Mons. Salvatore Isgrò al termine del Pontificale nella Chiesa di Santa Maria di Betlem; alle sue spalle alcuni gremianti del Gremio dei Viandanti ed alla sua sinistra un giovanissimo Padre Paolo Atzei, neo sacerdote.
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Dall’antica Turris Libisonis alla moderna metropolita sassarese, la Chiesa Turritana attraversa quindici secoli di storia, riforme, crisi e rinascite. Una cronotassi che unisce martiri, monaci, vescovi e arcivescovi, fino all’ingresso di Mons. Francesco Antonio Soddu, nuovo pastore chiamato a raccogliere un’eredità complessa e stratificata. La sua nomina offre l’occasione per ripercorrere le tappe di una diocesi che ha segnato, e continua a segnare, la vicenda religiosa e civile del nord Sardegna
CRONACA DI UNA CRONOTASSI IMPORTANTE
L’occasione dell’ingresso di Mons. Francesco Soddu per la presa di possesso della Diocesi e quindi della Cattedra turritana, ci consente di dare uno sguardo e curiosare sulla storia della Diocesi prima, ed Arcidiocesi poi, e su quanti -Vescovi ed Arcivescovi- ne hanno fatto la storia.
La Chiesa Turritana attesta le sue origini nel V secolo con Felice, primo vescovo di Torres documentato nel 484. Assume la sua configurazione attuale dopo il trasferimento della sede arcivescovile da Porto Torres a Sassari nel 1441 e l’annessione delle soppresse diocesi di Sorres, nel 1505, e Ploaghe nel 1523. Oggi il suo territorio si estende sulla porzione del nord Sardegna in prossimità del versante occidentale del Golfo dell’Asinara e si sviluppa verso l’entroterra lungo la direttrice della Strada Statale 131 “Carlo Felice”. La popolazione è distribuita in 28 Comuni, tutti amministrativamente appartenenti alla città metropolitana, per una superficie territoriale complessiva di 1.978 chilometri quadrati. L’attuale giurisdizione ecclesiastica, confinante con le diocesi suffraganee di Alghero-Bosa (a sud-ovest), Ozieri e Tempio-Ampurias (a est) è suddivisa in sei zone pastorali, di cui tre insistono sul centro abitato del popolato Capoluogo.
La prima evangelizzazione di Turris Libisonis (Libyssonis), oggi Porto Torres, si deve a persone legate alla navigazione, provenienti per lo più da Ostia, dove è attestata la presenza di negotiatores e navicularii turritani. La recensione più antica del martirologio geronimiano attesta che a Turris, durante la persecuzione di Diocleziano, Gavino subì il martirio il 25 ottobre. La Passio è stata ritrovata dopo un lungo lavoro di ricerca da mons. Giancarlo Zichi, mons. Antonio Giuseppe Manconi e Giancarlo Pinna, negli anni 80 del novecento, all’università di Montpellier in Francia. La tradizione associa a Gavino anche i martiri Proto, vescovo presbitero, e Gianuario, diacono. La prima menzione della sede di Turris risale al periodo in cui la Sardegna era sotto il dominio dei vandali. Per promuovere la dottrina ariana tra i vescovi cattolici del suo regno, il re Unnerico nel 484 li convocò a Cartagine per una disputa teologica. Vi partecipò anche Felice di Turris insieme ad altri quattro vescovi sardi. Dall’epistolario di san Gregorio Magno si evince che il vescovo di Turris, Mariniano (prima di luglio 591 – dopo ottobre 599), stava sotto la giurisdizione cagliaritana. Papa Giovanni V (685-686) contestò, però all’arcivescovo di Cagliari il diritto di consacrare i vescovi di Turris, per cui riunì un “concilium sacerdotum”, per farvi dichiarare la diretta dipendenza di quel vescovo dalla Sede pontificia.
Agli inizi dell’XI sec. Pisa e Genova cacciarono i saraceni dalla Sardegna ed entrarono in contatto con i regoli che governavano i quattro piccoli regni indipendenti. Turris, ancora nell’XI sec., sembra essere il centro principale della Sardegna settentrionale e la capitale del regno omonimo. La sede ecclesiastica venne elevata a dignità metropolitana con il pontefice Alessandro II (1061-1073) ed alla sua provincia ecclesiastica furono assegnate ben sette suffraganee (Ampurias, Bisarcio, Bosa, Castra, Ottana, Ploaghe, Sorres); Gregorio VII (1073-1085) nel 1073 vi nomina come arcivescovo Costantino di Castra (1073 – dopo il 1074): finisce, quindi, l’epoca dei Vescovi di Torres ed entriamo, così, nella cronotassi degli Arcivescovi “turritani” che ci accompagna fino ai giorni nostri. Tramite il suo legato Guglielmo di Populonia, Gregorio VII insisté presso Mariano, giudice di Torres, perché si attuassero nel suo giudicato le prescrizioni canoniche sulla vita e l’istruzione del clero: ce n’era proprio bisogno perché dal condaghe di San Pietro in Silki emerge come fossero piuttosto frequenti i casi di presbiteri di condizione servile e coniugati e, di conseguenza, quale fosse la loro inadeguatezza morale e culturale e la mancanza di idoneità agli ordini sacri. Con Urbano II (1088-1099) al presule di Pisa fu concesso l’ufficio di legato, non ad personam ma ad sedem: ovvero rappresentare la sede apostolica presso l’arcidiocesi di Sassari, non come incarico rivolto al vescovo di quel tempo, ma come ufficio legato alla sede stessa di Pisa. Tra XI e XII sec. vi si insediarono i monaci cassinesi, vallombrosani, camaldolesi e cisterciensi. Questi ultimi, in particolare, si diffusero, grazie al fatto che il giudice di Torres, Gonario, dopo un incontro con san Bernardo, lasciò il regno, nel 1154 entrò nel monastero di Clairvaux ed indossò l’abito cisterciense vivendo santamente.
