lunedì 5 Ottobre 2026
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L’intervista – Dodici partite di calcio per raccontare il mondo: Stefano Bizzotto porta la storia in piazza

L’intervista – Dodici partite di calcio per raccontare il mondo: Stefano Bizzotto porta la storia in piazza

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Stefano Bizzotto Intervista

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«Un pallone che rotola può raccontare più di mille libri di storia». Con questa provocazione colta e appassionata, Stefano Bizzotto ha aperto la presentazione del suo ultimo libro Storia del mondo in 12 partite di calcio, a Sassari davanti a una piazza Tola gremita e attenta e a Bono, al Festival di letteratura sportiva Mens Sana. Il giornalista RAI, voce inconfondibile di Europei, Mondiali e Olimpiadi, ha incantato il pubblico con un racconto che intreccia sport e geopolitica, emozione e memoria. Lo abbiamo intervistato per City&City


Iniziamo con una battuta: lei è la seconda persona di Bolzano che intervistiamo. Siamo a Sassari, può immaginare chi fosse la prima…

Eh eh eh immagino che fosse Fischnaller, la persona che avete intervistato di Bolzano.

Come diceva Gianna Brera, ‘il calcio è straordinario proprio perché non è mai fatto di sole pedate’. Chi ne delira va compreso, non compatito e va magari invidiato’. Perché, secondo lei, si può raccontare la storia attraverso il calcio?

Perché la storia è fatta di tante cose, nella storia possono entrare delle tematiche, dei momenti, degli avvenimenti apparentemente banali, secondari e nel caso del calcio può entrare anche un fenomeno sportivo di massa, perché insomma io dico sempre che il calcio è lo sport universale per eccellenza, il calcio è lo sport che al mondo pratica più gente che soprattutto possono praticare tutti alti, bassi, grassi, magri, di tutti i continenti, per cui è inevitabile che nelle migliaia e migliaia e migliaia di partite che si giocano ce ne possa essere una o più di una che casualmente anche per una serie di circostanze particolari va a sovrapporsi ad eventi storici.

Nel suo ultimo libro, ‘Storia del mondo in 12 partite di calcio’, racconta appunto eventi storici attraverso il pallone. Qual è stata la partita più difficile da raccontare e anche quella che le ha lasciato più emozioni?

Tutte più o meno mi hanno lasciato emozioni, devo dire che mi è molto affascinato il primo capitolo cronologicamente, quello della cosiddetta tregua di Natale, siamo nel  1914, è appena scoppiata la prima guerra mondiale e nelle trincee del fronte occidentale e questi ragazzi che venivano mandati al macello e nemmeno loro sapevano per quali motivo andavano a morire, decisero che a Natale non si sarebbe combattuto, la cosa non ha avuto un fine, nel senso che ci fu una tregua dal basso e poi essendoci di mezzo gli inglesi che sono i padri, diciamo gli inventori del calcio; facile che qualcuno in uno zaino o in qualche magazzino di guerra, aveva un pallone e quel pallone si è messo a rotolare fra questi ragazzi che magari con il calcio non avevano grandi affinità ma che non vedevano l’ora di poter sfogare la loro gioia per un’apparenza di normalità anche solo tirando calcio a un pallone.

Lei ha raccontato momenti indimenticabili del calcio italiano, c’è una partita o un gol che le ha lasciato un segno speciale anche a livello personale?

Per parlare di calcio, ma ho fatto anche telecronache di altri sport, ho commentato quella che è stata la prima partita giocata dopo la pausa per il covid, era una semifinale di Coppa Italia, ossia un Juventus-Milan; credo che fosse il giugno del 2020, in questo stadio vuoto quindi senza pubblico e con prima dell’inizio un medico, un infermiere, un operatore sociosanitario al centro del campo con i giocatori e gli arbitri attorno a loro che tributarono a tre persone, un applauso che altro non era se non un grazie per l’enorme sacrificio a cui si erano sottoposti in quelle settimane, tutti ricordiamo quanti vittime fece il covid anche fra i medici, fra gli infermieri che si sacrificarono per salvare tante vite umane; ecco quella volta, lo dicevo anche ieri, ho fatto enorme fatica a non mettermi a piangere nel vedere questi momenti qui, perché ci fu questo applauso che risuonò nel silenzio dello stadio, era l’applauso di chi solitamente viene applaudito.

