UNA GIORNATA DA CANI

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La cattura di Curcio: c’era anche un carabiniere sassarese

 

Il Generale Alberto non ama le chiacchiere.
Ai suoi ordini vuole solo uomini obbedienti e determinati, che rispondano solo a lui, il capo indiscusso. Alberto ne ha fatta di strada: finita la guerra da partigiano, si arruola nell’Arma dei Carabinieri, dove scala rapidamente tutte le vette, fino a diventare Generale e negli anni settanta il numero uno dell’Antiterrorismo. Non ha nessun nome di battaglia, i suoi uomini lo chiamano Comandante. Fuori dal suo ambiente in molti lo osteggiano, qualcuno lo odia. La politica diffida di lui, e questo ostracismo pochi anni dopo decreterà la sua fine.

Quel lontano 1976 è un anno odioso, pieno di rancori. Gli anni precedenti sono evaporati troppo in fretta, assieme ai quei colori e a quell’allegria che li avevano resi effervescenti. Alle ore venti nelle grandi città italiane scatta il coprifuoco. In giro si trovano più agenti in borghese che passanti. Ogni passante è un sospetto, spesso perquisito ignobilmente e senza alcuna educazione. Le università diventano polveriere, in cui i giovani missini e gli extraparlamentari di sinistra arrivano quasi a scannarsi. Gli stadi diventano campi di battaglia; compaiono per la prima volta gli ultrà, ma anche il nostro calcio è decadente, detronizzato dalla rivoluzionaria Olanda.

A mettere a ferro e fuoco l’Italia non sono i tifosi, ma bensì centinaia di ragazzi, spesso di buona famiglia, come si usa dire allora, che mollano tutto e si danno alla lotta armata. Sono in genere colti e ben istruiti, hanno quasi tutti i capelli lunghi e la barba incolta. All’apparenza sembrano come tutti i ragazzi di quel periodo: maglie attillate, pantaloni a zampa di elefante e in inverno il mitico eskimo. Si professano veri comunisti; vogliono sovvertire lo Stato Borghese ed istituire la dittatura del proletariato, del quale si sentono i rappresentanti. Si fanno chiamare Brigate Rosse. Come simbolo usano una stella a cinque punte, ben presto icona del terrore e del timoroso rispetto. Il loro capo è Renato Curcio, studente fuori corso di sociologia all’Università di Trento. Poco prima evade dal carcere di Casale Monferrato, per mano di un commando brigatista capitanato da Mara Cagol.

All’inizio le Brigate Rosse si mettono in luce con atti incendiari, picchetti e scontri con la polizia. Nel 1974 il salto di qualità: il sequestro a Genova del giudice Sossi, denominato dall’organizzazione come Operazione Girasole. Seguiranno attentati e numerose rapine per finanziarsi. Il Generale per combattere i brigatisti si serve di una schiera di infiltrati, come l’ambiguo Silvano Ghirotto, detto frate Mitra, che fa arrestare alcuni capi dell’organizzazione. Inoltre il Graduato nella cattura dei terroristi usa un metodo innovativo: le copie dei nuovi atti di affitto delle case. Soprattutto quelli delle grandi città, lontani dai bar, tabacchini, centri commerciali ed edicole. In quegli appartamenti senza pretese, i clandestini rossi si mimetizzano senza destare sospetti. E qui comincia la nostra storia. A Milano è una fredda e plumbea mattina del 18 Gennaio 1976.