Alla fine del XII sec. Torres è governata dal cisterciense Erberto (1181-1195), di cui è stata tramandata una raccolta di exempla, dal titolo Liber miraculorum et visionum, che ebbe straordinaria fortuna presso i cisterciensi dell’Austria, della Baviera e della Sassonia. A questo periodo si fa risalire il completamento della splendida BASILICA cattedrale di San Gavino, iniziata un secolo prima, secondo lo stile romanico-pisano. Intanto la città di Turris perde la funzione principale di porto commerciale ed attraversa un grave periodo di decadenza; per giunta nei primi decenni del XII sec. la capitale del regno venne trasferita da Turris ad Ardara, situata più all’interno del Giudicato. Anche l’arcivescovo ed il capitolo abbandonarono l’antica sede per risiedere a Sassari, che nel XIII sec. appare già popolata e sufficientemente organizzata, anche dal punto di vista ecclesiastico (la città nel 1278 viene suddivisa in cinque parrocchie). Solo nel 1441 la Sede apostolica, con la bolla Super universas, vi trasferisce il titolo e la cattedrale. Nel frattempo i monaci benedettini erano stati sostituiti dagli ordini mendicanti, complice la diffusione della feudalizzazione catalano-aragonese, preceduta dalla nuova organizzazione economica introdotta da Pisa, che aveva notevolmente contribuito ad impoverire le proprietà terriere dei monasteri e delle varie chiese. A Sassari i francescani si insediarono presso la chiesa di Santa Maria di Betlem verso la metà del XIII sec. Nell’età aragonese (XIV-XV sec.) furono celebrati i sinodi cosiddetti “del Logudoro”, chiamati in tal modo dall’area nordoccidentale dell’isola, cui appartengono le varie diocesi interessate. Attraverso i canoni di alcuni di questi sinodi sembra solidamente attestata l’antica consuetudine da parte dei vescovi suffraganei di Sassari di intervenire presso la basilica di San Gavino di Porto Torres alle feste dei martiri, in maggio ed ottobre, ai relativi sinodi, sebbene il declino di Turris, dopo due secoli e mezzo di solitudine, si venisse aggravando proprio a partire dagli ultimi decenni del Quattrocento, specialmente a causa dell’emergere della pirateria barbaresca nel Mediterraneo occidentale.
ETÀ MODERNA si ha l’inizio del periodo spagnolo e le diocesi suffraganee di Ploaghe e di Sorres furono unite a quella di Sassari. Le unioni decretate da Giulio II (1503) non ebbero immediata attuazione, perché il papa aveva stabilito che essa avvenisse alla vacanza delle sedi interessate. Ciò si verificò rispettivamente nel 1523 e nel 1505. A cavallo del XVI sec. occupa una singolare importanza il presule Salvatore Alepus (1524-1566): si impegnò per la riforma della vita del clero e del popolo; partecipò alla prima e seconda sessione del concilio di Trento e vi si distinse per cultura e preparazione teologica, intervenendo su alcuni aspetti della dottrina eucaristica. Di lui si conservano alcuni verbali di visite pastorali, svolte nel 1553 e 1556, nonché diverse costituzioni sinodali attraverso le quali il presule intende riformare la vita del clero ed obbligare i parroci a curare l’istruzione religiosa del popolo; per facilitarne il compito fece comporre un Libellus doctrina cristiana in hidiomate sardo, del quale purtroppo non ci è pervenuto alcun esemplare. Nelle stesse costituzioni stabilì di voler riprendere l’antica consuetudine che vincolava i vescovi suffraganei della provincia turritana ad intervenire alle feste di San Gavino presso la basilica di Turris e partecipare ai relativi sinodi. Questi timidi tentativi di riforma furono accompagnati da ulteriori fattori che avviarono un serio cambiamento della vita diocesana. In primo luogo l’arrivo dei gesuiti che Alepus aveva avuto modo di conoscere a Trento. Essi, già presenti dal 1559 a Sassari, nel 1562 vi aprirono con successo le scuole; solo nel 1612 il collegio gesuitico poté conferire gradi accademici, anche se limitatamente alle facoltà di filosofia e teologia; successivamente nel 1617 Filippo IlI concesse il titolo di università di diritto regio. In secondo luogo i vescovi che governarono la diocesi a cavallo del XVI-XVII sec. attuarono la riforma tridentina attraverso visite pastorali e sinodi. Questi ultimi non interessarono solamente la diocesi di Sassari ma l’intera provincia ecclesiastica. In quel periodo vennero celebrati almeno quattro concili provinciali (1585, 1598, 1606, 1633) convocati rispettivamente da Alfonso de Lorca (1576-1603), Andrés Bacallar (1604-1612), Diego (o Giacomo o Jaime) Passamar (1622-1643).
