lunedì 5 Ottobre 2026
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Manuale di sopravvivenza per addetti stampa (che vogliono evitare l’estinzione)

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Manuale di Sopravvivenza per Addetti Stampa (che vogliono evitare l’estinzione)

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Ovvero: come non farsi odiare da 800 giornalisti europei, secondo la scienza, la statistica e il buon senso che spesso manca

C’è un momento preciso nella vita di un giornalista in cui l’istinto di fuga si attiva: quando il telefono vibra e appare la domanda esistenziale più temuta della professione: “Hai ricevuto il comunicato?”


Secondo la ricerca Giornalisti e uffici stampa 2026, condotta su circa 800 giornalisti europei, questa frase è responsabile di un numero imprecisato di ulcere, blacklist e improvvisi cambi di mestiere. Quasi il 90% non vuole follow-up non richiesti. Il 76% li considera un errore capitale. E il 42% mette in blacklist chi insiste.

Insomma: se il follow-up fosse un animale, sarebbe protetto dal WWF. Perché rischia l’estinzione. E sarebbe meglio così.

1. L’insistenza: il peccato originale (e mortale)

Telefonare, ritelfonare, ritentare, ritentare ancora. Inviare lo stesso comunicato tre volte “per sicurezza”. Scrivere via email, poi su WhatsApp, poi su LinkedIn, poi su piccione viaggiatore.

Nelle risposte dei giornalisti compaiono parole come “stalking”, “tormento”, “persecuzione”. Non proprio il tipo di brand reputation che un addetto stampa sogna.

Cosa fare invece: Usare strumenti che ti dicono se il comunicato è stato aperto. Così eviti la telefonata e anche la figura.

2. Non conoscere il giornalista: l’arte di sparare nel mucchio

Mandare comunicati a caso è un po’ come regalare un libro senza leggere il titolo. A volte va bene, ma più spesso fai una figuraccia.

Il dato più crudele: Su 100 comunicati, solo 11 sono utili al giornalista. Gli altri 89 finiscono nel cestino, spesso senza nemmeno un ultimo saluto.

Cosa fare invece: Studiare. Leggere. Capire a chi stai scrivendo. Inviare a meno persone, ma a quelle giuste. (Una rivoluzione, lo so.)

3. Sparire quando serve: il ninja dell’ufficio stampa

Ci sono addetti stampa che chiamano troppo. E poi ci sono quelli che non rispondono mai. Il risultato è lo stesso: irritazione.

“Negarsi o essere filtro bloccante non cooperante” è una delle frasi più poetiche emerse dalla ricerca. Traduzione: se il giornalista ti cerca, rispondi. Se non puoi rispondere, dillo. Se non sai rispondere, ammettilo. Se non vuoi rispondere… cambia mestiere.

4. Pretendere la pubblicazione: il modo più rapido per farsi odiare

“Mi fai sapere quando esce?” “Lo pubblichi oggi?” “Mi mandi il link?”

Per molti giornalisti, questo atteggiamento è un affronto all’autonomia editoriale. Una risposta raccolta nella ricerca riassume tutto: “Pensare che io sia un loro dipendente.”

Cosa fare invece: Costruire la relazione. Non pretendere nulla. E ricordare che il giornalista non è un megafono aziendale.

5. Usare WhatsApp senza consenso: il confine sacro

WhatsApp è territorio personale. Invadere quel territorio senza permesso è come entrare in casa altrui senza bussare.

Il 96,4% dei giornalisti preferisce l’email. Il restante 3,6% probabilmente non ha WhatsApp.

6. Essere meno preparati del giornalista: il paradosso definitivo

Proporre un tema senza conoscerlo è come presentarsi a un esame senza aver aperto il libro. Il giornalista se ne accorge. Sempre. E non perdona.

E quindi? Come si sopravvive?

La ricerca suggerisce tre parole chiave: pertinenza, misura, preparazione.

E strumenti che aiutano a non sbagliare: database aggiornati, analisi dei contenuti, note personali, storico delle aperture. (La pagina originale cita Mediaddress, ma qui restiamo sul piano narrativo.)

Conclusione semiseria

L’addetto stampa ideale non è un supereroe. Non vola, non legge nel pensiero, non ha poteri paranormali. Ma ha una qualità rara: sa mettersi nei panni del giornalista. E questo, nel 2026, è già fantascienza.

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