Attraverso minuziosi controlli incrociati e indagini riservatissime gli inquirenti puntano su un appartamento di Via Umbria: sospettano che vi dimori un covo di brigatisti.
Sono guidati da Dario Lo Cascio, che divide le stanze con Vincenzo Guagliardo e sua moglie Silvia Rossi. Angelo, un giovane carabiniere di 23 anni originario di Sassari, ed altri tre colleghi bussano alla porta. Pochi attimi prima, salendo le scale, i militi sentono nei timpani i battiti del loro cuore impazzito. Sanno di rischiare la vita. Le loro gambe diventano molli e pesanti, ma l’adrenalina prende il sopravvento. I brigatisti, incattiviti dall’essere stati scoperti, reagiscono come belve ferite. Nasce un parapiglia violentissimo. Gli eversori vengono immobilizzati e condotti fuori. Lo Cascio, pur essendo ammanettato, mentre sale nella macchina dell’Arma approfitta di un attimo di distrazione di un milite e si impossessa di una mitraglietta lasciata incustodita nel sedile posteriore. Angelo d’istinto si scaglia contro di lui e miracolosamente lo disarma, evitando conseguenze disastrose. I due brigatisti vengono condotti in caserma, interrogati e torchiati dai Superiori.

Per Angelo non è finita, il giorno da cani è appena cominciato. Sono le due del pomeriggio. Angelo deve rimanere a disposizione, pronto per una nuova e pericolosa cattura. Infatti dalla sua tana di lupo il Generale decide di intervenire ancora, puntando dritto alla testa dell’Organizzazione e sfruttando l’effetto sorpresa. Il denaro sequestrato nell’operazione Lo Cascio ( ben tre milioni e mezzo di lire), le armi trovate e il successivo interrogatorio portano a qualcosa di grosso situato in Via Maderno: forse le teste pensanti delle Brigate Rosse. In quella via ci sono altri precisi riscontri: alcune persone due settimane prima vi abbandonano l’auto ( risultata rubata ) usata per l’attentato alla vicina caserma di Via Gentilino.

Bisogna tentare il tutto per tutto. Su ordine del Generale nel tardo pomeriggio centinaia di uomini e decine di auto civetta circondano il quartiere di Via Maderno. I carabinieri suonano alla porta dei brigatisti: una mansarda al numero cinque. Come risposta, dall’interno ricevono raffiche di mitra. I carabinieri reagiscono. Sono minuti tremendi e convulsi, carichi di tensione e pallottole. Poi all’improvviso cala un silenzio irreale, di tomba. «Venite fuori», urla d’istinto un giovane carabiniere.

Dopo pochi secondi dall’abitazione esce un giovane tarchiato con le mani alzate. È ferito ad un braccio destro. Con lui c’è la compagna, Nadia Mantovani. E’ a questo punto che gli uomini del reparto speciale Anti Terrorismo e del Nucleo Investigativo dei Carabinieri, di cui fa parte il nostro Angelo, si rendono conto di avere preso il padre delle Brigate Rosse: Renato Curcio.

Angelo ed i suoi compagni possono esultare per questa battaglia vinta, che ha risonanza mondiale. Il carabiniere sassarese Angelo viene promosso e ricoperto di encomi. La cattura di Curcio avrebbe dovuto rappresentare il capolinea dell’eversione rossa. Invece altro non è che l’inizio di una guerra ben più sanguinosa fra le nuove Brigate Rosse e lo Stato.

Una mattanza che culminerà due anni dopo ( nel 1978 ) con il sequestro e l’assassinio dell’onorevole Aldo Moro. Altri brigatisti si affacceranno all’orizzonte, ancor più feroci e determinati. Sono gli “anni di piombo”, anni che trasudano sangue. La guerra causerà centinaia di altri lutti, una ferita sociale ancora non rimarginata.

Oggi il nostro Angelo è in pensione. Angelo Rassu, 64 anni di Sassari, una vita da carabiniere, è uno dei testimoni e protagonisti di quell’epoca che in troppi ( a torto ) vogliono dimenticare, come se non fosse mai esistita. Il generale invece si chiamava Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il suo efficiente nucleo Anti Terrorismo fu cancellato poco tempo dopo le operazioni citate e lui trasferito in Sicilia a combattere la mafia. Un modo perfetto per farlo fuori. A Palermo il 3 Settembre del 1982 Carlo Alberto Dalla Chiesa, isolato e abbandonato, soprattutto dalla politica che conta, viene barbaramente trucidato dal clan dei corleonesi di Toto Riina.

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