Con i canoni sinodali vennero resi obbligatori gli incontri periodici tra ecclesiastici di parrocchie vicine, al fine di curare meglio la loro formazione spirituale e dottrinale. Gli sforzi maggiori furono diretti alla cura animarum per trasformare i numerosi vicari ad nutum in perpetui. Intanto arrivarono in città altri ordini religiosi: i serviti (1540), i cappuccini (1591), i domenicani (1595), i carmelitani (1610), i mercedari (1610), i trinitari (1610), i fatebenefratelli (1639) e, infine, gli scolopi (1693); i francescani si diffusero anche in alcuni paesi della diocesi: tutti svolsero un ruolo di prim’ordine nell’applicazione della riforma tridentina. Per l’istruzione religiosa del popolo alcuni vescovi curarono la stampa dei catechismi in lingua sarda. Così Gavino Manca de Cedrelles (1613-1620) pubblicò la versione dall’italiano in sardo-logudorese della Dichiarazione del Simbolo apostolico del Bellarmino. A partire dalla seconda metà del XVII sec. durante le visite pastorali gli arcivescovi insistevano perché si svolgesse regolarmente la catechesi parrocchiale, a cominciare dall’istruzione religiosa dei fanciulli.
Per favorire l’insegnamento José Sicardo (1702-1714) fece comporre e pubblicare un nuovo catechismo sempre in lingua sardo-logudorese. Erano soprattutto le confraternite ad incrementare nei soci la frequenza ai sacramenti e le pratiche religiose, ma anche ad intervenire a favore dei confratelli in difficoltà e nei confronti di vari problemi sociali. Nella città oltre la confraternita di Santa Croce, presente in tutte le parrocchie della diocesi, si erano diffuse anche quella dell’Orazione, dei Martiri turritani, del Rosario, di Santa Maria d’Itria (oggi Gremio dei Viandanti), di Santa Maria dei Servi, di San Carlo e di San Filippo Neri. I gesuiti nella sola città di Sassari dirigevano cinque congregazioni mariane per gli studenti e per i fedeli più in generale. Le missioni popolari poi contribuirono a risvegliare il senso religioso dei fedeli. La costruzione di nuove chiese e di conventi, dotati di opere d’arte di notevole valore artistico, abbellirono non solo l’ambiente cittadino ma anche quello dei villaggi. Alle confraternite in particolare è da attribuire la diffusione dei gosos, poesie in lingua sarda di indole sia catechetica sia devozionale in onore di Cristo, della Madonna e dei santi o per implorare la loro protezione. Tra questi ancora vi sono quelli in onore a Nostra Signora del Buoncammino. In quegli stessi anni si verificarono contese e rivalità tra Sassari e Cagliari oltre che per motivi politici anche per ragioni ecclesiastiche. Gli arcivescovi di entrambe le città intendevano fregiarsi del titolo di “Primate della Sardegna e della Corsica”. Nacque così una gara accesissima, tanto che la questione venne presentata al tribunale della Sacra Rota. La questione andò avanti fino alla metà del XVII sec., talvolta segnata da episodi di intolleranza e da disordini.
Una nota curiosa di cronaca: tra i vari titoli spettanti all’arcivescovo di Sassari vi sono quelli di Primate di Sardegna e Corsica (conteso), abate di Santa Maria di Paulis, priore della Santissima Trinità di Saccargia e di Nostra Signora di Coros, Gonfaloniere e Vessillifero di Santa Romana Chiesa (concesso da papa Paolo III a Salvatore Alepus ed ai suoi successori in perpetuo), abate di San Pietro di Silki (oggi sede benedettina con abate proprio) e, in passato, Consiliario nel Consiglio di Sua Maestà e Cancelliere dell’Università di Sassari nonché vescovo di Ploaghe e Sorres (sino al 1969). Tutti questi titoli sono oggi in disuso, ma utilizzati finché ha governato la diocesi da mons. Arcangelo Mazzotti (1931-1961).
In età sabauda (1720-1847) il clero si mostra in un primo momento insofferente verso la nuova amministrazione, specialmente a causa del rigido giurisdizionalismo dei sovrani piemontesi. Verso la metà del secolo i rapporti diventarono più distesi, specialmente in seguito alle riforme boginiane (1759-1773). Anche a Sassari si riscontrano vivaci segni di ripresa nella vita religiosa. L’arcivescovo piemontese Matteo Bertollinis, prima vescovo di Alghero dal 1733, e poi di Sassari dal 1741, fu uno strenuo propugnatore della pratica degli esercizi spirituali per il clero diocesano, pratica che in poco tempo venne estesa a tutti coloro che si preparavano gradatamente al presbiterato.
