Cinquanta anni dopo il famoso “garage”, Apple è diventata un colosso globale che vende sogni minimalisti a prezzi massimalisti. Eppure, dietro l’aura lucidata a dovere, la sua storia è un susseguirsi di intuizioni geniali, litigi da soap opera, prototipi assurdi e rivalità degne di un western digitale. Una saga in cui niente è andato davvero come previsto — e forse è proprio questo che l’ha resa irresistibile
Il garage che non era un garage (e la calcolatrice di Woz)
Il mito vuole che Apple sia nata in un garage. In realtà, quel garage fu usato pochissimo: la maggior parte del lavoro veniva fatta in casa, sul tavolo della cucina. Ma il garage è diventato simbolo, e i simboli spesso contano più dei fatti.
Un aneddoto poco noto riguarda la calcolatrice HP di Wozniak. Per finanziare l’Apple I, Jobs vendette il suo furgoncino Volkswagen; Woz, invece, vendette la sua calcolatrice scientifica Hewlett-Packard. All’epoca costava quasi quanto un computer. Wozniak raccontò anni dopo che gli dispiacque più separarsi dalla calcolatrice che dal prototipo dell’Apple I.
E poi c’è la storia del primo ordine di Apple I: 50 unità vendute al Byte Shop. Jobs convinse il negoziante dicendo che erano già pronti. Non era vero. Lui e Woz li assemblarono in fretta e furia, lavorando giorno e notte, con la madre di Jobs che preparava panini per tenerli svegli.
Il Macintosh, il 1984 e il giorno in cui Jobs rubò un cappotto
Il team del Macintosh era un gruppo di giovani brillanti e un po’ folli, che lavoravano in un edificio con una bandiera pirata issata sul tetto. Jobs diceva: “È meglio essere pirati che arruolati nella Marina.”
Un episodio curioso: durante una visita a New York, Jobs entrò in un negozio di abbigliamento, provò un cappotto e uscì indossandolo senza pagare. Non per rubarlo, ma perché era talmente assorto nei suoi pensieri che si dimenticò di passare alla cassa. Fu l’assistente a riportarlo indietro, tra l’imbarazzo generale.
Lo spot del 1984, invece, fu girato in Inghilterra con veri skinhead come comparse. Ridley Scott raccontò che fu uno dei set più difficili della sua carriera: gli skinhead non volevano seguire le indicazioni e si misero a lanciare sedie per gioco.

Apple vs Microsoft: la telefonata che cambiò tutto
La rivalità con Microsoft è piena di episodi noti, ma ce n’è uno meno raccontato: la telefonata del 1983.
Quando Jobs vide per la prima volta una versione preliminare di Windows, chiamò Bill Gates furioso, accusandolo di aver copiato l’interfaccia grafica del Macintosh. Gates rispose con una frase rimasta nella storia: “Steve, penso che entrambi abbiamo avuto un vicino ricco chiamato Xerox.”
Era un riferimento al fatto che Apple aveva preso molte idee dal laboratorio Xerox PARC. Jobs rimase in silenzio per qualche secondo. Poi riattaccò.

Gli anni Novanta: il caos, il Newton e il CEO che non sapeva usare il Mac
Il Newton, il primo “assistente digitale personale”, è ricordato come un fallimento. Ma pochi sanno che il suo riconoscimento della scrittura fu sabotato da un dettaglio banale: il team non aveva previsto che le persone scrivessero in corsivo. Il software era stato addestrato solo sulla stampa a mano.
Un altro aneddoto riguarda Gil Amelio, CEO di Apple prima del ritorno di Jobs. Amelio, durante una presentazione interna, non riuscì a far partire una demo perché non sapeva usare bene il Macintosh. I dipendenti lo presero come un segno del destino: Apple aveva bisogno di qualcuno che amasse davvero i suoi prodotti.

Il ritorno di Jobs: la scena del corridoio
Quando Jobs tornò nel 1997, una delle prime cose che fece fu camminare nei corridoi dell’azienda osservando i poster appesi alle pareti. Erano immagini di prodotti, slogan, grafici. Jobs si fermò, guardò un dirigente e disse: “Questa azienda ha dimenticato chi è.”
Pochi giorni dopo fece rimuovere tutto e sostituì i poster con fotografie in bianco e nero di Einstein, Gandhi, Picasso. Era l’inizio della campagna Think Different.
Un altro dettaglio: il primo iMac, quello trasparente e colorato, nacque anche grazie a un oggetto che Jobs aveva visto in un negozio di giocattoli giapponese. Era una caramella in una confezione traslucida. Jobs la comprò, la portò al designer Jony Ive e disse: “Voglio che il nostro computer dia questa sensazione.”

Apple al cinema: la scena che non è mai esistita
Nel film Steve Jobs di Aaron Sorkin, c’è una scena in cui Jobs litiga con Wozniak davanti a un auditorium pieno. È una scena potente, teatrale, ma non è mai accaduta. Eppure Wozniak, dopo aver visto il film, disse: “Non è successo, ma è come se fosse successo.”
Un altro dettaglio curioso: per prepararsi al ruolo, Michael Fassbender provò a usare un Macintosh originale. Dopo un’ora, confessò che non riusciva a capire come accendere il modello del 1984.
…E quando la realtà sembra fiction
La storia di Apple è talmente drammatica, talmente piena di personaggi larger-than-life, che Hollywood non ha resistito.
- Pirates of Silicon Valley racconta la giovinezza di Jobs e Gates come una corsa all’oro digitale.
- Jobs (2013) mostra il lato più umano e contraddittorio del fondatore.
- Steve Jobs (2015), scritto da Aaron Sorkin, trasforma tre lanci di prodotto in un’opera teatrale moderna, fatta di dialoghi taglienti e conflitti irrisolti.
Il cinema non racconta solo la tecnologia: racconta l’ossessione, la fragilità, la tensione tra genio e caos.
Cinquant’anni dopo: tra mito e memoria
Oggi Apple è un colosso, ma conserva ancora tracce di quella cultura da “pirati del garage”. Nei laboratori di Cupertino circolano prototipi mai usciti: iPod quadrati, iPhone pieghevoli, Mac trasparenti. Oggetti che non vedranno mai la luce, ma che testimoniano una cosa: Apple continua a sperimentare come se fosse ancora il 1976. E forse è proprio questo il segreto della sua longevità: non smettere mai di comportarsi come una startup, anche quando il mondo ti considera un impero.