Il coraggio di denunciare i disastri ambientali/2

Il coraggio di denunciare i disastri ambientali/2

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Seconda puntata della storia di Gibi Puggioni: le vicende personali, i racconti e gli aneddoti  da Sassari Sera a Videolina a L’Unione Sarda, di chi, con scarpe comode e schiena dritta, continua a fare il giornalista

di Gibi Puggioni

 

Agli inizi del ’60 L’Unione Sarda monopolizzava il mercato con le sue 50 mila copie vendute contro le 25 mila della Nuova. Ma nubi nere erano all’orizzonte. L’anno peggiore fu il 1967. La Nuova Sardegna venne venduta al petroliere Nino Rovelli, proprietario della Società Italiana Resine, che intendeva investire nella industria petrolchimica a Porto Torres. Avrà un ruolo anche nell’acquisto dell’Unione Sarda dalla famiglia Sorcinelli, azionista di maggioranza del quotidiano più venduto in Sardegna, così come Angelo Moratti, patron della Saras di Sarroch. L’obiettivo dei due petrolieri più grossi era identico: esercitare la massima influenza attraverso i due giornali sull’azione delle giunte regionali e degli enti da cui Sir, Eni e Saras attingevano i finanziamenti pubblici, cioè Regione, Cis e Cassa del Mezzogiorno.

Il futuro della stampa sarda divenne estremamente incerto, la credibilità dell’informazione crollò. Il ruolo dei giornali venne ridotto ad un gazzettino dove le notizie importanti ma scomode venivano relegate in fondo alla pagina, mentre quelle in linea con gli interessi dei padroni guadagnavano la prima pagina. Ma a La Nuova Sardegna patron Rovelli non ebbe gioco facile. Incontrò una forte e inattesa resistenza da parte di un gruppo di giornalisti determinati a battersi per difendere il posto di lavoro e la libertà d’informazione. Una battaglia durissima fatta di scioperi, licenziamenti, rappresaglie, che durò dal 1969 al 1974, anno in cui i giornalisti dissidenti lasciarono La Nuova Sardegna, fondarono una cooperativa e diedero vita ad un nuovo giornale, Tuttoquotidiano, con sede a Cagliari, diretto inizialmente da Piercarlo Carta e poi da Antonio Pinna, uno degli anziani del gruppo dei fuoriusciti che lo diresse fino alla sua chiusura.

Tuttoquotidiano mostrò subito un forte impegno sui temi dell’ambiente. Il monopolio dell’informazione che si era creato con l’arrivo dei grandi petrolieri non riuscì a impedire che gli ex de La Nuova facessero un ottimo lavoro investigativo per trovare conferma alle confidenze di alcune fonti attendibili. Cominciò la ricerca della verità sull’inquinamento che la Sir stava provocando nell’aria e nelle acque del Golfo dell’Asinara, nel nord Sardegna, e in quella centrale. Qui, ad Ottana, gli scarichi della Rumianca hanno avvelenato il fiume Tirso cui era legato il futuro dell’agricoltura della zona. E nessuno, tranne Tuttoquotidiano e Sassari Sera, ebbero il coraggio di denunciare i danni ambientali che la chimica stava causando.


La Sir addirittura si scagliò contro i suoi accusatori: “L’avvelenamento del Golfo dell’Asinara è un’invenzione dei nemici di un’industria che elargisce ogni mese 20 mila stipendi” scrisse il suo ufficio stampa. Falso, però mancavano le strutture pubbliche e i laboratori chimici che potessero effettuare prelievi in mare e a terra, accertare la presenza di sostanze gravemente inquinanti e di conseguenza mettere sotto inchiesta la Sir che tra l’altro godeva di mille protezioni a tutti i livelli, compresa la magistratura. Sono trascorsi alcuni decenni prima di avere conferma dei disastri ambientali provocati dall’industria chimica ed altro tempo ancora prima di avere dati ufficiali sulla relazione tra l’aumento dei tumori nell’area di Porto Torres, e non solo, e l’utilizzo di sostanze gravemente dannose per la salute dei cittadini negli impianti del petrolchimico. Troverete dati aggiornati nel capitolo dedicato al declino della Sir e alla sua fine.

Nel 1974 si avvia a conclusione la coraggiosa lotta dei giornalisti di Tuttoquotidiano. Fallita la SEDIS, editrice del giornale, era nata la In.E.S. (Iniziative Editoriali Sarde), una cooperativa costituita fra giornalisti e poligrafici che riuscì a pubblicare Tuttoquotidiano ancora per altri due anni e mezzo. Quindi la chiusura e la vendita degli impianti ad un gruppo di imprenditori libici. Gli ex giornalisti della Nuova si trovarono senza lavoro. Poi con il tempo si sistemarono tutti: all’ufficio stampa della Regione (Vindice Ribichesu e Giancarlo Pinna Parpaglia), al Banco di Sardegna (Antonio Pinna e Giovannino Pisano), al Corriere della Sera (Alberto Pinna), al Gazzettino di Venezia (Edoardo Pittalis), alla Rai (Bruno Merella).
Sassari Sera ha vissuto quegli anni battendosi con una costante azione di denuncia contro lo strapotere esercitato dai petrolieri e appoggiato da quella classe politica che ha scelto l’industria chimica sacrificando l’ambiente e la vocazione agro pastorale dell’isola.

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