Il lavoro: la base per costruire una diversa tipologia di pena

Il lavoro: la base per costruire una diversa tipologia di pena

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Antonello Unida Jodo

Dr. Antonello Unida
Garante Territoriale dei Diritti delle Persone private della Libertà personale

 

Questa settimana vi parlerò del Lavoro come pena, non del Lavoro come diritto del condannato o della Persona detenuta, non del Lavoro come attività libera e retribuita, ma del Lavoro come sanzione sostitutiva, come attività che viene svolta nella maggior parte dei casi nell’ambito della cosiddetta messa alla prova

Nella maggior parte dei Paesi Europei, dall’Inghilterra al Portogallo, passando per la Germania e la Francia, questa misura è ben conosciuta da tempo, fin dall’immediato dopoguerra. A seconda del Paese prende il nome di “Community Services” o di “Travaux d’ intèrêt gènèral”…ecc ecc.

Nel nostro Paese dal 2010, ma stiamo impiegando molto tempo e fatica per “scoprire” davvero questi servizi di comunità.
Io qualche domanda a proposito me la sto ponendo, vedendo anche alcune dinamiche all’interno della Struttura penitenziaria di Bancali. Lascio a Voi le dovute riflessioni.

Sicuramente una ragione va trovata nella mentalità dell’italiano medio rispetto al cosiddetto bene comunità: è certamente più bassa rispetto alla maggior parte dei Paesi Europei. Insomma le esigenze riparative verso la collettività, da noi che siamo grandi individualisti, scontano un deficit.
In secondo luogo c’è anche una preoccupazione di tipo garantista, cioè siamo un Paese di legulei, e da buoni giuristi temiamo che dietro il Lavoro, come pena, si nasconda l’ipotesi del lavoro forzato. Certo le norme prevedono il consenso dell’interessato, ma fino a che punto è un consenso libero?

La ragione principale a mio avviso, forse sarò sospettoso, credo che riguardi il consenso politico, mi spiego: se un partito politico formulasse delle proposte di sostituzione della pena carceraria con il Lavoro, non avrebbe delle significative rese elettorali, e lo dimostra anche la vicenda della messa alla prova, che ha fatto veramente tanta fatica, a suo tempo, a essere accettata.

La cosa curiosa però, e questo forse non lo sapete, è che l’esplosione del Lavoro di pubblica utilità è avvenuta, l’ho ricordato prima, solo nel 2010, grazie ad una riforma del Codice della Strada che ha previsto la possibilità per chi guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti di beneficiare di una sanzione sostitutiva.
Si tratta di una misura che può partire anche in tempi molto rapidi: poco dopo la notizia del reato, il Pubblico Ministero, non fa in tempo a chiedere il decreto penale di condanna che, se interviene il difensore ovviamente messo a conoscenza della denuncia, può “fabbricare” nel giro di poco tempo una richiesta di condanna a sanzione amministrativa.

Perché ha avuto successo? Non certamente perché è stata un’alternativa al carcere reale, ma perché il beneficiario della sanzione sostitutiva, che abbia svolto bene ovviamente il suo Lavoro di pubblica utilità, riceve immediatamente la restituzione della patente, il dimezzamento dei tempi di sospensione e sopratutto la restituzione del veicolo se ne è proprietario, questa è la vera molla. Questa interessante riforma del Codice della Strada, ha portato a un incremento dei Lavori di pubblica utilità.

Il grande colpo in effetti è arrivato con l’istituto della sospensione del processo con la messa alla prova, perché qui non è solo in gioco una contravvenzione, come si dice in termine tecnico, ma parliamo di delitti di una certa consistenza in quanto possono beneficiare della messa alla prova i ladri, i ricettatori, in generale gli autori di reato che sono puniti con una pena fino ai quattro anni.

Ora mi chiedo, avviandomi alla conclusione, se il Lavoro di pubblica utilità può costituire un’interessante occasione per il nostro Paese per poter passare in modo definitivo da una concezione della pena come sofferenza e controllo passivo, a forme di azione positiva e responsabilizzante del condannato o dell’accusato.

La mia speranza è che il Lavoro diventi la base per costruire una diversa tipologia di pena. Per farlo è necessario un mutamento di mentalità, un lavoro di formazione che coinvolga tutti, partendo dalle Forze dell’Ordine agli Avvocati e Magistrati, e persino i media. Un nuovo paradigma si crea tutti insieme. Io ci credo.

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