Io ti ascolto: 3 parole per dare vita a un nuovo inizio

Io ti ascolto: 3 parole per dare vita a un nuovo inizio

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Antonello Unida Jodo

Dr. Antonio Unida
Garante territoriale dei Diritti delle Persone private della Libertà personale

 

Oggi desidero affrontare il tema dell’Ascolto, l’ascolto profondo dentro la Struttura

Sto leggendo e studiando molto alcune dinamiche che ha posto in essere, in maniera concreta e fattiva, un Grande Uomo della Politica italiana: Marco Pannella.
Marco era uno che sapeva ascoltare, era un uomo che andava oltre le parole, stava con gli ultimi, sopratutto nei giorni di festa, so che trascorreva le notti di Capodanno in giro per le sezioni di Rebibbia e Regina Coeli.

Dentro il carcere bisogna saper insegnare a non odiare, il vero grande problema è il non ascolto.
Badate bene, io non sto con il delinquente, io sto con l’uomo. Vero è che in Italia vi è una crescita esponenziale della paura, anche se i reati di sangue sono molto diminuiti, ma la gente non ha paura di questo tipo di reati, non “sente” quelli come reati vicini, teme i reati che creano angoscia e insicurezza, la paura dei piccoli reati che possono toccare e intaccare la propria vita.

Io non voglio assolutamente sottovalutare le paure della gente, non farne una questione solo di “industria della paura”, che esiste, però esiste una paura reale con cui ci si deve misurare, io quindi in primis, desidero imparare ad ascoltare le persone, imparare ad ascoltare le loro angosce, cercare di capire e far capire che questi atti, questi gesti ritenuti piccole violazioni della legge, hanno un enorme peso nella vita di chi li subisce.

Le Persone detenute devono affrontare la loro esperienza all’interno di una Struttura insegnando l’ascolto. Il Carcere invece fa l’esatto contrario: il carcere spinge, non mi stancherò di evidenziarlo, a sentirti vittima e a non porti il problema della paura dell’altro, a stare fermo solo sul Tuo star male, io invece desidero andare oltre.
Imparare ad ascoltare, rimane il focus principale, l’unica strada da seguire. La persona detenuta deve essere aiutata ad uscire da una certa logica di vita.
Proprio l’altro giorno, dialogando con un detenuto della sezione Covid, (quella dei nuovi giunti per intenderci, nuovi ingressi per essere più precisi) mi ha detto queste parole: io qui ho imparato ad ascoltare profondamente la mia sofferenza e quella del mio prossimo.

Ecco che cosa intendo io per ascolto, la Persona che sbaglia, in carcere molto spesso viene punita, sanzionata con la perdita dei giorni, con il rapporto disciplinare; io desidero aprire una nuova stagione, una stagione di ascolto e di confronto che porti ad un superamento di questa logica solo punitiva per cui c’è sempre la punizione: c’è sempre la perdita dei giorni di liberazione anticipata, la perdita di pezzi di libertà. C’è sempre questo (unico) modo di vedere la Persona come uno che non deve sgarrare, non deve fare errori, e se li fa, deve essere punita e ancora punita. Forse bisogna uscire da questo pantano, bisogna trovare un nuovo paradigma, ragionando sulla mediazione dei conflitti all’interno di un carcere. Saper ascoltare è anche un concetto di umiltà e di democrazia.

Desidero concludere queste mie riflessioni con tutti Voi, con delle parole molto profonde proprio sul tema dell’ascolto, dette in un’intervista da uno dei più grandi musicisti del ‘900, Claudio Abbado

“ Saper ascoltare non è solo un concetto musicale, per me l’ascolto è la premessa di tutto, bisogna saper ascoltare ciò che le parole non riescono a dire, a descrivere, a razionalizzare. L’ascolto, non è semplice attenzione, ma è creazione, ascoltare come vedere, in fondo è immaginare e, dunque, un atto dello spirito”.

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