Sassari da amare/7: viaggio alla scoperta delle ville storiche di Sassari

Sassari da amare/7: viaggio alla scoperta delle ville storiche di Sassari

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Prosegue il viaggio nel tempo di Marco Atzeni che  questa volta ci conduce alla scoperta del palazzo di Cesare Vai in via Roma

di Marco Atzeni

L’imponente palazzo prima del museo fu costruito da Cesare Vai che nel maggio del 1880 acquistò dalla famiglia Sanna per 3605 lire un lotto di campagna prospiciente alle carceri appena costruite nell’immediata periferia della città. Il piemontese Vai, figlio di contadini nato ad Aramengo, era arrivato a Sassari intorno al 1865 e ancora ragazzo aveva rimediato un carretto e iniziato a trasportare merci dalla stazione. Curiosamente, il suo paese natale, in provincia di Asti, prendeva il nome proprio dal detto latino, ancora oggi in uso, “andare a ramengo”. In Piemonte, infatti, venivano mandati in quel minuscolo centro abitato tutti coloro che si erano macchiati del reato di bancarotta, andando per l’appunto “a ramengo”.

Il buon Cesare fu talmente scaltro che i suoi affari a Sassari aumentarono a vista d’occhio e da quel primo carretto divenne poi l’organizzatore e proprietario della più vasta azienda di trasporti della provincia, il tutto a trazione animale. Dopo qualche anno la ditta di Cesare Vai contava già alcune decine di carri e cavalli che ogni giorno partivano da Sassari in direzione di qualsiasi paese del circondario per consegnare ogni genere di merci. Anche il governo regio affidava a lui i trasporti sul territorio sassarese.

In città arrivarono anche il fratello Giorgio e i genitori, che abitarono in affitto in un’altra casa di via Roma. Non sappiamo però se si trasferirono assieme a Cesare o uno a seguito dell’altro. I fratelli Vai, questo è certo, erano entrambi intelligenti. Anche Giorgio, infatti, si rivelò astuto imprenditore, ed anche se non raggiunse la potenza economica di Cesare, fu titolare di una ditta che ebbe successo nella produzione di formaggi, operando prima ad Osilo e poi anche lui a Sassari, poco lontano dal fratello, alla fine di via Roma.

Il palazzo di Cesare Vai fu adibito, oltre che ad abitazione, a quartier generale, era dotato di stalle interne per i numerosi cavalli e di ricoveri spartani per i carrettieri suoi dipendenti che partivano all’alba per le consegne. Cesare preferì la solidità e la praticità nella progettazione dell’immobile ed anche la locazione, quasi fuori città, era del tutto strategica. I carri potevano tornare e partire con comodità, imboccando da subito l’antico stradone per Cagliari, come era allora chiamata via Roma. A lui poco importava che di fronte vi fosse il carcere, cosa che nelle cene gli amici mai mancavano di ricordargli con ironia.

L’immobile gemello, a destra in foto, fu eretto invece dal veneto Francesco Boschetti la cui impresa, non a caso, costruiva proprio i carri che poi vendeva alla ditta Vai. Cesare e Francesco, presumibilmente, erano buoni amici, dato che acquistarono i rispettivi lotti di terreno lo stesso giorno, indubbiamente accordandosi sulla questione. Così come pare evidente che seguirono una linea identica nella costruzione, forse affidata ad un unico progettista.

Palazzo di Cesare Vai in Via Roma

Il palazzo di Cesare Vai

L’enorme portale di casa Vai fu realizzato dai fratelli Clemente e consentiva ai carri carichi di passarci agevolmente, eppure, quando Cesare ne chiese il preventivo, rimase di sasso, visto che il prezzo propostogli dai talentuosi ebanisti era esorbitante. Cesare era uomo di sostanza che conosceva il valore del denaro ed evitava l’ostentazione, ma quando il portale fu finito se ne innamorò, ponendovi poi come batacchi proprio i meravigliosi cavallini in bronzo simbolo della sua ditta. Ad onor del vero, il portale fu poi usato poco per l’ingresso delle merci, poiché per comodità si usava maggiormente un ingresso posteriore che non esiste più e che affacciava sullo stradone dietro via Roma, che noi oggi conosciamo come il viale Umberto.

Signor Cesare aveva sposato Teresa Gioia, che conobbe quando erano ancora poveri, e pare che anche lei non provenisse da una famiglia di particolare censo. A giudicare dal cognome, particolarmente diffuso in Piemonte, è possibile che signora Teresa fosse arrivata a Sassari con Cesare o comunque figlia di immigrati. I coniugi Vai-Gioia furono piuttosto prolifici e, pur non avendo numeri certi, non pare azzardato affermare che i figli furono una dozzina. Come spesso accadeva, la stirpe fu costellata da diversi lutti infantili. La prima figlia, Angelina Vai, morì invece di parto a 24 anni nel 1888 ed oggi la troviamo nel viale principale del cimitero monumentale in un busto che ce la mostra in tutta la sua bellezza.

Cesare Vai e la signora Teresa vissero tutto il resto della loro vita nel palazzo di via Roma e fu solo la morte della moglie a togliere al buon Vai quel vigore giovanile che lo caratterizzava. Egli si spense pochi mesi dopo di lei per il dispiacere. Nel frattempo, signor Cesare aveva provveduto a dividere al meglio tutte le sue ricchezze tra i tanti eredi, lasciando somme di denaro per ogni femmina, porzioni dell’azienda ai maschi e distribuendo i vari possedimenti immobiliari.

Il 27 luglio del 1917, a 74 anni, Cesare attraversò il suo portale per l’ultima volta dopo 50 anni di lavoro, salutando per sempre il palazzo, i figli ed i cavalli. Il suo fu un funerale partecipato, come accadeva quando moriva una persona importante benvoluta anche dagli umili. Cesare Vai si inserì anche all’interno del ceto dirigente sassarese, sebbene non avesse alcun titolo di studio, e fu rispettato anche dagli altri industriali. Il commosso elogio funebre fu infatti tenuto da Gervasio Costa, che era il padrone della conceria più grande di Sassari e che era tra gli uomini più potenti e temuti della città.

Senza saperlo, i sassaresi moderni hanno continuato ad avere sotto gli occhi per decenni l’attività imprenditoriale di Cesare Vai, dopo alcuni anni di gestione familiare, essa era stata rilevata dalla conosciuta ditta Aroni Trasporti che ne sfruttò tratte e diritti sino al suo fallimento ai primi del 2000.

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