Anche in questi anni contemporanei e disillusi, frenetici e scarsamente inclini ai voli della fantasia, è possibile attendere con fiducia.
Da un cortile di un liceo di provincia – una scuola importante di Sassari, che ha accompagnato gli studi di alcuni illustri italiani – nasce nel 1960 la scintilla di una grande avventura sportiva, che in queste ore di tripudio infiamma tutta la Sardegna senza campanilismi di sorta. La prima Coppa Italia del Banco di Sardegna è una storica impresa, che cattura l’attenzione dei giornali nazionali e scardina impietosamente le supreme certezze dei pronostici specializzati.
La Dinamo è partita come vittima sacrificale della magna Milano. La sfida è terminata con la più dolce delle sorprese. Era eloquente l’espressione sconcertata di Giorgio Armani, il sommo stilista che cerca ancora nella sua creatura sportiva l’ebbrezza della prima vittoria, dopo una vita di memorabili applausi in passerella. Il clamoroso blitz del secondo tempo al Palassago ha rovesciato le scontate previsioni e le indicazioni di una prima frazione di gioco fragile ed impacciata, desolante nelle percentuali al tiro dalla distanza ed evanescente nella fase difensiva contro Hackett e compagni. La magica alchimia di un gruppo di stelle votate alla causa comune ha generato una rimonta sensazionale, dopo l’intervallo. La vittoria contro la regina annunciata ha creato una condizione di autostima travolgente, che ha permesso di vincere con autorevolezza la semifinale contro la giovane ed arrembante Reggio Emilia, prima di lanciare la sfida ai pentacampeones di Siena.
La lunga dittatura toscana è stata interrotta con la partita perfetta della nuova grande, che proprio nella tre giorni meneghina ha ritrovato il vero Travis Diener, e scoperto la possibile coesistenza con il geniale folletto Marques Green: addio agli egoismi imbronciati di due primattori, e l’eccitante scoperta che il minutaggio dosato permette lucida regia e soluzioni tattiche eterogenee contro l’avversario di turno. Il cecchino Drake non ha probabilmente offerto il meglio del suo repertorio di califfo, nella Final Eight del Palassago. Ma i suoi bottini ragguardevoli – e la chirurgica abilità nei momenti decisivi della partita – hanno sottolineato le credenziali del fuoriclasse. Tutta la squadra ha risposto con epica sollecitudine alla fiammata d’orgoglio, richiesta dopo un periodo di appannamento in campionato. Era forse una fase atletica di scarico, che ha permesso al prode Meo Sacchetti – costretto a gestire i suoi assi anche nella coppa europea – di presentarsi all’appuntamento con la forma migliore.
La Coppa Italia ha indicato l’importanza dello zoccolo duro della Dinamo – dal Ministro della Difesa Jack De Vecchi al figlio d’arte Brian l’Eclettico, dall’intramontabile Capitan Vanuzzo al promettentissimo Amedeo Tessitori – e la buonissima qualità di Caleb Green, tiratore e duttile all around che agevola la grande mole di lavoro alle plance del ritrovato e solido Drew Gordon, in attesa dell’innesto ulteriore dell’esperto Beniamin Eze. Una squadra vera e di grande talento, che ha un’età media elevata ed il bisogno di gestire le energie con il bilancino del farmacista. Ma la conferma alla fase finale dei play-off sembra un obiettivo largamente alla portata del roster creato da Stefano Sardara: e ci attendiamo una conferma anche nella fase finale del campionato. Certamente il Banco non potrà più giocare il fattore-sorpresa. La coccarda tricolore sulla casacca biancoblù sposta il mirino sulla formazione sarda, e qualche grande delusa cova rancorosi desideri di rivincita negli scontri diretti della griglia finale.
Ora la Dinamo non è più la simpatica e frizzante perdente, che esce tra gli applausi di ammirazione della platea avversa, dopo quaranta minuti di gioco arioso e rapido non supportato dalla difesa dura. Essere entrati nel girone dei vincenti cambia le prospettive e la pressione su Travis e compagni, che provano nuove strategie tattiche per fare bene anche nella seconda e decisiva fase del campionato. Sarebbe eccitante, l’accesso alle semifinali dello scudetto. Comunque vada, è stato un cammino indimenticabile.
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