Dopo la cessione dell’Unione Sarda all’imprenditore Sergio Zuncheddu, che negli accordi prevede l’impegno di non pubblicare niente in Sardegna per cinque anni, puntualmente alla scadenza della tregua contrattuale Grauso torna in campo. Nel 2005, l’editore cagliaritano fondò il gruppo editoriale Epolis, una catena di giornali free press con diverse testate locali in molte città italiane. Il progetto nacque con l’obiettivo di offrire un’informazione accessibile e gratuita, ma negli anni successivi il gruppo affrontò difficoltà finanziarie che portarono al suo fallimento.
Chiamò in redazione un collaboratore del giornale, con tono di voce piuttosto allarmato.
Era stato avvicinato da un allora potente imprenditore olbiese, abituato ad avere una certa intimidatoria influenza sugli organi di stampa locali.
– Dice Tizio che non gli piace affatto il giornale che stiamo facendo. Anno 2005. Da qualche mese Il Giornale di Sardegna era diventato Epolis e le aperture delle nuove redazioni, in giro per l’Italia, si susseguivano con cadenza settimanale. Il messaggio dell’imprenditore andava letto tra le righe e inteso come un avvertimento: «O vi ammorbidite, o da me non avrete mai un centesimo di pubblicità.» Epolis di pubblicità viveva, essendo una free press.
Il lettore riceveva la sua copia gratuitamente e l’azienda si sarebbe dovuta mantenere solo grazie alle inserzioni. E dunque col collaboratore che si era offerto di far da tramite, e che presumibilmente avrebbe restituito al mittente la mia risposta, fui cauto. Ero giovane, ma non così giovane da non sapere come funzionassero certi equilibri e attraverso quali linguaggi interagissero stampa e potentati economici. Spesso queste relazioni viaggiavano sopra la testa del giornalista, senza che questi ne fosse minimamente a conoscenza. Non volevo perciò correre il rischio di essere sconfessato, essendomi balenato il dubbio che il tizio fosse legittimato da qualcuno a mettere becco nella gestione delle nostre pagine, la cui linea era in verità piuttosto aggressiva. Così decisi di far pervenire la cosa alla direzione.
Grauso, informato del fatto, dettò un messaggio al vicedirettore, dal quale venni poi chiamato nella stessa mattinata in cui avevo inoltrato la segnalazione.
La risposta di Grauso aveva più o meno questo contenuto: «Riferisci al signor Tizio che io non ho la minima idea di chi lui sia.»
Non so se davvero Grauso non conoscesse l’impiccione Signor Tizio, ma quel che contava era il segnale inviato al giornalista.
Era una risposta tranchant, da Marchese del Grillo, nel cui sarcasmo era contenuta l’affermazione dell’assoluta libertà del giornalista.
Io, con Nichi Grauso, ho infatti lavorato da giornalista libero, la più importante delle condizioni che un editore dovrebbe garantire e che un giornalista dovrebbe pretendere. Aveva cercato di ficcarmelo in testa già al nostro primo incontro, in viale Trieste, anno 2005. Andai a firmare il contratto di assunzione e volle conoscere me come tutti gli altri neoassunti a tempo indeterminato. Trovai un uomo sorridente, entusiasta di questa nuova avventura, che ogni tanto si affacciava alla porta dell’ufficio per contemplare, compiaciuto, il lavoro della redazione, al piano di sotto.
Ricordo che su una parete campeggiava una copia ingrandita della famosa prima pagina de Il Manifesto col titolo irriverente dedicato all’appena eletto papa Ratzinger.
Credo fosse con me il fotografo Antonello Zappadu, suo amico di lunga data, incaricato di curare la parte immagine della redazione che stava aprendo a Olbia.
Antonello si poteva permettere domande che a me non erano consentite e, già che c’era, gli domandò chi glielo avesse fatto fare ad imbarcarsi nuovamente in un’avventura editoriale, dopo la burrascosa conclusione dell’esperienza a L’Unione Sarda e ben sapendo come, in Sardegna, ogni tentativo di spezzare il duopolio dell’informazione sia sempre fallito.
Nichi replicò con una sentenza che allora ci sembrò inappellabile, anche se la Cassazione della storia l’avrebbe invece archiviata come inapplicabile.
«Io sono nato editore e voglio morire da editore.»
Io invece mi limitai ad una domanda molto più pratica, proveniendo allora da una infelice esperienza che aveva sbiadito il mio sogno giovanile di essere giornalista.
«Dottor Grauso, parliamoci chiaro: ci sono argomenti che in questo giornale è meglio non affrontare?»
Sorrise ancora. «Io più sangue vedo e meglio è.»
Non mentiva. Per gli anni in cui ho avuto lui come editore, ho sempre potuto lavorare in massima autonomia e pestare i calli a chiunque. A volte, lo ammetto, per il puro gusto di bearmi di quella libertà mancatami altrove.
Per un periodo capitò di sentirci anche più volte al giorno. Per scambiare un’opinione, ma anche perché Grauso, da conoscitore profondo della Sardegna, era una fonte preziosa. Mai, in queste brevi chiacchierate, ho ricevuto da lui una sollecitazione, affinché scrivessi o non scrivessi qualcosa. L’ultima volta che ci sentimmo fu attraverso una videochiamata, inattesa, che ricevetti da lui. Voleva solo chiedermi come stessi, nulla di più. So che non tutti hanno questa opinione di lui e, a ragione, ricordano anche le ombre e le cadute di una personalità complessa. Li capisco. Io stesso ho colto in Nichi Grauso la naturale tendenza a volare troppo in alto, mandando a fuoco le sue stesse ali e finendo col lasciar precipitare chi a quelle ali si era con fiducia aggrappato. Le idee, per quanto nobili e avveniristiche, devono procedere sulle gambe delle persone e presuppongono la definizione di aspetti pratici, ambito del quale il visionario Nichi sembrava curarsi meno.
Ma io racconto il Grauso che ho conosciuto. E al quale devo un ritrovato amore per il giornalismo.