sabato 18 Aprile 2026
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Sassari oltre la caricatura: quando la denuncia diventa esagerazione

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“Pietre”  la rubrica firmata da Paolo Berizzi  del 15 gennaio pone l’accento sul centro storico di Sassari e accende un dibattito. Il giornalista ha descritto i vicoli sassaresi come un territorio segnato da violenza e degrado, un quadro cupo che ha colpito l’opinione pubblica ma che molti residenti, operatori e osservatori locali considerano parziale e sbilanciato

Negli ultimi giorni la città di Sassari è finita al centro dell’attenzione nazionale dopo che Paolo Berizzi, nella sua rubrica “Pietre” su  Repubblica, ha dedicato un intervento al centro storico descrivendolo come un luogo segnato da violenza, degrado e insicurezza diffusa. Il pezzo, costruito attorno ad alcuni episodi realmente avvenuti, ha suscitato dibattito sui social: da un lato chi riconosce la presenza di criticità, dall’altro chi ritiene che la narrazione proposta sia eccessiva, parziale e incapace di restituire la complessità e la vitalità quotidiana della città.


La narrazione non tiene conto della difficile convivenza  tra residenti, attività commerciali, fragilità sociali e microcriminalità in alcune zone della città. Nessuno, a Sassari, ha interesse a negare l’esistenza di problemi che i cittadini denunciano da tempo e che le istituzioni stanno cercando di affrontare con strumenti spesso insufficienti, loro malgrado. Tuttavia, proprio perché il tema è serio, merita una narrazione altrettanto seria, equilibrata e aderente alla complessità del contesto.

Quando l’enfasi supera la realtà

Nel racconto di Berizzi, Sassari appare come un luogo fuori controllo, un dedalo di vicoli dominato da violenza, sangue, risse e paura. Una rappresentazione che, pur partendo da episodi realmente accaduti, finisce per trasformare una parte della città in un simbolo di degrado assoluto. Il rischio è evidente: un’immagine deformata che non restituisce la verità quotidiana del centro storico, fatta anche di famiglie, studenti, botteghe, associazioni culturali, locali che lavorano onestamente, residenti che si impegnano per migliorare il quartiere.

Sassari non è – e non è mai stata – la “zona rossa” descritta in modo così netto. I problemi esistono, ma non definiscono l’intera comunità.

Il contesto che manca

Una città è un organismo complesso. Ridurre il centro storico a un teatro di violenza significa ignorare i progetti di rigenerazione urbana avviati negli ultimi anni; il lavoro quotidiano delle forze dell’ordine, spesso silenzioso ma efficace; la presenza di un tessuto sociale che resiste, propone, costruisce; la dimensione universitaria, che porta vita, cultura e iniziative; la rete di associazioni che opera nel quartiere con risultati concreti. Senza questo contesto, la narrazione rischia di diventare caricatura.

Difendere Sassari non significa negare i problemi

La città non ha bisogno di essere idealizzata. Ha bisogno di essere raccontata con responsabilità. Difendere Sassari significa riconoscere che alcune zone vivono criticità, soprattutto nelle ore notturne. Servono interventi strutturali, non solo emergenziali fermo restando che la sicurezza è un diritto dei residenti e un dovere delle istituzioni. La città deve continuare a pretendere attenzione, investimenti e ascolto. Ma significa anche rifiutare narrazioni che amplificano il negativo fino a oscurare tutto il resto.

Una città che vuole crescere

Sassari è una città che sta cercando un equilibrio nuovo. Ha energie, competenze, creatività e una comunità che non si arrende. Ha problemi, certo, ma non merita di essere dipinta come un luogo perduto.

La critica di Berizzi potrebbe essere uno stimolo utile, se inserita in un dialogo costruttivo. Quando però la lente si fa troppo scura, il rischio è che la denuncia diventi spettacolo e che la realtà venga sacrificata sull’altare dell’effetto narrativo. Sassari non chiede indulgenza. Chiede precisione, rispetto e uno sguardo capace di cogliere le complessità. La città è molto più di ciò che appare in “Pietre”: è un luogo vivo, a volte contraddittorio, difficile e bellissimo, che merita di essere raccontato senza esagerazioni e senza semplificazioni. E prima di trasformarla in un simbolo, sarebbe utile ricordare che chi è senza peccato scagli la prima ‘pietra’.

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