Inoltre prese a cuore le sorti del seminario di Sassari, fondato alla fine del XVI sec. da Alfonso de Lorca (1576 – 1603), assicurandogli una base finanziaria solida ed aggiornando i metodi di insegnamento e la preparazione dei futuri sacerdoti. Si dedicò ad eliminare alcuni abusi radicati in mezzo al popolo, particolarmente l’usanza delle prefiche. (breve inciso: l’usanza delle prefiche si riferisce ad una tradizione in cui delle donne erano pagate per piangere e cantare durante i funerali. Queste donne, chiamate “prefiche”, avevano il compito di recitare lamenti ed elogi al defunto, accompagnate da grida di dolore e gesti di disperazione. La loro presenza era considerata importante per onorare e commemorare il defunto ed il loro lamento era visto come un segno di rispetto e dolore. Questa pratica ha radici antiche e si è manifestata in diverse culture come in quella dell’antica Roma e dell’antica Grecia.)
Anche i successori Carlo Francesco Casanova (1751-1763) e Giulio Cesare Viancini (1763-1772) intervennero per inculcare l’obbligo del riposo festivo ed eliminare superstizioni ed abusi dalle pratiche religiose. Del Viancini rimane un regolamento dato al seminario, ispirato alle disposizioni di san Carlo Borromeo, ed un testo a stampa della dottrina cristiana scritto in dialetto sassarese.
Dopo il Viancini, l’arcidiocesi di Sassari conterà la successione di diciotto arcivescovi metropoliti, salvo il neo arcivescovo Francesco Antonio Soddu, nominato dal 21 febbraio 2026 e che prenderà possesso della Cattedra il 18 aprile 2026:
Arcivescovi metropoliti di Sassari
Giuseppe Maria Incisa Beccaria † (4 ottobre 1772 – 12 ottobre 1782 deceduto)
Filippo Giacinto dei conti Olivieri de Vernier † (20 settembre 1784 – 29 marzo 1787 deceduto)
Giacinto della Torre, O.E.S.A. † (29 marzo 1790 – 24 luglio 1797 nominato arcivescovo, titolo personale, di Acqui)
Giovanni Battista Simon † (8 luglio 1798 – 22 febbraio 1806 deceduto) Sede vacante (1806-1819)
Gavino Murru † (29 marzo 1819 – 21 dicembre 1819 deceduto)
Carlo Tommaso Arnosio † (27 settembre 1822 – 18 agosto 1828 deceduto) Sede vacante (1828-1833)
Giovanni Antonio Gianotti † (15 aprile 1833 – 19 maggio 1837 nominato vescovo di Saluzzo)
Alessandro Domenico Varesini † (13 settembre 1838 – 22 settembre 1864 deceduto) Sede vacante (1864-1871)
Diego Marongio Delrio † (24 novembre 1871 – 11 ottobre 1905 deceduto)
Emilio Parodi, C.M. † (11 ottobre 1905 succeduto – 20 dicembre 1916 deceduto)
Cleto Cassani † (5 gennaio 1917 – 30 giugno 1929 dimesso e nominato arcivescovo titolare di Acrida)
Maurilio Fossati, O.SS.G.C.N. † (2 ottobre 1929 – 11 dicembre 1930 nominato arcivescovo di Torino)
Arcangelo Mazzotti, O.F.M. † (12 febbraio 1931 – 30 gennaio 1961 deceduto)
Agostino Saba † (16 marzo 1961 – 19 gennaio 1962 deceduto)
Paolo Carta † (22 marzo 1962 – 18 marzo 1982 ritirato)
Salvatore Isgrò † (18 marzo 1982 – 2 maggio 2004 deceduto)
Paolo Mario Virgilio Atzei, O.F.M.Conv. (14 settembre 2004 – 27 giugno 2017 ritirato)
Gian Franco Saba (27 giugno 2017 – 10 aprile 2025 nominato ordinario militare per l’Italia)
Attenendoci alla fascia degli Arcivescovi di era moderna, nel corso dell’Ottocento si susseguirono diversi periodi di sede vacante a causa dei dissidi fra Chiesa e Stato sabaudo, il quale, in applicazione delle leggi eversive, incamerò i beni ecclesiastici, soppresse gli ordini religiosi, il foro ecclesiastico ed il diritto di censura. A causa delle reiterate proteste l’arcivescovo Alessandro Domenico Varesini (1838 – 1864), fu condannato agli arresti domiciliari. Il suo successore, Diego Marongiu Del Rio, banarese di nascita, nominato nel 1871 dopo sette anni di vacanza della sede, ottenne l’exequatur (formula con cui lo stato, prima del Concordato, concedeva l’esecutività a taluni atti della S. Sede specialmente a quelli riguardanti le provvisioni dei benefici maggiori. Statale) solo nel 1878. Nonostante queste difficoltà, in