SVEZIA CHIAMA SARDEGNA

SVEZIA CHIAMA SARDEGNA

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di Renato Moretti
© riproduzione riservata

Ljusstaken e Candelieri: a zent’anni, ma da Stoccolma

Sono ormai passati vent’anni, ma la ricordo perfettamente quella mattina: Sassari che si risveglia sonnolenta sotto una coltre di neve di 10 cm, un gruppo di ragazzi del liceo che s’incontrano fuori dal cancello della scuola e la voce che circola rapida, quasi nervosamente bisbigliata: “Oh! Dice che ad Osilo c’è umbè di neve!”. Fu così che marinammo la scuola e sfiorammo l’assideramento, pur di lanciarci palle di neve per ore intere; a gruppetti, ogni dieci minuti, rientravamo in auto per mettere le mani sprovviste di guanti davanti al bocchettone del riscaldamento, provando a farle tornare di un colore accettabile.

Oggi come vent’anni fa invece, uno svedese marinerebbe il lavoro o la scuola per una giornata di sole e di temperature sopra i 20°. In un Paese in cui nevica quasi ininterrottamente da novembre ad aprile e nel quale il sole tramonta alle 3 del pomeriggio per mesi, è normalissimo vedere schiere di pendolari in attesa del treno, tutti ordinati lungo il binario ed orientati col volto verso i timidi raggi della tiepida primavera.
Perché le differenze fra due popoli, in questo caso, passano anche – e forse soprattutto – attraverso i loro rispettivi concetti di esotico, di divergenza dalla quotidianità, di aspettative, di ciò che definiremmo strano a primo impatto.

E strano per uno Svedese è lamentarsi, discutere alzando la voce, spiccare fra tutti. Esiste un termine, lagom, che riassume questo tratto fondamentale dello spirito nazionale: evitare gli estremi, non indulgere in personalismi.
Tutto l’opposto della nostra cara balentìa.
Il carattere della Svezia si riflette nel suo design, famoso in tutto il mondo: linee asciutte e semplici, superfici levigate. Nessuno spazio per filigrane e bottoni d’oro, merletti di pizzo, intagli floreali in pesanti casse di quercia.

Mentre in Sardegna le nonne tengono i bambini in casa raccontandogli la terrificante storia della Mamma del Sole, i pargoli svedesi vengono infagottati nelle loro sgargianti tute da sci e lasciati giocare all’aperto, in un metro di neve. È così che imparano che la natura da queste parti non regala niente. E forse è per questo che qui a Stoccolma è inutile cumbidare una donna: lei il suo drink se lo paga da sola; spesso dopo aver messo a letto i figli al termine di una giornata di lavoro da 8 ore. Vagando per le vie ed i suoi quartieri, la capitale sorprende l’occhio con durissime rocce che spuntano vive fra cemento ed asfalto: le case – come le strade, la gente, la vita stessa – hanno imparato a conviverci, silenziosamente arrendendovisi. Eppure… Eppure c’è qualcosa dentro me, una vocina flebile ma costante, che mi fa convinto che fra i mille saliscendi di questa piccola metropoli del Nord una bella Faradda non sarebbe fuori luogo.
D’altronde la Svezia ha un rapporto stretto ed antichissimo coi ceri, anche se in tutt’altro periodo dell’anno.

 

Qui è il giorno di Santa Lucia a dare inizio alle celebrazioni del Natale: il 13 dicembre, fin dal XVIII secolo, è tradizione che la figlia maggiore si alzi presto al mattino e prepari la colazione al resto della famiglia avvolta in una lunga veste bianca, adornata di cintura rossa e con in testa una corona di candele accese. Nelle chiese e per le strade, varie Lucie portano in processione le proprie corone, spesso accompagnate dagli stjärngossar, i ragazzi stella, con cappelli a cono ed in mano torce o candelabri.
E proprio come ogni 14 agosto non c’è casa del centro di Sassari che non rechi almeno una bandiera rossoblu ad un davanzale, così in Svezia non esiste abitazione che nel periodo natalizio non sfoggi dietro il vetro della finestra uno ljulsstake, il tipico candelabro a quattro, cinque o sette ceri che scandisce l’approssimarsi del 25 dicembre.
Sarà per questo, come per una miriade di altri motivi impalpabili, che in questa città tanto lontana dalla mia Sardegna mi sento stranamente a casa: un ospite in prova, su cui pende un gigantesco
ma bonario E tue fizu ‘e chie ses? a cui magari dare come risposta, un domani, Fizu de Gavinu Johansson!

Perché uno svedese sa stare zitto per scrutarti, sa tramandare tradizioni millenarie, sa essere orgoglioso della propria terra. Uno svedese vive con la bandiera in mano e l’espressione dura di chi hal’inverno nel cuore, ma chiunque conquisti l’affetto di uno di loro si sentirà a casa come mai prima.
Saremo pure diversi, non c’è dubbio: eppure sul piazzale di Santa Maria il 14 agosto ci diremmo

A zent’anni senza chiederci il passaporto.

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