City@City vi porta dentro un’area archeologica poco nota e all’interno della chiesa di Santa Anastasia, dove è presente un pozzo nuragico d’uso, in origine pertinente ad una delle capanne del villaggio. Che cosa vuol dire Sardara? Ecco cosa hanno rivelato gli studiosi
di Paolo Salvatore Orrù
Sardara è nota soprattutto per l’importante centro termale di Santa Maria de Is Acquas (Santa Mariaquas), mentre meno noti sono gli scavi archeologici che si possono ammirare proprio nel centro del bellissimo borgo del Medio Campidano, un vero e proprio museo a cielo aperto. City@City lo ha visitato per far conoscere ai suoi lettori una realtà sorprendente, inattesa, degna di essere conosciuta. Si sa, la storia di questo paese è strettamente legata al culto dell’acqua, non solo perché è la sede delle note fonti termali, ma anche per la presenza nel centro urbano di pozzi sacri e vene sorgive che ricordano le antiche liturgie connesse al prezioso elemento.
La nostra visita è cominciata dalla chiesa di Santa Anastasia. La nostra voglia di conoscere è stata alimentata dalle ricerche cominciate nel 1913 da Antonio Taramelli. L’archeologo friulano per oltre un anno scavò tutt’intorno al santuario, ma solo dopo lungo tribolare venne alla luce un pozzo sacro completamente costruito con pietre non lavorate, non toccate dal ferro. Una scoperta davvero eclatante, perché solo a pochi passi da lì, dentro la chiesetta, alimentato da una vigorosa vena d’acqua, c’è anche un’altra fonte conosciuta in paese come sa funtana de is dolus (la fonte dei dolori). “Considerata dai sardaresi acqua dai poteri miracolosi, da sempre si ritiene avesse la capacità di guarire molti mali in virtù dell’influsso magico e curativo”, si legge nel blog nurnert.net.
La chiesa di Santa Anastasia
Sepoltura epoca romana
Reperti museo
Arciere di Sardara
Arciere di Sardara
Rilievi di Girolamo Axana
Per una migliore comprensione del sito ci siamo affidati – dunque – alle parole utilizzate da Giorgio Valdes: “A differenza di Santa Vittoria di Serri e Santa Cristina di Paulilatino edificati con pietre ben squadrate, il pozzo sacro di Sant’Anastasia nella sua arcaicità, trasmette al visitatore una maggiore suggestione”. Inoltre, il pozzo votivo presente all’interno della chiesa restituì una grande quantità di vasi dalle più svariate forme e di grande valore scientifico. Ora sono esposte nel museo di Villa Abbas. Durante gli scavi degli anni ’80 – effettuati nelle capanne dell’area sacra dall’archeologo e docente universitario Giovanni Ugas – “sono venuti alla luce alcuni quintali di pani di piombo, un orcio con una quarantina di oggetti bronzei e tre bacili di mirabile fattura, anch’essi in bronzo”.
Detto in altri termini, questo sito ha tre millenni di storia: la chiesa di Santa Anastasia è stata infatti eretta dove già i nuragici avevano trovato refrigerio ma anche, molto probabilmente, il liquido necessario per lavorazione dei metalli da parte dei fabbri di allora. La domanda è d’obbligo, che cosa costruivano questi artigiani? Per ottenere una risposta ‘certificata’ è opportuno visitare il Museo Archeologico Villa Abbas. Lo trovate al centro del paese, ospitato tra le mura di un edificio del 1912. Sorge sui resti del primo insediamento di età nuragica (che potete osservare sotto il pavimento trasparente). Al suo interno si possono ammirare reperti che vanno dal neolitico al periodo tardo medioevale, esposti in otto sale, disposte su due piani.
“Il museo Villa Abbas – ci aiutiamo con le note di Sardara Turismo, ma ce lo ha spiegato anche l’ottima guida – non è solo da vedere ma anche da toccare. Infatti, i principali reperti presenti in ogni vetrina sono esposti in un percorso tattile parallelo: delle mensole in cui sono collocate le copie fedeli delle ceramiche conservate nelle vetrine, con i disegni eseguiti in rilievo. In questo modo, attraverso il tatto, anche i non vedenti hanno la possibilità di entrare a contatto con l’oggetto e conoscerne i materiali e le forme. I reperti provengono da tutte le zone limitrofe al borgo: dall’antica città costiera di Neapolis fino al paese di SanSperate. Le vetrine mostrano gli oggetti di vita quotidiana di un tempo, i materiali usati per procurare il cibo, per difendersi, per costruire le case e le strutture di difesa.