questo periodo l’arcidiocesi di mostrò molto attiva nell’assistenza e nella cura dei più piccoli e degli orfani, grazie all’azione caritativa dei laici e di istituzioni religiose, come la conferenza delle Dame di Carità. Di lui, Padre Paolo Atzei, nel centenario della morte ebbe a dire: «Come non rimanere stupiti nel vedere un fisico così minuto e fragile per la salute cagionevole sostenere un’immane fatica ministeriale, per ventotto anni come presbitero e trentatrè come vescovo? Solo unendo alle doti di mente e di cuore un severo rigore disciplinare, con una quotidiana regola ascetica, puntuale, fedele, santa, egli ha potuto sostenere il crescente peso della fatica e degli anni. Non si potrebbero spiegare altrimenti le molteplici e coesistenti attività: docenza e pubblicazioni, impegno politico e ministero sacerdotale, predicazione e quotidiana personale sollecitudine verso i poveri, ministero episcopale con le cinque visite pastorali e numerosissime altre, celebrative e occasionali, lettere pastorali e celebrazione del Sinodo, interventi sulle strutture ecclesiastiche e per i singoli sacerdoti, corrispondenza personale e minuziose annotazioni diaristiche. Il tutto con grande fedeltà, pietà, spirito di sacrificio sino alla fine, cioè alla consumazione di ogni energia residua. […] questo il mio predecessore, definito “giusto”, ma direi apertamente santo vescovo…»
Le sedi vacanti hanno avuto, talvolta, tempi lunghi per la nomina del successore: dai due/tre anni fino ai tredici per la nomina di Gavino Murru (1819 – 1819) il quale morì solo dopo nove mesi di episcopato così come anche Agostino Saba (nominato da Papa Giovanni XXIII°, 1961 – 1962) subì il peso dell’episcopato per circa 9 mesi: «Monsignor Agostino Saba è stato nella Chiesa di Sassari una meteora che ha effuso la sua luce per un attimo»: così il vescovo emerito di Nuoro, mons. Pietro Meloni, vescovo emerito di Nuoro e figlio diletto dell’Arcidiocesi turritana, ha ricordato il pastore della chiesa sassarese nel cinquantesimo della sua scomparsa avvenuta nel pomeriggio del 19 gennaio 1962. Arcivescovo ed illustre studioso che aveva ricostruito la storia cristiana dell’isola, spaziando anche nella storia religiosa italiana ed europea, soprattutto nelle sue opere monumentali degli anni 1938-1943, che sono la Storia dei Papi e la Storia della Chiesa. Agostino Saba fu il successore di Arcangelo Mazzotti (1931 – 1961), che aveva guidato la diocesi turritana per trent’anni e che favorì la larga diffusione dell’Azione cattolica, celebrò un sinodo diocesano nel 1947 e l’anno successivo il congresso eucaristico regionale. L’estrazione sociale, il profilo culturale, gli incarichi ricoperti, le esperienze compiute, la spiritualità disegnano un curriculum vitae di Arcangelo Mazzotti quanto mai rilevante. Frate minore, egli fu non solo direttore spirituale di Agostino Gemelli ed Armida Barelli, ma anche collaboratore attivo di molte loro opere. Gli elementi biografici confermano i criteri di selezione dei candidati all’episcopato tipici del pontificato di Pio XI, specie quelli riguardanti i vescovi che furono prescelti per evangelizzare la società meridionale e consentono di individuare le iniziative intraprese nel governo della diocesi recanti l’impronta delle esperienze costitutive di quel curriculum.
Così come, sempre Saba, fu il predecessore di Paolo Carta (1962 – 1982), proveniente da Foggia, che guidò poi la diocesi per vent’anni. Così come altri e numerosi episcopati hanno varcato la soglia del decennio di durata: Paolo Atzei 13 anni, Salvatore Isgrò 22 (1982 – 2004); Alessandro Domenico Varesini 26, Diego Marongio Delrio 34. Un’altra piccola curiosità: Serdiana ha dato due suoi figli all’Arcidiocesi di Sassari nelle persone dei citati Agostino Saba e Paolo Carta; così come Paolo Atzei ed Arcangelo Mazzotti sono figli dell’Ordine dei Francescani Minori; e su entrambi ci soffermiamo brevemente.
