Mentre l’Italia si infiammava sotto il peso della guerra, la Sardegna rimaneva sospesa, isolata dal continente e dal conflitto armato. Nessuna trincea, nessuna battaglia campale: l’insularità divenne scudo e prigione. Dal gennaio 1944, con i collegamenti navali interrotti, l’isola sperimentò un’autonomia inedita, affidata all’Alto Commissariato per la Sardegna, riconosciuto dallo Stato.
Ma la guerra non risparmiò del tutto la terra sarda. Il 16 giugno 1940, appena sei giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia, cinque bombardieri inglesi colpirono l’aeroporto di Elmas. Le bombe caddero anche nello stagno, distruggendo hangar e postazioni contraeree, ma senza vittime civili. Otto giorni dopo, il 24 giugno, un secondo attacco mirò alle riserve di carburante di Monte Urpinu.
Nel 1943, con gli Alleati pronti a liberare l’Europa, la Sardegna tornò nel mirino. Questa volta furono gli americani a colpire, e la popolazione civile ne pagò il prezzo più alto. Il 17 febbraio, Cagliari e Gonnosfanadiga furono bombardate: oltre 200 morti, un dolore che ancora oggi riecheggia nella memoria collettiva. Solo nel paese di Gonnosfanadiga, bombardato dagli americani morirono 118 persone, tra cui 27 bambini e altre 330 rimasero ferite. Una violenza inaudita rimasta senza una spiegazione, perché il comune non era un obiettivo militare sensibile.
Tra pochi mesi saranno 83 anni dal bombardamento di Gonnosfanadiga, eppure, fra quei vicoletti, il ricordo del 17 febbraio 1943 è ancora molto vivido, come una ferita mai sanata. Quel giorno ha segnato in maniera indelebile e profonda la comunità, lasciando dietro di sé distruzione e un pesante bilancio di vittime. Oggi, a distanza di così tanto tempo, parlare di guerra dovrebbe voler dire solo commemorare eventi dolorosi del passato. Eppure, i conflitti ancora in corso in Ucraina e a Gaza dimostrano quanto la guerra resti una ferita aperta nel presente.
Oggi, a distanza di decenni, parlare di guerra dovrebbe significare soltanto ricordare le sofferenze del passato. E invece, i conflitti ancora in corso – in Ucraina, a Gaza e altrove – ci ricordano che la guerra continua a essere una piaga del presente.
Tra i testimoni diretti di quell’attacco c’è Caterina Uccheddu, classe 1939. Aveva appena quattro anni quando vide la sua infanzia infrangersi sotto il rombo degli aerei: «Ricordo ancora il rumore assordante»– racconta –«Ero in cortile con mia sorella Severa, che si stava riprendendo da una malattia ed era ancora convalescente. Volevo andare a giocare con i bambini del quartiere, e dopo qualche capriccio, mia madre mi lasciò andare. Mentre camminavo vidi un pezzetto di gesso per terra e tornai indietro per raccoglierlo e mostrarlo a mia sorella. Mi misi a disegnare sul pavimento quando all’improvviso sentimmo gli aerei arrivare dalle montagne. La nostra vicina cominciò a contarli, erano nove. Gridò a mia madre di portarci in casa: “Quelli non sono i nostri!”. Poco dopo le finestre esplosero: eravamo appena rientrate. Nella casa dove stavo andando morirono quattro persone: il mio amico Ilario, una ragazza di dodici anni e i due padroni di casa. Fuggimmo in campagna solo dopo essere rimasti chiusi dentro casa e raggiungemmo un uliveto dove si erano rifugiati altri superstiti, tutti in lacrime. Passando davanti alla casa colpita vidi per la prima volta la morte: corpi immobili, senza sangue, coperti di macchie bianche, come di calce viva. I militari li portavano via su barelle».
Accanto alla testimonianza di Uccheddu, quella di Francesco Meloni, il quale ricorda quanto a lungo gli effetti della guerra possano continuare a colpire, anche quando i combattimenti sembrano finiti: «Dopo aver bombardato il sud della Sardegna, gli americani lasciarono alcuni ordigni che non poterono riportare all’aeroporto per il rientro a Biserta. Il 3 agosto 1945, dopo una mareggiata, una bomba riemerse sotto la sabbia a S’Acqua Durci, nel litorale di Arbus. Due uomini di Gonnosfanadiga la trovarono sulla spiaggia: uno di loro, un fabbro, cercò di smontare la spoletta per ricavarne la polvere da sparo, nonostante i richiami di chi lo invitava a fermarsi. Alcuni bambini, incuriositi, si avvicinarono. La spoletta esplose. Morirono in sedici, tra loro mio fratello Giovanni: aveva solo tredici anni».
Donne cagliaritane pregano fra le macerie della Collegiata di Sant’Anna devastata dai bombardamenti alleati del 17 febbraio 1943.
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