La famiglia, il faro per le donne detenute

La famiglia, il faro per le donne detenute

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Antonello Unida Jodo

Antonello Unida
Garante Territoriale di Sassari delle Persone private della Libertà personale

I legami più forti non si spezzano neanche durante la detenzione carceraria. Ed è qui che un colloquio, una telefonata e una lettera aiutano a oltrepassare le sbarre

Amici lettori, oggi desidero condividere con tutti Voi, la mia esperienza nella sezione femminile, il mio ascolto con le Donne detenute nella Struttura penitenziaria di Bancali.
Loro da subito mi dicono che la famiglia è tutto, è la ragione per andare avanti. Le ore di colloquio e le telefonate non sono tante e qui non si può vivere alla giornata, ma si vive alla settimana in attesa di quella telefonata, di quel colloquio o di quella della lettera: simbolo del legame con l’esterno che le riporti anche solo un attimo a casa.

Durante un colloquio, una Persona detenuta mi ha raccontato di aver scoperto la posta, affermazione che sinceramente mi ha spiazzato, perché non capivo cosa intendesse dire. Alla mia sorpresa iniziare lei ha ribadito dicendo di aver scoperto la posta, quella vera e non quella elettronica, fatta di parole scritte su carta, e che la lettera scritta a mano con dedizione, racchiude tanti sentimenti che contemplano anche la trepidazione per l’attesa della risposta.
Beh amici lettori, questa riflessione mi ha profondamente spiazzato, perché quando si parla di Amore si abbatte qualsiasi muro; quando si entra nel Cuore delle Persone, ci si rende conto che anche loro, i cosiddetti “cattivi” hanno un Cuore.

Queste Donne, come tutte le Persone detenute, hanno bisogno di parlare, di essere ascoltate, di confrontarsi e mettersi in discussione per capire gli errori, per essere un esempio per i loro figli, affinché anche loro non sbaglino, e possano condurre una vita migliore.
È difficile parlare, sfogarsi, auto criticarsi, ma è profondamente necessario capire gli errori per poter rimediare, per migliorare, per stare bene, per sentirsi liberi interiormente.
Ci vuole coraggio per raccontarsi, certo, ma si può fare.

Ogni volta che entro nella sezione femminile noto da subito, osservando gli occhi delle detenute, che nonostante la condizione contingente, hanno una gran voglia di riscatto. Sono occhi vivi.
Ogni volta, quando vado via, mi abbracciano come fossi uno di casa da sempre, e sentirmi domandare ‘quando ritorna?’, Beh…mi riempie il cuore di gioia, si, perché è proprio vero, quando un mio Maestro tempo fa, mi disse:
– La Donna è un Essere Sacro, la Donna nasce mamma, l’Uomo padre, forse, lo diventa”

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