Padre Agostino Gemelli e Arcangelo Mazzotti
Il ricordo di Salvatore Isgrò a Cristian Zedda, già segretario del Gremio dei Viandanti, che lo ha conosciuto da vicino e lo ricorda così:
«Altra figura di spicco nella successione apostolica dei Vescovi che si son succeduti sulla Cattedra di San Nicola è quella di mons. Salvatore Isgrò, di felice memoria. Nato a Barcellona Pozzo di Gotto il 21 ottobre 1930 si trasferì con la famiglia ad Oristano dove venne formato nel Seminario Arcivescovile ed in quello regionale di Cuglieri. Brillantissimo negli studi venne ordinato presbitero a 23 anni il 29 giugno 1953. A Roma conseguì il dottorato in utroque iure (entrambi i Diritti; Canonico e Civile) alla Pontificia Università Lateranense. Non tutti sanno che benché giovanissimo mons. Isgrò partecipo al grande Concilio Vaticano II quale consulente teologico dell’Arcivescovo di Oristano mons. Sebastiano Fraghì. Mons. Isgrò ha vissuto intensamente quell’esperienza che nel Testamento Spirituale definisce “formidabile stagione della Chiesa”. Alcune tra le più anziane monache Cappuccine di Sassari ricordano volentieri che in quegli anni lo invitavano abitualmente per la predicazione di esercizi spirituali e ritiri e che con trepidazione chiedevano informazioni sull’assise Conciliare: “dottor Isgrò ci parli del Concilio!”. Non una mera curiosità, ma un desiderio vivo di conoscere quanto lo Spirito Santo stesse suggerendo alla Chiesa che si trovava convocata per capire ed affrontare le sfide di un’epoca difficile. Raccontano esse stesse che “dottor Isgrò” era animato da un forte entusiasmo nell’esporre le discussioni teologiche che animavano appassionatamente i Padri Conciliari. Dopo aver ricoperto diversi ruoli di prestigio nell’arcidiocesi di Oristano il 25 aprile 1975 venne nominato Vescovo di Gravina di Puglia da san Paolo VI. Mi piace ricordare in questo contesto un aneddoto che alcune volte mons. Isgrò raccontava con piacere. Secondo i Patti Lateranensi del 1929 il vescovo prima di prendere possesso canonico della Diocesi assegnata doveva prestare giuramento di fedeltà dinanzi al Re, prima, ed al Presidente della Repubblica poi. Un giuramento di fedeltà alla Repubblica nel caso. Il cerimoniale prevedeva che il vescovo si ponesse in ginocchio dinanzi al Presidente e con la mano sui Vangeli emettesse questo giuramento. Chi ha conosciuto bene mons. Isgrò non tarda a capire l’imbarazzo dell’uomo consacrato nel più alto grado del sacerdozio, quello episcopale, che si deve inginocchiare dinanzi ad un rappresentante dello Stato! Comunque Isgrò era un ottimo esecutore degli ordini cerimoniali e fece tutto come previsto nelle mani del Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Probabilmente egli colse quell’imbarazzo e compiuto il giuramento, da buon cattolico, si inginocchiò a sua volta e chiese l’apostolica benedizione. Il 18 marzo 1982 san Giovanni Paolo II lo inviava alla sede Turritana elevandolo in pari tempo alla dignità di Arcivescovo. Mons. Isgrò ha servito la Chiesa di Sassari fino alla sua morte occorsa il 2 maggio 2004 dopo una breve malattia. In effetti erano stati anni intensi per l’arcivescovo che, neppure conclusa la 4° Visita Pastorale (Visita che il Vescovo deve compiere ogni 5 anni a tutte le parrocchie e realtà della Diocesi, secondo le norme), indisse il Congresso Eucaristico Diocesano. Perennemente animato dall’ansia e dall’urgenza di “ripartire da Cristo” ha saziato la sua sete missionaria anche se provato nel fisico. Una figura realmente importante per la Chiesa che certo non si può dimenticare. Come previsto dal suo motto episcopale “In Ecclesiae aedificationem” per 22 anni si è speso per edificare la Chiesa Turritana che come scrisse nel Testamento Spirituale “ho amato più di me stesso”.»
Il commento all’episcopato di P.Paolo Atzei è stato affidato a Mons. Dino E. Pittalis, già suo storico cerimoniere. «Nato il 21 febbraio 1942 a Mantova, città dal profondo respiro storico e religioso, Paolo Atzei porta tuttavia nel cuore fin dall’infanzia le radici della Sardegna, terra d’origine della sua famiglia, legata in particolare al piccolo centro di Simala. Questo doppio orizzonte – continentale e isolano – accompagnerà tutta la sua esistenza, ma sarà la Sardegna a diventare il vero spazio della sua vocazione e del suo ministero.
Fin da giovane manifesta un orientamento deciso verso la vita religiosa. Entra nel seminario minore dei Frati Minori Conventuali a Sassari, intraprendendo un cammino che lo conduce attraverso alcune delle tappe più significative della formazione francescana: il ginnasio serafico di Oristano, il liceo ad Assisi – città simbolo della spiritualità di san Francesco – e infine Roma, dove al Collegio internazionale “Seraphicum” completa gli studi filosofici e teologici, conseguendo la licenza in teologia.
La sua scelta è chiara e definitiva: nel cuore dell’Ordine francescano emette la prima professione religiosa nel 1959 e quella solenne nel 1963. Tre anni dopo, il 18 dicembre 1966, viene ordinato sacerdote. È l’inizio di un ministero che si distinguerà per continuità, equilibrio e senso di responsabilità.
