STREGHE E SCIAMANI, DNA DI NOI ISOLANI

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di Gianmichele Lisai 

Viaggio tra superstizioni e riti magico-terapeutici diffusi da tempo immemorabile

 

In questo percorso sulle terapie praticate dai nostri antenati si inserisce una pagina funesta della storia europea che, inevitabilmente, interessò anche la Sardegna: parliamo dell’Inquisizione. Sull’isola i tribunali iniziarono a operare nel 1492 con lo scopo principale di giudicare i cittadini accusati di stregoneria. E nel recinto della stregoneria rientrava anche la medicina popolare, che mescolava scienza empirica e magia. Sebbene in Sardegna si contarono meno roghi che altrove, nei due secoli successivi furono molti i casi di guaritrici processate, come quello di Maria Zara, “fattucchiera” di Gonnoscodina che nella seconda metà del Cinquecento venne condannata per aver ammesso di essersi curata da un’infermità fisica gettando dieci ochinas (tipi di monete) nell’acqua mischiata al piombo fuso. Stessa sorte toccò, sempre in quel periodo, a Sebastiana Porru, del villaggio scomparso di Gemussi: contro di lei testimoniarono sei persone che l’avevano vista fare riti di guarigione con il piombo fuso e fatture di vario genere. La “cura del piombo” era particolarmente in uso nell’oristanese, e nel 1590 l’arcivescovo della zona emise cinque condanne contro persone che, sotto tortura, confessarono di praticarla. Proprio l’ultimo decennio di questo secolo fu quello che ebbe come protagonista la strega più famosa della Sardegna: Julia Carta, originaria di Mores ma vissuta a Siligo, denunciata da alcune vicine perché fabbricava pungas (piccole tasche) che contenevano amuleti e praticava riti di vario tipo, come le fumigazioni a scopo magico e terapeutico. Questo tipo di sapere si tramandava soprattutto di donna in donna e principalmente all’interno del nucleo familiare. In anni di esperienza, Julia aveva imparato a curare le malattie con le erbe e per beneficiare dei suoi trattamenti a Siligo giungevano numerose persone dai centri limitrofi. La donna non agiva a scopi di lucro, quindi in paese era ben voluta da tutti, ma dopo la denuncia cominciò a essere vista con sospetto, e fu perfino considerata responsabile della morte di una donna che aveva cercato in realtà di curare. Venne condannata due volte, ma nonostante fosse recidiva ebbe salva la vita, poiché fu dimostrato che le arti da lei praticate erano in uso presso la maggior parte delle famiglie di Siligo e conosciute da una grande quantità di donne di varia età ed estrazione. In sostanza, gli inquisitori si trovarono di fronte a un fatto culturale che si sarebbe potuto estirpare soltanto mandando al rogo l’intero villaggio, o più probabilmente l’intera isola. Anche per questo, forse, dalla fine del Cinquecento in poi le condanne andarono diminuendo o comunque le pene diventarono sempre meno pesanti, fino a estinguersi a inizio Settecento.

 

Gli abitanti delle varie comunità locali preferivano affidarsi alle cure dei guaritori piuttosto che a quelle dei medici

 

La medicina popolare sull’isola costituì, almeno fino al primissimo Novecento, una vera e propria barriera nei confronti delle scienze farmaceutiche ufficiali. Gli abitanti delle varie comunità locali preferivano affidarsi alle cure dei guaritori piuttosto che a quelle dei medici, e ancora oggi abbiamo piccole sacche di resistenza che tengono in vita tali pratiche, suddivisibili in tre categorie dominanti: la medicina dell’occhio, la terapia dello spavento, e la cura delle ustioni.

La medicina dell’occhio è un rito magico-terapeutico, diffuso da tempo immemorabile in tutte le aree dell’isola. Si apprende per discendenza familiare o per insegnamento di guaritori esperti. Il suo scopo è quello di guarire dal malocchio, che può essere messo a chiunque da parte di chiunque – con un semplice scambio di sguardi – anche se i principali portatori di questa “malattia” sarebbero i ciechi e le persone dagli occhi verdi. Il malocchio verrebbe curato tramite formule magiche e preghiere, combinate all’uso di alcuni elementi, come l’acqua, o ingredienti come il sale e l’olio, o minerali, cereali, o ancora corna di animali e conchiglie. Il rito, affinché ottenga l’effetto desiderato, deve essere ripetuto da un minimo di tre a un massimo di nove volte e, nei casi più gravi, può essere officiato da più sciamani.

Il secondo rituale magico-medico della cultura popolare sarda è quello della cosiddetta “Terapia dello spavento”. Si basa sulla recitazione di formule e di preghiere. In certi casi l’elemento che si accompagna a esse è l’acqua benedetta, che viene gettata all’improvviso addosso al malato o con la quale il paziente si deve segnare formando una croce. In altri casi il rito prevede che le preghiere e le formule magiche siano accompagnate da un’esposizione del malato al fumo, prodotto da candele o dalla combustione di incenso o di fiori benedetti. Alcuni guaritori hanno l’abitudine di bruciare, insieme a tali sostanze, anche pezzi di tessuto di un indumento del paziente. Lo scopo del rito è quello di allontanare il demone che si è insediato nel corpo della vittima in seguito a un forte spavento. Per questa regione, alla cerimonia non può assistere nessuno al di là dell’officiante e del malato: si correrebbe il rischio di trasferire i demone da un corpo all’altro. Mentre per lo stesso motivo, al contrario, possono essere coinvolti nella pratica gli animali, che presenti nella stanza potrebbero attrarre a sé il maligno.

La terza pratica tipica della medicina popolare sarda è la cura delle ustioni tramite erbe che crescono spontaneamente in alcune zone dell’isola. Ogni famiglia ha la propria ricetta che si tramanda segretamente di generazione in generazione. La cura delle ustioni è quindi completamente diversa dalle precedenti, poiché figlia di un sapere di tipo quasi esclusivamente empirico, sebbene in certi casi il rito sia accompagnato dalla lettura di formule e preghiere. I preparati medicamentosi sono di vario tipo: olii, decotti o unguenti, ricavati principalmente da erbe officinali. L’efficacia di trattamenti simili è stata ampiamente dimostrata, al punto che verso di essi, in moltissimi casi, c’è stato un serio interessamento della medicina ufficiale, che ha portato a collaborare numerosi dottori delle aziende sanitarie locali con i “guaritori”. Ci sono stati molti episodi in cui i medici, non essendo in grado di curare efficacemente alcuni tipi di ustione, hanno suggerito al paziente di rivolgersi alla medicina tradizionale. Alcune famiglie che praticano la cura delle ustioni hanno addirittura ricevuto attestati ufficiali che testimoniano l’efficacia delle terapie, con le quali, oltre alle ustioni, possono curarsi anche certi casi di alopecia, varie malattie epidermiche e far sparire le cicatrici.

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