Welcome to the show
Certe notti non si dimenticano. E quella di ieri all’Alcatraz è stata una di quelle che restano scolpite nella memoria, nel cuore e – per chi c’era – anche sulla pelle. Dopo oltre vent’anni di assenza dai palchi italiani, i Savatage sono tornati. E non hanno semplicemente suonato: hanno risvegliato un’epoca.
Dalle prime note di “The Ocean” fino all’epica chiusura con “Hall of the Mountain King”, la band ha costruito un ponte tra passato e presente, tra nostalgia e rinascita. Zak Stevens, con la sua voce ancora capace di graffiare l’anima, ha guidato il pubblico in un viaggio emotivo che ha attraversato decenni di storia metal. In ogni nota suonata ieri sera all’Alcatraz, sembrava riecheggiare lo spirito di Criss Oliva, il chitarrista visionario che ha fondato i Savatage insieme al fratello Jon e che, nonostante la sua tragica scomparsa nel 1993, continua a vivere attraverso ogni assolo, ogni melodia, ogni emozione che la band regala dal palco.

Un pubblico in estasi
L’Alcatraz era gremito. Fan di vecchia data, alcuni con magliette logore dei tour anni ’90, si sono mescolati a nuove generazioni che avevano solo sognato di vedere i Savatage dal vivo. Ogni brano era un’esplosione di cori, lacrime e pugni alzati. “Believe” ha fatto tremare le pareti, mentre “Edge of Thorns” ha unito migliaia di voci in un unico, potente abbraccio sonoro.
Un ritorno carico di emozione
“Ci sono così tante emozioni che attraversano la mia mente,” aveva detto Zak Stevens alla vigilia del tour. E ieri sera, quelle emozioni si sono riversate sul palco in ogni nota, in ogni sguardo, in ogni silenzio carico di significato. Anche senza la presenza di Jon Oliva, trattenuto da problemi di salute, lo spirito della band era intatto, vibrante, più vivo che mai.

Una notte, una scaletta, una leggenda
Ogni canzone è stata un tassello di un mosaico epico, ogni musicista custode di una leggenda che brilla da quasi mezzo secolo Un viaggio attraverso l’intera mitologia della band, con una scaletta che ha abbracciato ogni epoca e ogni anima del gruppo.
I protagonisti sul palco
- Zak Stevens ha guidato la serata con una voce potente e carica di emozione, confermandosi ancora una volta il cuore pulsante della band.
- Chris Caffery e Al Pitrelli alle chitarre hanno intrecciato assoli e riff con una sinergia quasi telepatica, alternando aggressività e melodia.
- Johnny Lee Middleton al basso ha tenuto saldo il groove, mentre Jeff Plate alla batteria ha dato ritmo e impatto a ogni brano.
- Alle tastiere, in assenza di Jon Oliva, si sono alternati Paulo Cuevas e Shawn McNair, che hanno saputo onorare l’eredità del “Mountain King” con rispetto e passione.

La scaletta: un inno alla memoria e alla rinascita Ecco alcuni dei brani che hanno infiammato la serata:
- The Ocean – apertura evocativa, come un sipario che si alza su un sogno ritrovato
- Jesus Saves e Sirens – classici immortali, accolti da un boato
- The Wake of Magellan e This Is the Time – momenti di pura narrazione musicale
- Handful of Rain e Chance – emozione allo stato puro
- Gutter Ballet e Edge of Thorns – due inni generazionali, cantati all’unisono
- Believe – il momento più toccante, con il pubblico in silenzio e occhi lucidi
- Hall of the Mountain King – chiusura trionfale, con l’Alcatraz trasformato in un tempio del metal
Un’eredità che non si spegne
I Savatage non hanno solo suonato: hanno ricordato a tutti perché la loro musica è leggenda. Hanno dimostrato che il tempo può passare, ma certe fiamme non si spengono mai. E ieri sera, quella fiamma ha incendiato Milano. Chi c’era, lo sa. Chi non c’era, lo sentirà raccontare per anni. Perché il 24 giugno 2025 non è stato solo un concerto. È stato un ritorno a casa.
Un brano così non si canta: si vive.
Believe è molto più di una semplice ballata nella scaletta dei Savatage: è il cuore pulsante del loro messaggio emotivo e spirituale. Scritta da Jon Oliva, dal compianto Criss Oliva e Paul O’Neill, la canzone è una riflessione profonda sulla perdita, il rimpianto e la ricerca di redenzione.

Il testo racconta la storia di una persona che, dopo una vita di scelte impulsive e relazioni superficiali, si ritrova sola, con un “cuore di pietra che sanguina” — una potente metafora del dolore nascosto dietro una corazza emotiva. Ma Believe non è solo tristezza: è anche speranza. La voce narrante si presenta come una guida, una presenza che promette di esserci nei momenti più bui, chiedendo solo una cosa: credere.
In un concerto come quello di Milano, Believe ha avuto un ruolo quasi sacrale. È stato il momento in cui il tempo si è fermato, le luci si sono abbassate, e il pubblico ha ascoltato in silenzio, molti con gli occhi lucidi. È lì che la musica dei Savatage ha smesso di essere solo suono, diventando conforto, catarsi, verità.
