sabato 18 Aprile 2026
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Il carcere tra lockdown e speranza

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Antonello Unida Jodo

di Antonio Unida
Garante territoriale dei Diritti delle Persone private della Libertà personale


 

Le disgrazie avvicinano gli uomini e li rendono più inclini a meditare sulle cose importanti della vita, la cui preziosa unicità ci sfugge per la maggior parte del tempo vissuto.
Noi tutti quando siamo stati chiusi nei nostri appartamenti, dove mai avremmo immaginato di dover trascorrere tante giornate, guardando dalla finestra le strade deserte, abbiamo avuto senz’altro un turbamento che ci ha portato a riflettere.
Impauriti e prigionieri, certo, ma anche senz’altro “stranamente” rinnovati.
Non sappiamo ancora se, una volta passato il vento del contagio, il mondo si sarà modificato per sempre, io ci spero; intanto siamo noi a dover cambiare.
Sia pure in modo volontario, abbiamo tutti vissuto una sorta di “stagione eremitica”, il distacco, volenti  o nolenti ci ha condotto inevitabilmente alla meditazione, alla contemplazione dei veri valori, degli obiettivi conseguiti e dei sogni ancora da realizzare.
Questa chiusura ha rinfocolato l’affetto per le persone care, proprio nel momento in cui è stato più difficile stare in loro compagnia, magari rinnovando anche passioni giovanili, può aver recuperato letture formative, rivalutato idee che da ragazzi abbiamo sempre rimandato: “lo farò più avanti”.
Già, facciamoci caso: sembravamo dei detenuti, è tutto quello che ho appena scritto, lo tocco ogni volta che varco il cancello elettrico della struttura di Bancali.
Spero a breve di poter realizzare un’idea che ho avuto. Vorrei portare dentro la struttura carceraria un corso di training autogeno: i detenuti ne hanno bisogno, la riabilitazione passa anche attraverso una esperienza del genere: E ne abbiamo bisogno tutti noi; dobbiamo trasformare “l’eremo forzato” in una occasione di rinnovamento e di meditazione. Noi tutti dobbiamo far sì che il contagio non sia quello del virus, ma quello delle buone idee e dei grandi ideali.

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