Inoltre sono esposti quasi tutti i reperti rinvenuti negli scavi dell’area di Santa Anastasia, numerosi scheletri provenienti da sepolture di epoca romana, sono stati trovati in un’antica necropoli posta alla periferia del paese, con i rispettivi corredi funerari. E infine, i reperti di età medievale provenienti dal castello di Monreale. Fra l’altro, il museo, tenuto operativo e pulito da una coop locale, ospita la copia fedele di due bronzetti nuragici di eccezionale importanza, provenienti dal corredo funebre di una sepoltura del 9° secolo a.C. circa, e ritrovati a pochi metri dalle fondamenta del museo. “Rappresentano due guerrieri nuragici con l’arco, ma le armi e le protezioni che indossano, la posizione con cui impugnano l’arco e l’abbigliamento stesso sono differenti dagli altri bronzetti arcieri ritrovati in Sardegna, rappresentano infatti due guerrieri sardi che indossano abiti di provenienza assiro babilonese.
In particolare si nota il grembiule con le borchie. Gli originali di questi bronzetti, come anche alcuni fra i più importanti vasi rinvenuti nell’area del pozzo sacro, sono esposti presso il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari”, ci ha rivelato la giovane guida. Dall’acqua fredda, andiamo a scoprire il segreto dell’acqua calda. Stiamo parlando delle antiche Aquae Neapolitanae, (II-I sec, a.C) tappa della via Òthoca-Kàralis, ricordata da Tolomeo e nell’Itinerarium Antoninii. Le acque termali delle Terme di Sardara prendono origine dal percolamento, ovvero un passaggio lento di un liquido attraverso un solido filtrante, delle acque meteoriche, scendono a migliaia di metri di profondità e riemergono, mineralizzate, ad una temperatura che varia da 45 a 60°C. L’acqua minerale di questo ameno sito è classificata “bicarbonato-alcalino-sodica, ipertermale “. In Italia acque di questo tipo sono rare; in Europa, le più note quelle di Vichy.
Vi proponiamo anche su questo sito qualche nota storica. “La presenza di un nuraghe nel parco delle Terme attesta l’esistenza di insediamenti protosardi già nel XVI sec. a.C, segno di un’antichissima utilizzazione dell’acqua termale, ancorché per scopi votivi. I primi riferimenti storici si trovano intorno al III secolo a.C., quando i Romani costruirono le Antiche Terme delle quali restano significative, anche se scarne vestigia. Per via della vicina colonia fenicio-punica di Neapolis erano conosciute con il nome di “Acquae Neapolitanae”. Con la diffusione della Fede Cristiana il tempio pagano delle Antiche Terme fu dedicato a Santa Maria ad Aquas, donde l’attuale denominazione della località”, spiega termedisardara.it.
Interessanti anche le note che riguardano l’origine del toponimo. Per il canonico Giovanni Spano, autore del Vocabolario Sardo Geografico Patronimico ed Etimologico, Sardara deriva dal fenicio Sarad = rosso per la presenza dell’argilla rossa. Il Vidale invece sostiene che si tratta di voce latina, da Sardi Ara = altare dei Sardi per gli eventi storici risalenti alla grande battaglia e sconfitta dei sardi con Amsicora (precisamente con Josto, suo figlio), contro le truppe romane di T. Manlio Torquato nel 215 a.
Touring Club Italiano ha assegnato a Sardara la Bandiera Arancione, il marchio di qualità turistico ambientale.
Giornalista professionista, ha collaborato con Unione Sarda, Radio Radicale, Tiscali Notizie, altri periodici. Cultore di sport estremi, ha scritto per Delta&Para e Volo Libero. Ex parà della Folgore, esperto di arti marziali, si interessa per hobby di questioni militari. Ora cronista di City@City
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