Monica Pais, trent’anni di pratica veterinaria culminati nella fondazione, col marito Paolo, della clinica Duemari a Oristano, con la pubblicazione di quattro libri, e, di recente, diventando una star del web, si rivolge sempre a un uditorio che trascende il singolo giornalista o interlocutore. Gli argomenti di cui tratta – in apparenza slegati ma in realtà strettamente connessi – sono l’ecologia, la (dis)umanità, il futuro e, naturalmente, gli animali
Monica, quali lezioni hai ricevuto da loro?
Sono grandissimi insegnanti. Mi ricordano quanto siamo simili a noi perché, se glielo consentiamo, ci riportano all’originaria spiritualità animale, alle comuni fondamenta del sentire. Ma attenzione a giudicarli secondo le nostre categorie. Bisogna evitare l’antropomorfizzazione, una delle peggiori malattie degli uomini che pretendono sempre di ridurre tutto a propria immagine e somiglianza.
“Non sono io a cercare loro ma, in effetti, loro a trovare me”. Cosa pensi vedano in te gli animali?
Non ne sono sicura. Le mie intenzioni però sono sempre state chiare. Con qualunque animale. Riuscivo a comunicare perfino coi gechi. Mia madre, da bambina, mi chiamava il “pifferaio magico”. “Sembra quasi che si passino parola”, diceva, perché mi seguivano tutti. Nella mia famiglia ci sono stati diversi lutti e i gatti, i passerotti, perfino i pipistrelli che ospitavo hanno rappresentato per me delle nicchie di sopravvivenza, degli insegnanti di sostegno. E l’istinto che, da piccola, mi permetteva di farmi capire lo sto codificando ora in età adulta.
Che cosa provi quando una delle vostre creature, le cui condizioni sembravano disperate, “risorge” grazie alle tue cure?
Nessuno può considerarsi un professionista se non ha empatia per chi cura. Da chirurgo oncologo il mio valore aggiunto è sempre stato quello insieme al senso di responsabilità per il grande compito di far sopravvivere una vita. Noi ricicliamo esistenze, salviamo “rottami”, randagi che non hanno avuto mai nulla, e la gratificazione è enorme. Ma il nostro compito non si esaurisce lì. Continuiamo a occuparcene dandoli in adozione evitando così che finiscano in strada o nei canili. Con l’onlus “Effetto Palla” (dal nome della pitbull salvata dalla Pais, divenuta un fenomeno social-n.d.r.), abbiamo poi raggiunto, attraverso la solidarietà in tutto il pianeta, la quadratura del cerchio. Ed è stata proprio “Palla” a far cadere le mura della clinica, a farci aprire al mondo, a “pallizzarci”.

Un tema molto dibattuto negli ultimi tempi è vietare la presenza di tigri, elefanti, ecc., nei circhi. Qual è la tua opinione in merito?
I circhi rappresentano un esempio di quanto sia possibile snaturare gli animali. Spero che quelli rimasti siano le ultime dimostrazioni della stupidità umana. Ma non sono i soli luoghi contro natura. Pensa all’abuso ai danni dei polli in batteria o alle sofferenze dei bovini e dei maiali negli allevamenti intensivi. Le ovaiole, ad esempio, fanno una vita intollerabile, in gabbia, immobilizzate… Tutte pratiche di sfruttamento che noi uomini resettiamo quando ci troviamo il cibo in tavola. Davanti al piatto facciamo uno switch-off, l’animale diventa un oggetto senza anima né passato. Un atteggiamento che rifiuto. Io voglio avere un consumo etico e rifiuto la produzione industriale. In Sardegna sopravvive ancora un po’ di rispetto perché veniamo da una tradizione pastorale. Ultimamente però lo vedo solo nei confronti delle pecore, mentre con gli altri anche noi stiamo facendo il salto…
È possibile sopprimere un animale in “modo etico”?
No. Loro vogliono vivere a dispetto di tutto. Desidera l’eutanasia il gatto che soffre perché mangiato dai vermi? No. L’unica dimensione etica è quella tra leone e gazzella. La prescrive la vita. E noi dovremmo tenerne conto anziché continuare ad abbattere barriere che ci hanno sempre preservato. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il covid-19 ha dimostrato quanto siamo fallibili e indifesi.

Le storie che racconti nei tuoi libri sono vere ma hanno talvolta il sapore delle fiabe. Scriverai mai un testo di completa invenzione?
Ci ho provato. Ma ogni volta che tento di scrivere qualcosa di scollegato da me rientro sempre nell’esperienza personale. Come con “La casa del cedro”, un libro che dovevo a me stessa e che rappresenta quasi un prequel di “Animali come noi”. Mi ha dato la possibilità di ritornare bambina e di raccontare la mia vita come se fosse una fiaba divenuta realtà. I sogni migliori sono quelli che ti si avverano tra le mani. Come nel mio caso.
Hai incontrato una lunga serie di “padroni”. Quale consiglio, di cuore, daresti ai proprietari di cani, gatti, pappagalli, ecc.?
Di informarsi. Devono conoscere le caratteristiche etologiche di chi adottano. E ricordarsi sempre che ogni animale ha una propria identità personale e di specie. Non chiedo patentini ma un percorso di avvicinamento. Alcuni già lo fanno mostrando il loro attaccamento in modo sano e apprezzando il lavoro dei veterinari. Come l’uomo che descrivo in “Animali come noi”. Ci ha ripagato per mesi con cassette di frutta buonissima finché non gli ho detto basta. Ora però me ne pento. Forse stava solo coltivando un’amicizia e non saldando un debito. Da allora non l’ho più rivisto.
