Il concorso University Music Contest ha portato sul palco le giovani band cittadine: tanti brani originali, ottima presenza scenica e soprattutto il rock che non ti aspetti
di Riccardo Frau (*)
(*) Autore del libro “Vintage. Rock e dintorni nella Sassari degli anni ottanta”, 2020, Alfa Editrice
La locandina del concorso
Fra il 7 ed il 14 marzo, organizzato dall’associazione universitaria Eureka, si è svolto al Carhiba (locale di Sassari molto attivo nei concerti dal vivo), il concorso University Music Contest, che ha messo a confronto una selezione di gruppi emergenti: in palio l’ambita esibizione dell’apertura del concerto “Universitari in piazza”, che si terrà a maggio. La finalissima ha visto in campo le prime cinque band classificate dopo la prima gara ad eliminazione e ha decretato vincitore il gruppo dei Mad Dog, promettente formazione di adolescenti, dal repertorio ispirato ad un vivace punk rock, composta da Renato Marchisio (voce e chitarra), Jakob Schroeder (chitarra) e i fratelli Davide e Simone Dore (rispettivamente basso e batteria).
I Mad Dog, vincitori del contest
La vittoria è stata in bilico fino all’ultimo, dopo un testa a testa con gli Ultima Thule, rock band ad alta energia e di ottima presenza scenica sul palco.
Gli Ultima Thule
Le altre band finaliste erano gli Albert nello Spazio, forti di una solida sezione ritmica, il duo trap Arturo e Guidi, giovanissimi e molto seguiti dal pubblico e i Fama, valida formazione che propone atmosfere ricercate. Il tutto in una cornice di pubblico numerosa e attentissima, che ha seguito con partecipazione le fasi cruciali della gara. Onore al merito anche alle tre formazioni uscite al primo turno, F.A.K.E.S., Cryptic Edge e Cronache di Enapita, che hanno mostrato spunti interessanti e avranno in futuro sicuramente occasione di rifarsi.
Gli Albert nello Spazio
Detto questo, merita di essere sottolineato il fatto che il Contest ha sancito un sorprendente ritorno del rock sulle scene locali, come non si vedeva da tempo. Fra l’altro, il regolamento, con la previsione di una valutazione specifica sull’originalità dei gruppi, ha contribuito a far emergere alcuni brani propri di ottima fattura e questo è stato un indubbio fattore di successo. Non sono mancate anche le esecuzioni di cover di altri artisti, fra le quali da citare il brano “La Tartaruga” di Bruno Lauzi, del 1975, riproposto però dai Mad Dog in una divertente chiave punk, con un doppio salto generazionale all’indietro. In questa platea di rocker si sono inseriti anche i trappers Arturo e Guidi, con stile gradevole e molto easy, quasi da “figli dei fiori”, come si diceva negli anni ’60, salutando il pubblico con un ringraziamento alla vita e alla bellezza di farne parte.
Intervistiamo i Mad Dog su come si sono accostati alla musica e scopriamo che tutti l’hanno studiata, chi in scuole private, chi perfino al Conservatorio, ma che spesso un ruolo importante lo ha giocato aver “respirato musica” a casa, anche per la passione dei genitori. Quando chiediamo se hanno un modello a cui ispirarsi, Davide e Jakob ricordano che “ascoltiamo vari generi, ma il primo progetto era quello di fare una cover band dei Green Days. Il nostro punk di riferimento è forse più quello americano dei Ramones che non quello dei Sex Pistols. Il brano La Tartaruga, invece, era già un po’ nelle nostre corde, perché vedevamo il videoclip con il cartone animato fin da bambini e da lì l’idea di riproporlo a modo nostro”.
Chiediamo allora a Renato i progetti per il futuro e ci risponde: “Il nostro obiettivo a breve è quello di fare un album con pezzi nostri, per comporre i quali di solito partiamo dalla musica per poi aggiungere i testi. Uno di questi lo abbiamo presentato al contest, si intitola “Ti prego” e racconta dei giovani che hanno a volte timore di relazionarsi con il mondo esterno e lo stare a casa ad ascoltare musica può rappresentare allora una zona di comfort. Cosa faremo più avanti? Intanto c’è la scuola, poi ci penseremo. Vogliamo concentrarci sul presente”.
Il giovanissimo batterista Simone (14 anni!) parla poco, ma sul palco si fa sentire, eccome.
I Fama
Tirando le somme della rassegna, ci sono intanto interessanti novità: in un’epoca in cui si assiste spesso ad un conflitto fraboomers e Generazione Z, dove i primi imputano ai secondi di non aver conosciuto il “rock al tempo degli dei” e di non sapersi esibire senza trucchi (si veda l’odiato auto-tune, usato nel trap per correggere le stonature dei cantanti), ecco che il Contest spazza questi clichè in un colpo solo: i giovanissimi, quando vogliono, sanno suonare il rock senza nulla invidiare ai “pionieri” e i trappers possono tranquillamente salire sul palco senza artifici tecnici. E non è poco.
Arturo e Guidi
Roberta Cecchini, presidente di Eureka, ci ricorda che “l’intento del contest, sostenuto dall’Università di Sassari, è quello di promuovere le band locali emergenti, idea da tempo cavalcata dal nostro direttivo, ma che ora abbiamo riproposto in modo più strutturato. In questo percorso, è stato importante anche creare un momento di convergenza del fenomeno associativo universitario, che ha operato con grande sinergia per realizzare la manifestazione”.
Francesco Masala, gestore del Carhiba, aggiunge che “Il Covid ha inferto un colpo quasi mortale ai concerti dal vivo e alle attività delle associazioni, ma ora si respira di nuovo voglia di trovarsi e di fare musica, che è giusto assecondare e favorire, creando gli spazi e le occasioni per esibirsi, soprattutto a favore dei musicisti più giovani”.
In un lontano passato, in città ci sono state altre fortunate esperienze di eventi, anche di alto spessore, che hanno consentito ad alcuni musicisti locali persino di emergere a livello nazionale: da poco, proprio su queste stesse pagine, si ricordavano le rassegne rock degli anni ’80-’90 (Rockhaus fra queste), che, fra le altre cose, avevano condotto il gruppo sassarese dei PMI fino alle finali di Arezzo Wave, con un contratto discografico sulla Penisola (v. l’articolo “Per chi resta”: il ritorno dei PMI). Poi, per lunghi anni, ben poco.
Forse è presto per gridare ad “Una nuova speranza” (come direbbe la saga di Star Wars), di cui, dopo il periodo buio della pandemia e quello in corso, si avrebbe gran bisogno, ma sicuramente questi sono ottimi segnali di vitalità, che intanto restituiscono alle giovani generazioni occasione di incontro e – perché no? – di sano divertimento, di cui sono probabilmente a credito.
Il tempo dirà se queste iniziative sono state episodi isolati o se invece sapranno consolidarsi. Noi ovviamente facciamo il tifo per la seconda.
Avvocato e autore di circa 70 opere giuridiche e del saggio storico-musicale "Vintage. Rock e dintorni nella Sassari degli anni 80" (Alfa Editrice, 2020)
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