la sua italian-band e Ronnie Romero che hanno rapito con le loro voci graffianti, mentre il gruppo d’apertura i Seventh Crystal, provenienti da Goteborg, hanno sfoderato un accattivante hard melodico. Particolare la prova delle The Big Deal che hanno aggiunto un tocco di innovazione; nati nel 2020 e provenienti nientepopodimeno che dalla… Serbia e con due cantanti che rispondono ai nomi di Nevena Brankovic e Ana Nikolic (anche keyboards). Menzione speciale per il veterano Mark Storace, una delle sorprese della tre giorni. Per la voce dei redivivi Krokus il tempo sembra essersi fermato: un killer-set granitico e senza respiro.
Conclusione
Il Frontiers Rock Festival 2025 ha dimostrato ancora una volta di essere un punto di riferimento nel panorama degli appuntamenti italici per il rock melodico e l’hard rock. La qualità delle performance, l’atmosfera vibrante, la passione del pubblico e l’organizzazione impeccabile hanno reso l’evento un successo straordinario. Un’esperienza che ha lasciato tutti con il desiderio di tornare per la prossima edizione che già sta scaldando i motori. E i cuori.
