Storia millenaria di un’abbazia che ha sfidato il tempo
Nel silenzio del Meilogu, su un colle di origine vulcanica che domina la campagna di Borutta, si erge l’abbazia di San Pietro di Sorres, uno dei capolavori assoluti del romanico sardo. La sua storia attraversa epoche, popoli e rinascite, trasformando questo luogo in un simbolo di spiritualità, arte e memoria collettiva.
Un colle abitato fin dalla preistoria
Il sito di Sorres non è solo un luogo di culto: è un punto strategico abitato sin dal Neolitico, come dimostrano i ritrovamenti archeologici. Nel corso dei secoli vi transitarono punici, romani e bizantini, lasciando tracce che testimoniano la continuità di insediamento.
La nascita della cattedrale (XII-XIII secolo)
La costruzione della chiesa iniziò tra il 1171 e il 1178, durante il vescovato di Goffredo di Meleduno, quando Sorres era sede episcopale del Giudicato di Torres, governato da Barisone II. I lavori si conclusero nella prima metà del XIII secolo.
L’edificio, in stile romanico-pisano, è celebre per la sua bicromia: conci di calcare chiaro e basalto scuro si alternano creando un effetto visivo unico, sia all’esterno sia all’interno. La facciata, articolata in quattro ordini, presenta intarsi geometrici, archetti e una raffinata bifora con influenze orientali.
Sorres, città scomparsa
Nel Medioevo Sorres era un centro abitato importante, ma il suo destino cambiò nel XIV secolo. Con il passaggio della Sardegna sotto il dominio aragonese, il borgo fu rasa al suolo: sopravvissero solo la cattedrale e la canonica. Gli abitanti si dispersero nei paesi vicini, tra cui Borutta, che divenne la nuova sede del vescovo.
Nel 1503 la diocesi di Sorres venne soppressa e incorporata all’arcidiocesi di Sassari. Da quel momento iniziò un lungo periodo di abbandono, durante il quale andarono perdute opere d’arte e documenti preziosi.
I primi restauri e la rinascita del Novecento
Alla fine del XIX secolo furono avviati i primi interventi di restauro, ma la vera rinascita arrivò nel 1947, quando il monaco-ingegnere padre Agostino Lanzani scelse San Pietro di Sorres come sede di un nuovo monastero benedettino. Dal 1950 iniziarono lavori sistematici di recupero, sostenuti anche dalla sindaca di Borutta, Ninetta Bartoli.
Nel 1974 il complesso riacquistò il titolo di abbazia, diventando un centro spirituale e culturale di riferimento.
Un laboratorio unico in Italia
Oggi l’abbazia ospita una comunità di monaci benedettini sublacensi-cassinesi, nota anche per il suo laboratorio di restauro del libro antico, considerato uno dei più importanti del Paese.
La presenza di religiosi provenienti da diverse parti del mondo, tra cui il Vietnam, testimonia la dimensione internazionale e interculturale della comunità.
Architettura: un ricamo di pietra
San Pietro di Sorres è un capolavoro di equilibrio e armonia:
- Bicromia calcare-basalto che crea un ritmo visivo unico.
- Facciata a quattro ordini con intarsi geometrici e motivi decorativi.
- Ambone gotico all’interno, testimonianza dell’evoluzione stilistica medievale.
- Abside riccamente decorata, con archetti pensili e una loggetta cieca che culmina in una croce.
L’effetto complessivo è quello di un “merletto architettonico”, un ricamo scolpito nella pietra che racconta secoli di arte e fede.
Un luogo vivo: celebrazioni e spiritualità
L’abbazia continua a essere un punto di riferimento religioso. Celebrazioni solenni, come quella presieduta da Mons. Gian Franco Saba nel 2026, confermano il ruolo di Sorres come luogo di pace, meditazione e incontro tra culture.
San Pietro di Sorres non è solo un monumento: è un viaggio nella storia della Sardegna. Dalla città medievale scomparsa alla rinascita benedettina del Novecento, ogni pietra racconta una storia di resistenza, bellezza e spiritualità.