I primi anni lo vedono impegnato nella formazione dei giovani: a Tempio Pausania assume il ruolo di rettore del seminario minore serafico. In un’epoca segnata dai cambiamenti successivi al Concilio Vaticano II, la formazione dei futuri religiosi rappresenta una sfida delicata, e Atzei vi si dedica con serietà e spirito educativo.
Nel 1973 viene chiamato a Oristano come parroco della parrocchia di San Paolo: è il passaggio dalla formazione alla pastorale diretta, al contatto quotidiano con il Popolo di Dio. Qualche anno dopo, nel 1979, approda a Cagliari, dove diventa guardiano del convento e parroco della parrocchia di San Francesco. Qui matura ulteriormente una sensibilità pastorale concreta, attenta alle dinamiche urbane e sociali.
Gli anni Ottanta segnano per lui una fase di crescente responsabilità ecclesiale. Viene eletto ministro provinciale dei Frati Minori Conventuali della Sardegna e assume incarichi di rilievo come presidente regionale del CISM (????) e membro della segreteria del Concilio plenario sardo. Sono anni in cui la Chiesa sarda cerca nuove forme di presenza nella società, e Atzei partecipa attivamente a questo processo di riflessione e riorganizzazione.
La svolta avviene nel 1993, quando Giovanni Paolo II lo chiama all’episcopato, nominandolo vescovo della diocesi di Tempio-Ampurias. L’ordinazione episcopale, celebrata nella cattedrale di Oristano, segna l’ingresso in una nuova fase della sua vita: quella del pastore chiamato a guidare una Chiesa locale.
Nel suo servizio episcopale si distingue per uno stile sobrio, fedele alla tradizione francescana, e per una particolare attenzione al territorio e alle persone. Non è un vescovo di rottura, ma di continuità: uno di quei pastori che costruiscono nel tempo, consolidano, accompagnano.
Nel 2004 giunge un nuovo incarico di grande rilievo: ancora Giovanni Paolo II lo nomina arcivescovo metropolita di Sassari, una delle sedi più importanti dell’isola. Qui Atzei esercita il suo ministero per oltre un decennio, in un contesto ecclesiale e sociale segnato da cambiamenti profondi.
Il suo episcopato sassarese è caratterizzato da un’azione pastorale attenta ma discreta: promuove la corresponsabilità ecclesiale, sostiene il clero e mantiene un dialogo costante con la realtà sociale. In modo particolare, si distingue per una attenzione concreta al laicato, favorendo la partecipazione attiva dei fedeli laici nella vita della diocesi e incoraggiandone la corresponsabilità nel portare avanti iniziative pastorali, uffici e organismi ecclesiali.
In questi anni l’arcidiocesi vive anche momenti significativi di rinnovamento spirituale e strutturale. Si celebra la Missione Popolare, occasione di evangelizzazione diffusa sul territorio, e si partecipa intensamente al Giubileo della Misericordia indetto da Francesco.
Accanto alla dimensione spirituale, Atzei sostiene anche interventi concreti sulle strutture ecclesiastiche: sotto la guida di Don Diego Pinna viene restaurata la cappella del seminario, mentre il terzo piano del seminario arcivescovile viene recuperato e destinato a casa del clero. Nello stesso periodo vengono ultimate nuove chiese, come quella dello Spirito Santo a Porto Torres e quella di Gesù Buon Pastore a Sassari, segni concreti di una Chiesa che cresce insieme alle sue comunità.
In questo periodo si collocano anche due eventi di particolare rilievo per la Chiesa sarda, che egli presiede come arcivescovo. Nel 2014 celebra a Sassari la beatificazione del francescano Francesco Zirano; nel 2016 presiede la beatificazione di Elisabetta Sanna nella basilica di Saccargia.
Nel 2017, raggiunti i limiti di età, presenta la rinuncia, che viene accolta da Francesco. Rimane amministratore apostolico fino all’ingresso del successore, Gian Franco Saba.
Concluso il ministero episcopale attivo, sceglie di ritirarsi nel convento di San Francesco a Oristano, tornando così alle radici della sua vocazione francescana. Qui vive una fase più raccolta ma non meno significativa del suo servizio ecclesiale: si dedica all’assistenza spirituale dei fedeli, all’aiuto dei frati anziani e malati e continua a collaborare con l’arcivescovo di Oristano, offrendo la sua esperienza pastorale con discrezione e spirito di servizio.
La figura di Paolo Atzei si colloca nel solco di una tradizione episcopale fatta di equilibrio, fedeltà e servizio silenzioso. Francescano per formazione e per stile, ha incarnato una Chiesa vicina, concreta, radicata nel territorio. Pastore attento anche al ruolo dei laici, ha promosso una visione di Chiesa partecipata e corresponsabile, senza rinunciare alla solidità della tradizione. E anche nel tempo del ritiro ha continuato a vivere il ministero come servizio, tornando alla semplicità del convento. Non è stato un protagonista di grandi svolte, ma un custode attento: uno di quei pastori che, senza clamore, contribuiscono a dare continuità alla vita ecclesiale. E proprio in questa discrezione risiede forse il tratto più autentico della sua eredità.»
