Serie C – Il D-Day della Torres è arrivato: col Gubbio match decisivo per la salvezza

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Il mio peso in volo, compresa tutta la attrezzatura, è di 104 kg. L’emergenza che ho lanciato verso le 14.00 del 21 giugno nei pressi dell’incrocio che da Gonnosfanadiga porta a Arbus (Sardegna) ha una superficie di 44,8 metri quadrati. Il tasso di caduta è stato di 2,31. Matematica, ossa e articolazioni integre confermano – ma non ne sentivo il bisogno – un teorema di fisica che – con un po’ fortuna e un goccio di sangue freddo – mi sta ora permettendo di raccontarvi com’è andata una giornata di volo in parapendio cominciata senza convinzione, proseguita così così, e finita tutto intero in un bar.
Tutto era cominciato in una giornata che si era mostrata luminosa e torrida già alle 9.00 del mattino. A quell’ora avevo già deciso di fare una capatina a Portoscuso dare ossigeno al mio parapendio. Avevo scelto quel sito per non accollarmi una giornata di volo fatta di sobbalzi, termiche e tuffi al cuore. Le cose però non vanno sempre dritto per dritto, a guidare le scelte di un pilota basta a volte una frase: “Cosa fai oggi”? Se la domanda giunge da Marco Spano o non si risponde o si va a volare in termica. Non volevo pronunciare il fatidico sì, invece l’ho fatto. E una volta spesa la parola non torno indietro. “Ore 12.00 in atterraggio a Gonnosfanadiga?”. “Yes”.

In atterraggio c’eravamo noi, un intelligente gregge di pecore (riposa all’ombra degli ulivi), due cani con lingua penzoloni. Marco guarda il cielo: pregusta la battaglia. Io guardo il cielo: preoccupato. Si va. Con l’auto di Marco saliamo, affrontando una strada polverosa e rotta, sulla vetta antica di Cuccuru Fenugu. Il decollo è esporto a nord-ovest, ma in pianura le pale eoliche indicano una brezza da nord-est. Marco decolla e gira la sua prima termica. Tocca a me, salgo un po’ e in modalità “tranquillo” vado verso Cuccureddus. Chiamo Marco alla radio, non mi risponde (non lo sento?), non mi preoccupo: so bene che in certi frangenti è meglio non mollare i comandi.

Uccheddu Giuseppe
Avevo sperato di volare in coppia, devo cambiare progetto. Ne rispolvero uno vecchio: atterrare a Buggerru. So che potrebbero esserci difficoltà. A Cuccureddus guadagno un migliaio di metri. E qui commetto il primo errore: su questo cucuzzolo potevo guadagnare salire molto di più, così quando decido di agganciare Togoro sono basso. La vela scalcia. Resisto. Decido di risalire, ci riesco sino a 1200 metri, più salgo, più la vela respira, sono tranquillo. Eppure è adesso che commetto il mio secondo errore: non continuo a girare. Mi sposto, trovo un’altra termica, ma mi accorgo subito che mi sta trascinando verso la pianura di Guspini: addio Buggerru e sogni di gloria.
Decido di aggrapparmi ad un’ultima speranza: tornare in decollo e ritentare. Per riguadagnare la quota necessaria mi aggrappo a un cantiere edile che altre volte mi ha dato una mano per riguadagnare quota, la termica c’è ma mi spinge di nuovo verso Togoro. Assecondo il moto della vela, ma più in alto una brezza proveniente da ovest mi riporta dov’ero. Più che un volo sta diventando un’Odissea. Ho ancora un po’ di quota, spero ancora di trovare un passaggio verso Cuccuru Fenugu. Speranza vana. Non so se i parapendii possono perdere la pazienza, ma giuro che a me è sembrato così. Mentre viaggio veloce spinto dal maestrale, l’ala sinistra del parapendio si chiude (asimmetrica forte), sposto il più veloce possibile il corpo dall’altra parte, ma forse non abbastanza, si chiude anche una bella porzione dell’ala destra.
La vela si abbatte in avanti con un angolo che ho valutato di 90 gradi. Sto entrando in spirale. Gli estremi delle ali sono chiusi. Sono molto basso – se ho interpretato bene la traccia che ho scaricato su XContest, tutto questo è accaduto a 135/140 metri da terra. Posso recuperare? Forse a 700/800 metri ci avrei provato, ma ora il suolo mi sta guardando la punta del naso, la terra si sta avvicinando veloce. Lancio l’emergenza. La osservo mentre va a svolgere il suo lavoro. Lo shock d’apertura è forte. Il parapendio prima si sistema a specchio, poi risale lento, lo abbraccio, lo stringo a me come avrebbe fatto – secondo il Vangelo – il padre con il figliol prodigo.
Ora osservo la traiettoria del mio paracadute che, inaspettatamente, viaggia verso sud ovest. Sono basso quando supero sfiorandoli un gruppo di alti e ostili eucaliptus, evito la torva linea telefonica che attraversa la strada, sfioro il catrame della strada statale che da Gonnos porta a Guspini, mi preparo all’impatto volando all’indietro, ma all’ultimo con un deciso scatto di reni mi giro quel tanto che mi serve per affrontare a gambe tese una recinzione. Che reagisce piegandosi e accogliendomi nelle sue, almeno per questa volta, accoglienti maglie. Controllo le ossa: ok. Chiamo Giuseppe Uccheddu, che viene a prendermi e mi aiuta a mettere in auto tutto l’armamentario.
Dopo aver ammesso i miei errori, ritengo sia giusto ringraziare Silvio Zuncheddu, al quale debbo il ripiegamento del mio paracadute, Giuseppe Uccheddu, sempre pronto ad aiutare gli amici. Merita una citazione anche Marco Spano – autore in questa bollente giornata sarda di una bella performance che lo ha portato a 2400 metri di altezza e fare un bel po’ di chilometri – perché alla fine della dura giostra, pur avendo bevuto la birra che gli ho offerto, mi ha preso ugualmente in giro. Cosa risponderò a Marco la prossima volta che mi chiederà “che si fa?”. Lo scopriremo vivendo.
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