Negli ultimi vent’anni il modo di fare telecronaca è cambiato molto, tra nuovi ritmi, tecnologie, pubblico social, lei come ha vissuto questa trasformazione?

Quando ho cominciato praticamente, uno degli elementi di svolta è stata l’innovazione della seconda voce, quindi in realtà il prima non l’ho vissuto; però sicuramente è cambiato tanto, Oggi non c’è solo la seconda voce, abbiamo anche la.. terza voce che è il bordo campista, ci sono quelli dello studio che hanno la linea fino a pochi secondi prima del calcio d’inizio, la riprendono nell’intervallo e la riprendono ancora alla fine, quindi c’è un grande traffico. Quindi questo è stato uno dei grandi cambiamenti, difatti non a caso Bruno Pizzul, il grande Pizzul, non è che si entusiasmasse per la seconda voce, anche perché lui  per trent’anni, ha fatto le telecronache da solo. Ma non è solo il discorso del numero di persone in postazione che segna il cambiamento dei tempi. C’è anche il modo di fare la telecronaca ovviamente, questa enfasi che si mette, è quasi un’esagerazione. Insomma, urlare per un tiro che finisce fuori di sei metri sembra anche esagerato. Poi un’altra differenza rispetto al passato è il dare tante informazioni, anche su questo si potrebbe discutere, io sono uno che è stato anche criticato in passato per aver dato ‘troppe’ informazioni durante la telecronaca. Ho una mia teoria: se fai una telecronaca dell’Italia o di una squadra italiana nelle coppe europee, e si gioca qualcosa di importante, tu devi raccontare la partita, trasmettere emozioni, però se tu fai la telecronaca, che ne so di ‘Belgio o Marocco’, si presume che non ci sia una grande partecipazione emotiva in chi è davanti al televisore, a meno che non ci sia qualcuno che ha un parente belga o marocchino,  per cui puoi anche divagare, puoi anche raccontare qualcosa che può interessare la gente, che riguarda i giocatori in campo, oppure semplicemente la storia di quelli due nazionali, ci può stare. Però bisogna sempre stare attenti a non esagerare.

Il dietro le quinte. Quanto lavoro e preparazione ci sono dietro una telecronaca – vale per qualsiasi sport che lei abbia commentato – che i telespettatori percepiscono come naturale?

C’è sempre tanta preparazione, poi è chiaro che io dal mondiale del Qatar ho fatto mi sembra 19 partite, 19 telecronache; le prime 14 le ho fatte in 14 giorni! Quindi è chiaro che quando arrivi alla 14esima partita non hai tanto tempo per prepararti, devi arrangiarti con quello che hai, poi ci sono le partite per le quali puoi anche una settimana di tempo davanti, allora puoi prepararle con tranquillità facendo verifiche, telefonando a colleghi magari dei paesi coinvolti per avere più informazioni. Poi bisogna anche avere alle spalle un archivio, per cui insomma tu puoi ricostruire le biografie dei giocatori sulla base anche di altre partite del passato in cui hai commentato quei giocatori.

Come ha detto lei nel suo ‘NON’ nono mondiale…

Sarebbero dovuti essere appunto 9, ma in realtà nel 2018 ero rimasto in Italia e la Rai non aveva i diritti delle partite.

E ha dovuto ricorrere al suo archivio?

Perché lì appunto potevamo far vedere molto poco delle partite, allora io proponevo dei servizi magari in presentazione, raccontando i personaggi che avrebbero giocato quelle partite o situazioni particolari, lì mi appoggiavo molto al mio archivio, un archivio di immagini che coltivo diciamo da più di 30 anni, ecco.

Immagino lo tenga sul suo pc o su un cloud.

No! Sono tutte cassette perché possiamo ancora utilizzare le cassette. Oppure i dischi magnetici, è tutto in redazione.

Il calcio italiano oggi. Che idea si è fatto del momento attuale? E quali sono le sfide principali per tornare ai vertici?

Non è un momento facile, non è un momento felice. Più che altro non è che bisogna tornare ai vertici, bisogna qualificarsi per il mondiale, perché insomma un terzo fallimento consecutivo ci sarebbe un colpo del K.O. da cui sarebbe durissimo rialzarsi. Sono banale, ricominciare dai giovani, dare loro fiducia, consentirgli di giocare e non guardare subito al risultato. Permettere ad un allenatore di club di costruire, di programmare anziché metterlo sulla graticola dopo due sconfitte; ma sono i discorsi che si fanno da sempre…

Negli anni ’80 e ’90 quando arrivava l’anno topico del mondiale, ci chiedevamo se fossimo riusciti a vincerlo. Oggi dobbiamo sperare di qualificarci.