Per quanto mi riguarda, a titolo personale, non posso che associarmi a quanto scritto da Mons. Dino Pittalis, avendo trascorso 12 anni al servizio della Diocesi e quindi dell’Arcivescovo: un periodo di Vita, che mi ha visto partecipe di un percorso comune (sua la definizione: “sei stato l’uomo del primo momento”…), durante il quale ho avuto, seppur indegnamente, l’onore di seguire, servire ed imparare, oltre che carpire, tanti segreti dei quali faccio tesoro e che sono stati utili. Ecco il perché al momento delle dimissioni ho ritenuto un doveroso saluto principalmente al Vescovo, all’Uomo, all’amico che nel tempo ho avuto modo di apprezzare ed amare come e forse anche più di un Padre.
Mi risuona ancora nell’orecchio la sua telefonata di una domenica mattina, con la sua tipica ed inconfondibile cadenza vocale: «Sono Padre Paolo…», con la quale mi autorizzava ad organizzare il convegno sul suo predecessore Marongiu Delrio, bypassando una situazione divenuta antipatica a causa di alcuni soggetti coinvolti: una lezione di politica comportamentale cercando di non scontentare nessuno, anzi rendendoli tutti attori principali, ognuno nel suo ambito, all’interno del proprio spazio. Fu una grande lezione che non ho mai dimenticato. Vero quanto afferma Dino Pittalis: un episcopato svolto nel solco di una tradizione episcopale fatta di equilibrio, fedeltà e servizio silenzioso. Non a caso il suo moto episcopale recita “In perfecta laetitia servire”
Tutti arcivescovi del fine ottocento/novecento ed inizi del secondo millennio, che si sono distinti per proprie peculiarità nella conduzione della diocesi. Veniamo, quindi, al neo Arcivescovo eletto:
«Il Santo Padre Papa Leone XIV ha nominato Arcivescovo Metropolita di Sassari Sua Eccellenza Monsignor Francesco Antonio Soddu, finora Vescovo della Diocesi di Terni-Narni-Amelia.», notizia comunicata dall’Amministratore Diocesano Mons. Antonio Tamponi alle ore 12,00 del 21 febbraio 2026 in Cattedrale, accolta con gioia e gratitudine dall’Arcidiocesi di Sassari che, oggi, si prepara ad accogliere il nuovo Pastore chiamato a guidare la Chiesa Turritana in un tempo di rinnovato impegno pastorale e di cammino sinodale, mettendo fine allo stato di effettiva vacanza canonica iniziato il 30 maggio 2025. «Oggi si conclude per noi il tempo dell’attesa, una lunga attesa – nove mesi – quasi il tempo di una naturale gestazione, ma, dopo la grande attesa, arriva il grande dono: la nostra Chiesa, per grazia di Dio e della Sede Apostolica, oggi ha un suo titolare: Deo gratias!» Così le parole nella comunicazione pubblica fatta da Mons. Tamponi.
Ma chi è Mons. Francesco Antonio Soddu: chiaramontese di nascita, classe 1959, sassarese di adozione fin dalla frequentazione del Liceo classico Azuni, ha studiato filosofia e teologia presso il Seminario Regionale di Cagliari. Ha conseguito il Baccellierato in Sacra Teologia presso la Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. È stato ordinato presbitero il 27 aprile 1985 nella Chiesa Cattedrale di San Nicola in Sassari dall’arcivescovo Salvatore Isgrò. Ha ottenuto la Licenza in Teologia Pastorale presso la Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. Dal 1998 Canonico del Capitolo Turritano. Dal 2005 al 2012 ha ricoperto l’incarico di Direttore della Caritas Diocesana e nel 2011-2012 anche Direttore dell’Ufficio Diocesano Migrantes. Dal 2012 al 2021 è stato Direttore di Caritas italiana. È stato eletto vescovo della Diocesi di Terni-Narni-Amelia il 29 ottobre 2021. Il 5 gennaio 2022 è stato ordinato vescovo di Terni-Narni-Amelia nella Cattedrale Santa Maria Assunta in Terni. Non si può certo negare che non sia conosciuto in città tanto da fargli dire «Non vi nascondo la trepidazione unita allo stupore per tale decisione, che accolgo in totale spirito di obbedienza e gratitudine per la fiducia accordatami. Per il fatto che con molti ci si conosce, sento più grande la gravità della responsabilità.» tanto da chiedere al Santo Padre (cit.) di evitare questa nomina, (nemo propheta in patria) e giù via una serie di saluti ed abbracci, sebbene virtuali, come fa uno che in qualche modo, “sta rientrando a casa”, senza dimenticare «Affido a Maria Santissima, Madonnina delle Grazie, ciascuno di voi, la mia persona e il nostro comune apostolato.», lasciando una diocesi nel quale è stato apprezzato per il suo, seppur breve, impegno episcopale.
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