Piazza Tola si è trasformata in un piccolo stadio della memoria, dove il giornalista e telecronista RAI Stefano Bizzotto ha presentato il suo ultimo libro “Storia del mondo in 12 partite di calcio”, un viaggio sorprendente tra sport e grandi eventi storici. L’incontro, organizzato dalla Biblioteca Popolare dello Sport, ha attirato appassionati di calcio, lettori e curiosi, tutti affascinati dalla capacità di Bizzotto di intrecciare il pallone con la Storia, quella con la S maiuscola.
Il calcio come possibile chiave di lettura del mondo
«Il calcio è molto più di uno sport», ha dichiarato Bizzotto durante la serata. «È una lente attraverso cui possiamo osservare guerre, rivoluzioni, cambiamenti sociali. In certi momenti, una partita ha davvero cambiato il destino di un Paese».
Il libro, edito da Il Saggiatore, racconta dodici partite emblematiche — dalla Tregua di Natale del 1914 tra soldati tedeschi e inglesi, fino alla notte degli attentati di Parigi del 2015 — per mostrare come il calcio possa essere specchio e motore della storia umana. «Non tutti diventano campioni del mondo, ma ci sono carriere che meritano di essere raccontate per il loro valore umano e sportivo»
Una voce che non urla, ma racconta
Conosciuto per il suo stile sobrio e riflessivo, Bizzotto ha anche parlato del suo approccio alla telecronaca: «Non mi riconosco del tutto nell’etichetta di ‘cronista che non urla’, ma credo che il racconto debba rispettare il momento. Ho urlato solo una volta, durante una rete dell’Italia nell’hockey su ghiaccio alle Olimpiadi».
Tra Sassari e Bono, il calcio incontra la cultura
Dopo la tappa sassarese, «Ho un legame con Sassari, Fischnaller è un mio concittadino e ho seguito la sua carriera», Bizzotto prosegue il suo tour a Bono, dove parteciperà al Festival di letteratura sportiva Mens Sana. In entrambe le occasioni, ha ribadito la sua preoccupazione per l’eccessiva commercializzazione del calcio moderno: «Si gioca troppo, si spremono gli atleti. Il rischio è che la qualità del gioco ne risenta».
Stefano Bizzotto ha lasciato Sassari con un messaggio chiaro: il calcio non è solo spettacolo, ma anche cultura, memoria e riflessione. E in un’epoca in cui tutto corre veloce, fermarsi a pensare davanti a un pallone può ancora insegnarci qualcosa.