Era una cosa scontata, non solo qualificarsi ma arrivare sino in fondo. Invece tutto questo oggi non esiste più. Oppure qualificati ed è capitato anche che si sia tornati a casa dopo la prima fase. Adesso la situazione è drammatica, sportivamente parlando, perché il termine drammatico non bisogna… Ci sono ben altri drammi. Però sportivamente parlando è uno psicodramma il nostro perché io dico sempre che l’ultimo mondiale a cui abbiamo preso parte è del 2014 e se tutto va bene ci torneremo nel 2026 quindi 12 anni dopo. 12 anni più o meno è la durata della carriera di un giocatore o quasi. Questo vuol dire che una generazione di calciatori si è vista privata della possibilità di giocare un mondiale e questo è tristissimo perché la rassegna iridata è il punto più alto per il calcio, per chi lo pratica e per chi lo segue.

Nel 2021 l’Europeo vinto con Mancini è stato un caso?

Per vincere un mondiale o un europeo tu devi essere al top per un mese più o meno e noi in quel mese lo siamo stati. È chiaro che verrebbe quasi da dire che vincere quel titolo ci ha fatto male perché ci siamo illusi di essere tornati al top.

Anche se non siamo andati in Qatar per un rigore sbagliato con la Svizzera.

Per due rigori sbagliati. Quattro anni prima siamo andati ai playoff perché nel girone avevamo la Spagna quindi il meglio del meglio. Quattro anni dopo avevamo la Svizzera che insomma con tutto rispetto non è la Spagna quindi va bene il rigore ma tu dovevi sbrigare la pratica a prescindere dal rigore sbagliato da Jorginho. Abbiamo vinto l’europeo perché Donnarumma parava tutto; perché Bonucci e Chiellini sembravano il Cannavaro e Materazzi del mondiale 2006, perché avevamo anche davanti chi faceva fuoco e fiamme e poi forse ci siamo illusi che aver vinto l’europeo significasse automaticamente  il lascia-passare per il mondiale. Abbiamo visto che non è andata così insomma. E per quello che ripeto, forse, ci ha illuso vincere quell’europeo.

La voce come strumento narrativo. Lei ha uno stile molto riconoscibile, sobrio, elegante, mai sopra le righe. E’ una scelta consapevole? E poi che ruolo ha la voce nel creare il racconto sportivo?

Io lascio che siano gli altri a giudicare il mio timbro di voce, il mio tono. Io onestamente ho fatto un corso nel ’98 a Roma per telecronisti ma in realtà poi saltai parecchie lezioni perché seguivo altri eventi. Io parlo come mi racconto, come mi sento di raccontare ma soprattutto poi io avevo come riferimento la scuola RAI. Ad inizio mi sono ispirato a Carlo Nesti che era un altro che non urlava, che vedeva di raccontare. Lo stesso Pizzul, è uno che non ha mai urlato in vita sua al microfono. Per cui questo è un po’ anche un marchio di fabbrica della RAI e io ne vado orgoglioso. È chiaro che se tu commenti una finale europea, l’Italia in campo devi essere pronto ad alzare il tono, soprattutto se finisce in un certo modo. Ci mancherebbe altro, una finale europea capita una volta ogni tot anni. Qualsiasi altro tipo di partita impone di abbassare i toni.

E quindi il ruolo del telecronista nel racconto sportivo…

Oggi come ieri. Noi siamo solo il tramite. Siamo semplicemente qualcuno che ha avuto il privilegio di essere lì e di raccontare a beneficio di chi è davanti al televisore quello che sta succedendo. Se dovesse diventare il telecronista l’attore principale degli eventi, insomma.

I telecronisti brasiliani sono un’eccezione. Esultano sia che segni la loro squadra o quella avversaria, per loro il gol è comunque un momento di festa.

Questi sono i brasiliani. Io che vengo da Bolzano, che sono cresciuto ascoltando le telecronache delle tv tedesche, mi capita che si facciano esultanze per 50 secondi di fila. Ciascuno ha il suo modo di raccontare la partita. Noi siamo un po’ una via di mezzo.

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