L’inizio dell’anno, a Sassari, non è stato segnato solo dai festeggiamenti. A far discutere è stato soprattutto il caso di Daniele Coni e Laura Calvia, due volti noti della comicità locale finiti al centro di una tempesta mediatica dopo alcune battute giudicate volgari durante l’evento di Capodanno in Piazzale Segni. Una vicenda che, nel giro di poche ore, si è trasformata in un processo pubblico sui social, con toni spesso feroci.
A intervenire, con parole che hanno fatto riflettere molti, è stato Don Gaetano Galia, sacerdote conosciuto per il suo impegno accanto agli ultimi e per la sua capacità di leggere la realtà con schiettezza e umanità.
Tra critica e crocifissione: il confine che i social cancellano
Don Galia non difende la volgarità. Lo dice chiaramente: alcune battute di Coni e Calvia non gli sono piaciute, così come non apprezza gli eccessi di certi comici nazionali. Ma la sua riflessione va oltre il gusto personale.
Il punto, sottolinea, è un altro: quando la critica legittima si trasforma in linciaggio, quando l’errore diventa il pretesto per scatenare un’ondata di insulti, etichette, derisioni.
Un meccanismo ormai familiare nell’ecosistema dei social, dove la rapidità del giudizio e la durezza dei toni sembrano essere diventati la norma.
E allora il sacerdote richiama il Vangelo: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Una frase che, nel suo intervento, non suona come un’assoluzione automatica, ma come un invito a guardarsi allo specchio prima di puntare il dito.
L’ipocrisia quotidiana: quando la morale è a intermittenza
Uno dei passaggi più forti del ragionamento di Don Galia riguarda l’ipocrisia. Ricorda come la volgarità, nella vita reale, sia spesso tollerata, normalizzata, perfino usata da figure insospettabili: professionisti, amministratori, persino fedeli in confessionale.
E allora, si chiede, perché scandalizzarsi così violentemente per due battute fuori luogo? Perché trasformare un errore in un rogo pubblico?
Il sacerdote non giustifica, ma invita a contestualizzare. A distinguere tra una caduta di stile e un comportamento realmente dannoso. A non usare due pesi e due misure.
Il paradosso dell’odio: più grave della colpa che condanna
Don Galia lavora quotidianamente con persone che hanno commesso reati gravissimi: omicidi, violenze, truffe. La Costituzione, ricorda, chiede di reinserirle, di non abbandonarle.
Eppure, per due comici che hanno sbagliato con le parole, si è scatenata una violenza verbale sproporzionata, quasi disumana.
È questo il paradosso che denuncia: l’odio social spesso supera, per intensità e crudeltà, la colpa che pretende di punire.
Arte, responsabilità e misericordia
L’arte – dice Don Galia – è bellezza, emozione, profondità. E chi la pratica ha certamente una responsabilità. Ma responsabilità non significa perfezione. Chi sbaglia va corretto, non annientato.
Il sacerdote invita a recuperare un senso di misura, a distinguere tra critica costruttiva e aggressione gratuita. A ricordare che dietro ogni personaggio pubblico c’è una persona reale, con fragilità e limiti.
La società del dito puntato
La sua riflessione si chiude con un’amara constatazione: viviamo in un’epoca in cui si aspetta il passo falso altrui per sentirsi migliori. Un meccanismo che alimenta la “cultura della crocifissione”, dove l’errore diventa spettacolo e l’umiliazione un passatempo collettivo.
Eppure, conclude con ironia e un augurio, forse un po’ provocatorio: Buon Anno. Un invito a iniziare il nuovo anno con uno sguardo più umano, meno giudicante, più capace di distinguere tra un errore e una condanna definitiva.