Dall’insegnamento al giornalismo

Dall’insegnamento al giornalismo

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Prima puntata della storia di Gibi Puggioni: le vicende personali, i racconti e gli aneddoti  da Sassari Sera a Videolina a L’Unione Sarda, di chi con scarpe comode e schiena dritta continua a fare il giornalista

di Gibi Puggioni

 

Ho studiato alle Magistrali per diventare insegnante. Lo sono diventato, ho fatto il supplente per alcuni anni, partecipato ai concorsi previsti dalle leggi della scuola per raggiungere il ruolo e conquistare la certezza del futuro, quella che oggi manca alla gran parte dei giovani. Ho lavorato bene con gli alunni. Nel 1970 il direttore didattico del circolo di San Giuseppe mi ha affidato una prima elementare per l’intero anno scolastico. Dovevo sostituire un’anziana insegnante in malattia. Un atto di stima e fiducia nei miei confronti.

Ho lavorato come un matto. Quegli alunni li ho ancora nel cuore. Ma anche loro mi ricordano. Con alcuni sono rimasto in contatto grazie a Fb, altri li ho ritrovati casualmente o mi hanno cercato. Per loro sono sempre il “signor maé” anche se ho lasciato la scuola tantissimi anni fa per inseguire e realizzare il sogno della mia vita: fare il giornalista. Lo devo ad un uomo straordinario e giornalista di grande coraggio: Pino Careddu, fondatore e direttore del battagliero periodico Sassari Sera (1960-2008).
Lo avevo conosciuto in uno studio legale dove mi guadagnavo le prime lire facendo il dattilografo. L’avvocato me lo aveva presentato. Qualche giorno dopo avevo trovato il coraggio di telefonargli e chiedergli un incontro senza specificare il motivo. La redazione era al terzo piano di un antico palazzo di Vicolo Bertolinis, a due passi da piazza Azuni. Salii le scale con il cuore in gola. Suonai il campanello. Venne lui stesso ad aprire. “Signor Careddu”, come lo chiamerò per anni, mi fece accomodare. Mi sembrava incuriosito da quell’incontro. “Eccoci, dimmi come posso esserti utile”.

Parlammo a lungo. Mi ascoltò pazientemente. Mi resi conto che stavo enfatizzando troppo la descrizione del mio desiderio di fare il giornalista. Lui me lo fece notare: “Non voglio frenare il tuo entusiasmo ma usare la mia esperienza per chiarirti alcune cose. Ti sei rivolto a me perché sono il direttore di Sassari Sera, una persona che ritieni possa aiutarti. Probabilmente ti deluderò. Sassari Sera può garantire un solo stipendio, quello del suo direttore-editore. Non c’è spazio per altri. L’unica cosa che potrei fare è proporti di darmi una mano in redazione per le incombenze quotidiane. Poi se dimostrerai di avere le qualità e le doti proveremo insieme a fare cose più vicine alla fattura di un giornale, come la correzione delle bozze, i contatti con i collaboratori, la partecipazione alla cucina del giornale. Sei interessato?.”

Lo ero eccome anche se il mio sogno era un pò differente e le attese economiche pure. A Sassari Sera ho lavorato dal 1969 al 1978. Un’esperienza affascinante al fianco del Gianburrasca del giornalismo isolano. Coraggioso, rispettato, temuto, spericolato, tra i più brillanti nel mondo del giornalismo isolano. “La sua penna è intinta nel curaro” gli disse un giorno il commendator Sebastiano Pani, titolare delle omonime autolinee, che ai tempi della Gazzetta di Sardegna era stato suo editore. “Quanto avrei voluto averla io quella penna, mi sarei tolto tante di quelle soddisfazioni” concluse salutandoci con un sorriso. Ero certo, e ancor più lo sono oggi, che Pino avrebbe potuto ricoprire ruoli importanti in qualsiasi grande giornale italiano. Ma aveva un difetto (o un pregio?): era un solista, un grande solista, refrattario alle gerarchie. L’unico strappo alla regola del lavoro in totale autonomia lo ha fatto accettando la proposta di curare le pagine di cultura del quotidiano L’Isola, tra il 1980 e il 1982. La collaborazione fu breve. La chiuse un ceffone stampato sul volto di uno dei dirigenti del giornale. Accadde durante uno sciopero dei giornalisti. Un collaboratore dell’editore Bozzo pronunciò su Pino una parola di troppo. Mal gliene incolse. E l’avventura di Careddu a L’Isola si chiuse così, con uno schiaffo.

Torniamo alla mia esperienza a Sassari Sera. Imparai presto le cose più semplici, cominciai a scrivere su argomenti non troppo impegnativi, nel frattempo seguivo il giornale. Nella fase di impaginazione, quando il giornale veniva disegnato e titolato, e quando i bozzoni passavano alla tipografia Chiarella per la lavorazione finale. Allora si usava la stampa a piombo. Le linotype (pensate a grandi macchine per scrivere che lavoravano il piombo sciolto) trasformavano il contenuto dei dattiloscritti in righe di piombo che l’impaginatore metteva in pagina seguendo le indicazioni del giornalista: titoli, sommari, carattere (tondo, corsivo, neretto) e il corpo, cioè la grandezza del carattere. Era una fase affascinante della cucina del giornale che richiedeva però grande attenzione per evitare errori. Pino mi aveva istruito bene: “I titoli vanno letti sillabandoli. Non basta dare un’occhiata complessiva perché si perde di vista il particolare. E lì magari si annida l’errore”. Un’altra accortezza andava utilizzata nella correzione delle bozze. Un esempio: il giornalista vede e segnala l’errore, una “e” che doveva essere accentata. Segnala l’errore sulla bozza con un tratto di penna. Il linotipista per correggere il refuso doveva riscrivere l’intera riga con il rischio di commettere un altro sbaglio senza che il giornalista se ne avvedesse. Un’infinità di trappole che richiedevano cento occhi e una grande sintonia tra giornalista e tipografo. Nella tipografia Chiarella c’era davvero il meglio sulla piazza.

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